“Le ombre del nostro passato” di GIOVANNI BIANCONI dal Corriere della Sera del 20 maggio 2012

Coincidenze casuali o pianificate? Il fantasma della strategia della tensione

Se c’è la mano della criminalità locale — come da quelle parti è plausibile che sia — bisogna chiedersi dov’è la mente. E scoprire se appartiene allo stesso universo malavitoso, con obiettivi interni alle dinamiche delinquenziali della zona, oppure sta altrove e ha commissionato la strage ai malavitosi del posto.
È il principale dilemma di investigatori e inquirenti di fronte allo scempio della scuola di Brindisi intitolata a Francesca Morvillo Falcone, la moglie del magistrato trucidato insieme lei e tre agenti di scorta giusto vent’anni fa. Coincidenza suggestiva: casuale o ricercata?
È uno dei dettagli che potrebbe aiutare a svelare l’enigma, a trovare la mano e la mente. Perché è dai dettagli che si parte. A cominciare dall’innesco, ancora incerto: un timer o un radiocomando, alternativa non indifferente. Perché col timer è possibile l’errore nell’orario programmato e un risultato diverso da quello voluto; con un pulsante premuto quando le ragazze scendevano dall’autobus che le aveva portate a scuola invece no.
L’errore sarebbe, in teoria, compatibile con la pista della criminalità organizzata. Un attentato dimostrativo che s’è trasformato in un evento di morte. Dietro questa ipotesi si potrebbe individuare persino il movente: la risposta all’operazione di polizia che la scorsa settimana ha ulteriormente indebolito uno dei principali clan della zona in cui è nata la «quarta mafia», chiamata Sacra Corona Unita; il gruppo dei Pasimeni di Mesagne, dieci chilometri da Brindisi. Pochi giorni prima, sempre a Mesagne, c’erano stati un paio di attentati probabilmente legati alle estorsioni, ed era stata bruciata l’auto del presidente del comitato antiracket. E proprio da Mesagne arrivava il pullman con cui sono scese Melissa Bassi e le sue compagne travolte dall’esplosione. Coincidenza casuale o ricercata?
Ieri sono immediatamente scattate molte perquisizioni a inquisiti vecchi e nuovi di quelle parti, però non mancano le controindicazioni all’ipotesi della malavita locale. Prima fra tutte la sproporzione tra i possibili motivi e il tipo di azione; se pure non dovevano uccidere, tre bombole di gas avrebbero comunque causato danni ingentissimi. Contro un obiettivo che — a parte il nome della scuola — non ha nemmeno nulla di simbolico. Ieri il procuratore di Lecce Cataldo Motta ha spiegato che la mafia salentina cerca il consenso sociale, e a lui l’ha spiegato un pentito del clan Pasimeni, Ercole Penna. «Le nostre decisioni — ha dichiarato nei suoi interrogatori di recente il collaboratore di giustizia — sono sempre in qualche modo legate alle sollecitazioni che provengono dalla gente comune, che fa affidamento su di noi. Invero proprio noi del gruppo mesagnese capeggiato da me e da Massimo Pasimeni siamo molto benvoluti dalla gente di Mesagne, che spesso si rivolge a noi per i motivi più disparati e ha da noi la disponibilità costante in tutte le occasioni della vita quotidiana».
Con queste idee per la testa, perché piazzare una bomba dai possibili effetti micidiali davanti a una scuola frequentata da ragazzine? Ecco allora che diventa necessario pensare ad altro, per un’azione che ha comunque richiesto una certa professionalità e organizzazione, quasi certamente da parte di più persone.
Azione terroristica, come dice il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, nel senso che intendeva seminare terrore e panico tra i cittadini. E magari caos politico. Ma anche le stragi mafiose del ’92 e del ’93, in Sicilia e sul continente, sotto questo aspetto sono state classificate come terroristiche.
Gli investigatori dell’antieversione ieri sono stati subito allertati e hanno cercato spunti per immaginare la mano di qualche gruppo dinamitardo legato a ideologie o appartenenze politiche. Senza trovarne di credibili, almeno finora, in assenza di qualunque rivendicazione. Nemmeno fasulla. Qualcuno ha persino fatto balenare l’idea di rancori personali e persino passionali, che evidentemente contrasta con un’esplosione che ha richiesto appostamenti, valutazioni di luoghi e orari, complicità.
Si torna allora al terrorismo. Senza sigle e senza marchi politico-ideologici evidenti. O meglio, con movente politico ma non ideologico. È una supposizione ardita, magari fantasiosa, ma l’Italia ha una storia lunga e insanguinata dalla «strategia della tensione»; è il Paese delle stragi impunite e rimaste misteriose, depistate, inspiegate persino nei pochissimi casi in cui sono stati individuati i responsabili; è il Paese delle bombe nelle banche, nelle piazze e sui treni. Quattro decenni fa, in tutt’altro contesto e con tecniche diverse, certo; ma le modalità e gli esecutori possono cambiare insieme ai tempi e ai luoghi, mentre può tornare la volontà di creare scompiglio per indebolire un quadro politico-istituzionale, o rafforzarne altri.
Lo stesso superprocuratore Grasso ha inserito le stragi di mafia del ’92 e ’93 in una «strategia della tensione» che non si sarebbe mai interrotta. Utilizzando quarant’anni fa i neofascisti e vent’anni dopo boss e picciotti, grazie alle convergenze di interessi. Che quel meccanismo si riproduca dopo un altro ventennio, in una nuova stagione densa di incognite, con la crisi economica e dei partiti che offre prospettive molto incerte, è un’eventualità inquietante ma difficile da escludere a priori.
In questo caso coincidenze e suggestioni sarebbero volute per confondere le acque. Dal nome della scuola colpita alla data prescelta (la vigilia delle celebrazioni per il ventennale di Capaci), dalla vicinanza con un atto terroristico come il ferimento del dirigente dell’Ansaldo a Genova firmato da un gruppo anarchico all’ordigno artigianale, senza il tradizionale tritolo. E si tornerebbe a una manovalanza criminale (forse locale, forse no) innescata da menti esterne. Più o meno raffinate.
Sono ipotesi alternative fra loro. Congetture. Inevitabili di fronte a un attentato del quale manca una lettura immediata per come è stato organizzato, l’obiettivo selezionato e la città in cui è stato organizzato. Le indagini — con la ricerca di elementi di fatto certi — dovranno fornire gli elementi concreti per sceglierne una e farla diventare concreta.

“Le ombre del nostro passato” di GIOVANNI BIANCONI dal Corriere della Sera del 20 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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