“Se i mercati sperano negli Stati” di FRANCESCO GUERRERA da La Stampa dell’11 giugno 2012

E’ passato più di un decennio da quando Derek Pain, guru del giornalismo finanziario britannico, tentò di spiegarmi la psicologia del mercato azionario. Poi se ne andò in vacanza alle Canarie, lasciandomi con il compito di rimpiazzarlo. Ma la lezione è più che mai valida in questi torridi giorni di crisi. L’unica differenza è che in questo momento nei corridoi dell’alta finanza si respira un solo sentimento: la paura.

Paura che l’euro imploda, facendo saltare gli automatismi finanziari tra i due grandi blocchi dell’Ovest che hanno fatto funzionare l’economia globale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Paura che un’America frenata dalla disoccupazione, un deficit rampante ed una campagna elettorale becera non riesca a fare la sua parte per stimolare la ripresa del pianeta.

E paura che il volo della Cina nella stratosfera della crescita economica si concluda con un tonfo rovinoso, causato da politici incapaci di capire che non di solo esportazioni vive un paese.

Gli investitori e i banchieri sono ottimisti di natura e la cupidigia, con buona pace di Dante, è sempre stata uno dei fattori determinanti nello sviluppo del capitalismo.

Ma in questo momento, anche gli ottimisti sono a corto d’isole felici. Se si girano a Ovest vedono un’Europa in condizioni penose ed un’America che abdica le sue responsabilità a causa di problemi interni. Se si volgono a Est, hanno un blocco asiatico incapace di prendere il testimone dalle esauste economie del vecchio mondo.

Senza un’ancora, i mercati sono alla deriva e l’irrazionalità regna sovrana. Basta guardare alla corsa affannata d’investitori di mezzo mondo verso i buoni del Tesoro Usa e tedesco.

Nonostante i master presi a Harvard e Oxford, questi geni della finanza non sembrano accorgersi che i tassi d’interesse su bund e Treasurys sono a livelli patetici. La verità è che in questo frangente guadagnare poco o niente su un investimento è meno importante del sapere che l’emettitore delle obbligazioni sarà in grado di ripagarle tra due, dieci o trent’anni.

Negli Usa, la paura dei mercati sta mettendo in fuga i piccoli investitori, il vero motore dei mercati azionari. Negli ultimi due anni, più di 124 miliardi di dollari sono stati ritirati da fondi che investono in azioni made in Usa – un livello altissimo che dimostra la diffidenza totale dei risparmiatori nello stock market. Preferiscono tenersi i soldi sotto il materasso, o in banche che pagano interessi minuscoli, piuttosto che investirli in un mercato che non dà fiducia.

Gli psicologi saranno forse in grado di delucidare decisioni così strane. Per chi guarda i numeri e non le relazioni del subconscio con la madre ed il padre l’unica spiegazione plausibile è che la paura è più potente di qualsiasi altra emozione.

«Guardati intorno», mi ha detto un vecchio trader di Wall Street a cui chiedevo il perché di tali comportamenti. «Nelle circostanze attuali, il panico è razionale».

Quest’avversione al rischio da parte dei mercati finanziari è forse salutare visto dove siamo finiti nel 2008 e 2009 quando gli investitori si credevano giocatori di poker a Las Vegas.

Ma senza la voglia di rischio e la brama di denaro (mi dispiace, ragazzi di Occupy Wall Street), i mercati e le economie non riusciranno ad uscire dall’impasse rovinosa in cui si trovano ora.

Gli «spiriti animali» di cui parlava Keynes devono ritornare a spadroneggiare tra operatori, banchieri e piccoli investitori.

Il problema, per il momento, è che c’è solo un attore che può spingere i mercati verso comportamenti animaleschi: i governi. Dopo aver passato anni a disprezzare la lunga mano delle istituzioni pubbliche, banchieri e finanzieri sono costretti a supplicare lo Zio Sam e i burocrati di Bruxelles, Francoforte e Pechino.

Nei giorni in cui i mercati sono in rialzo, il motivo è sempre uno: la speranza che i governi o le banche centrali intervengano per risolvere la situazione con nuove iniezioni di liquidità o con pacchetti-salvataggio per la Grecia, le banche spagnole e così via.

Operatori abituati a digerire migliaia di complicatissimi input e variabili prima di investire sono ormai ridotti a leggere le labbra, e qualche volta le menti, di Mario Draghi, Angela Merkel e Ben Bernanke.

«Ho buttato via tutti i miei modelli su Excel», mi ha detto un trader di recente. «Ormai ho solo bisogno dei comunicati delle banche centrali e di un rosario».

Questo matrimonio tra la paura dei mercati ed il ruolo determinante dei governi è un’unione di convenienza ma, paradossalmente, potrebbe portare a risultati positivi. L’equazione è rischiosa ma non complicata: più gli investitori dimostrano di essere spaventati morti, più aumenta la pressione sui governi ad agire.

Prendete l’euro: la Germania può ripetere quanto vuole che non ha nessuna intenzione di aiutare paesi in difficoltà ma quando la moneta unica sarà sull’orlo del fallimento è plausibile che Angela Merkel voglia passare alla storia come la cancelliera che uccise l’euro?

Lo stesso si può dire di Ben Bernanke. Essere ricordato non solo per la sua bellissima barba ma anche come il capo della Federal Reserve durante la seconda Grande Depressione non sarebbe granché for Big Ben.

Il che significa che qualche investitore sagace e con la passione per il brivido potrebbe fare parecchi soldi comprando adesso beni europei ed americani a prezzi stracciati e tenendoseli fino a quando non arriva la cavalleria governativa a salvare tutti.

Il rischio è un evento «alla Lehman Brothers» – una decisione da parte dei governi di far saltare un pezzo del sistema (nel 2008 fu una banca d’affari, nel 2012 potrebbe essere la Grecia) per insegnare una lezione ai mercati. La totale paralisi economica del dopo Lehman non sarebbe un’esperienza da ripetere ma l’opportunismo della politica può, a volte, prevalere sulle necessità dei mercati.

Per descrivere i mercati, Derek Pain e i suoi apprendisti ormai non bastano. La storia assurda e paurosa della finanza di oggi dovrebbe essere un film di Hitchcock con sceneggiatura di Ionesco.

Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York. francesco.guerrera@wsj.com

“Se i mercati sperano negli Stati” di FRANCESCO GUERRERA da La Stampa dell’11 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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