“Da Finale a Crevalcore quella terra di lavoratori bombardata dalla natura” di MICHELE SERRA da La Repubblica del 30 maggio 2012

E QUANTO è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società.
Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.
A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi
lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.
Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime). Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e — più lontano — le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.
Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici
luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.
A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che
la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore. Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.

“Da Finale a Crevalcore quella terra di lavoratori bombardata dalla natura” di MICHELE SERRA da La Repubblica del 30 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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8 risposte a “Da Finale a Crevalcore quella terra di lavoratori bombardata dalla natura” di MICHELE SERRA da La Repubblica del 30 maggio 2012

  1. mauro ha detto:

    dr Serra, sono un pugliese che vive in piemonte.
    quanta commozione leggendo il suo articolo, mi sento parte di quei posti, mi sento coinvolto nella tragedia e orgoglioso al tempo stesso di esserlo.
    grazie per la stupenda descrizione di questi posti ma soprattutto di questa gente.
    mauro rocco

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  2. adriano ha detto:

    E cosa vuoi commentare!
    Questa è poesia… si legge e si contempla.

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  3. Cristiano ha detto:

    Io sono di Ferrara e mentre leggevo ho fatto fatica a trattenere il magone. Il modello Emiliano purtroppo è molto cambiato, gli amministratori non hanno più i calli sulle mani come un tempo, ma la gente è ancora come tu la descrivi. grazie

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  4. milena ha detto:

    Salve, sono di Crevalcore, grazie…

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  5. anna gallerani ha detto:

    Ciao sono di Crevalcore e vivo a Barcellona Pozzo di Gotto in Sicilia…ho a Crevalcore mia madre mio fratello e tutti i miei amici con i quali ho passato tutta la parte più bella della vita sfollati e senza casa ma sento che tutti sono pervasi da una voglia enorme di ripartire e ricominciare, Il più in fretta possibile…..
    I miei compaesani sono positivi e allegri e hanno voglia di fare e sono convinta che tutto si risolverà e tornerà a posto…
    Andate a Crevalcore e vedrete quanto è bella e quanto è bella la sua gente !!!
    Grazie a Michele Serra
    Anna

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  6. Pamela ha detto:

    Grazie…………… io sono Crevalcorese!!!!!!!!

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  7. luca ha detto:

    Ciao sono Luca di Crevalcore, volevo ringraziare per le belle parole scritte su di noi Crevalcoresi,in effetti Crevalcore e’ bellissima non la cambierei mai con un altro posto,peccato che sia stata colpita cosi duramente nel suo cuore, e che abbia portato molte persone alla sofferenza e al disagio, ma se poteste vedere come in maniera umile e pacata si cerca di svilire il problema capireste chi siamo, con il nostro cuore e con la nostra amicizia sicuramente riusciremo ad andare avanti e a ripartire perche’ noi siamo e rimarremo, comunque vada ,di Crevalcore per sempre. CIao e grazie ancora per i meravigliosi pensieri Luca

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  8. alda vignoli ha detto:

    Ciao, sono Alda sono una Crevalcorese e una barista del centro di Crevalcore, Il mio bellissimo bar, che dal 29 Maggio e’ chiuso ed ha ancora le macerie davanti alla pedana, ha un manifesto affisso in vetrina , un pensiero che mi era venuto dopo la prima scossa del 20 maggio, che si ci aveva fatto tanta paura ma non ci aveva impedito di continuare a lavorare, di continuare a portare conforto con il nostro sorriso ai nostri clienti .
    Il testo:
    Crevalcore ha il cuore in piazza,
    Vieni in piazza a far battere il cuore di Crevalcore!!!!
    Dolce pensiero che dedico nuovamente a tutti noi , che presto ritorneremo!

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