“Finalmente i medici si occupano del malato grave” di ENZO BETTIZA da La Stampa del 20 maggio 2012

Se i mali non vengono solo per nuocere, si potrebbe ben dire che il disastro greco, giunto al suo atto finale, si manifesta proprio per questo come il momento della verità che finora tutti in Europa e in parte in America cercavano di evitare.

Offuscava il quadro della crisi, che era e resta soprattutto una crisi epocale dell’Occidente, una caterva di questioni economiche e finanziarie indubbiamente reali e credibili; ma spesso anche astruse, esagerate, teleguidate dalla mano invisibile dei mercati, dai giochi speculativi delle agenzie di rating, dalla disinformazione calcolatamente mirata alla diffusione del caos e del panico nelle Borse, nelle banche, nelle aziende, perfino nei governi e nelle masse e di nazioni periferiche più colpite dal grande dissesto.

L’unico fatto che in maniera incombente è apparso sospeso, come una spada di Damocle, sopra le teste dei partecipanti al G8 di Camp David, è stato il default ormai senza scampo della Grecia con tutto ciò che potrà conseguirne in tempi strettissimi: subito dopo, o anche prima, della prossime e reiterate elezioni del 17 giugno. La fuga di Atene dal tempio sconsacrato dell’Euro, il ritorno degli ateniesi alla mitica dracma d’argento che per primo protettore ebbe Apollo, insomma l’uscita non priva di paradosso storico e d’incubo dei greci da un’Unione che deriva l’appellativo di «europea» da una bellissima figlia del fenicio Agenore rapita dall’onnipotente Zeus.

Non sottovaluterei il senso simbolico, o se vogliamo il contraccolpo psicologico che non possiamo non avvertire all’idea di un’Europa già da anni travagliata, sempre più divisa, che ora sta per separarsi, in maniera caotica e forse definitiva, da una delle matrici più antiche e germinali della propria storia e cultura. Senza la lingua greca con tutti i suoi etimi sparpagliati fra le radici dei nostri idiomi indoeuropei, senza la Grecia classica, ellenica o ellenistica, o anche quella bizantina che durò dieci secoli cristianizzando slavi e asiatici, noi non saremmo ciò che siamo stati e che siamo ancora oggi.

Negli Anni 70, quando la Comunità europea d’allora inglobò nelle sue istituzioni la Grecia, fummo in molti a pensare, a sentire che il nuovo socio, accolto nell’impresa volta all’unità del continente, rappresentava per noi qualcosa di ben più significativo dell’acquisto di una semplice nazione balcanica. Avevamo la sensazione non solo di portare a termine un ineluttabile trattato politico ed economico; avevamo bensì la certezza di concludere, nel medesimo istante, con una tessera d’insostituibile rilievo ancestrale, il disegno di un mosaico culturale di cui noi stessi con la nostra attitudine all’arte, alla scienza, alla letteratura, alla filosofia, facevamo e facciamo geneticamente parte.

Tutto questo non va ovviamente confuso con una distorta visione parastorica basata su ricordi scolastici approssimativi, su facili stereotipi cinematografici e luoghi comuni da bassa letteratura. Non erano tutte rose quelle che fiorivano nella polis di Atene che «democraticamente» condannava Socrate alla cicuta, che avaramente conferiva il rango di legittimi «cittadini» a una minoranza oligarchica, periclea, riservando alle donne e agli schiavi un’esistenza umiliante di seconda mano. Non vanno poi dimenticate le guerre spesso inutili e suicide tra le varie polis, che faciliteranno la discesa imperialistica delle legioni macedoni, né gli intrighi levantini e le crudeltà spesso mostruose che molto più tardi perpetreranno i teocrati bizantini.

Ricorderemo certo con ammirazione lo scatto risorgimentale, che avverrà ancora più tardi, nel primo Ottocento, e avrà per protagonisti i combattivi patrioti greci cantati da Byron: greci autentici, non più «greculi», come si compiacevano di considerarli con sprezzo i diplomatici occidentali e i pascià ottomani.
Ma torniamo al presente. O, meglio, al passato prossimo e triste, segnato dagli Anni 90 in poi dall’avvento dell’euro, in cui tanti cittadini grandi e piccoli, ministri e uscieri, socialisti e conservatori dinastici, sono tornati a comportarsi da «greculi». Hanno cominciato a guardare alle casse di Bruxelles, troppo indulgenti o distratte, come a forzieri in libertà cui era possibile attingere presentando conti sfalsati; hanno preso a vivere al disopra delle loro possibilità e a giustificare la loro condotta con argomenti spesso indecenti.

Il caso della Olimpiadi ateniesi del 2004 ha fatto scuola come la più scandalosa esibizione di scialo collettivo: «Una perfetta lezione» – è stato scritto – «su come si possa tracciare e percorrere a gambe levate una via nazionale alla miseria». Il titolo di un recente bestseller di Stavros Lygeros, editorialista di punta del quotidiano Kathimerini, la dice tutta in quattro parole: «Dalla cleptocrazia alla bancarotta». Ma sarebbe eccessivo e subdolo sostenere, come si sostiene oggi a Berlino, che i greci indistintamente sono tutti cleptocrati o cleptomani.

La cura di rigore imposta dalla cancelliere Merkel ai debitori ha un aspetto, più che terapeutico, gelidamente punitivo: una sorta di ordalia gotica che impone ai falliti di Atene il suicidio e ai mezzi falliti della Spagna la lenta narcosi prima della morte. Incalza il censore Lygeros: «Ci si chiede di ridurre il settore pubblico, licenziare 150 mila statali, mentre il problema è di riorganizzarlo. Abbiamo una preoccupante ondata di criminalità e un’invasione di clandestini, eppure ci chiedono di diminuire i poliziotti. Quello che invece chiediamo noi all’Europa non è solo questione di danaro; le chiediamo di darci una mano anche per liberarci dal giogo dei truffatori e delle clientele. Purtroppo la troika (Bruxelles, Francoforte, Fondo monetario) si è impuntata a imporre l’abolizione delle professioni chiuse che in Grecia non esistono. Un delirio. Ora siamo nella fase del saccheggio pubblico». Nonostante tutto Lygeros, europeista convinto, sostiene che l’Europa non sarà in grado di reggere l’impatto dell’espulsione di Atene dall’Eurozona.

La stessa cosa l’ha sostenuta con fermezza l’ospite di Camp David, il presidente Obama, il quale domanda agli europei, anche tedeschi, meno austerità e più investimenti per la crescita. L’ultimo atto del dramma greco ha visto da una parte uniti l’americano Obama, l’italiano Monti, il francese Holland. Più che mai isolata e imbarazzata una Merkel, oltretutto segnata dai recenti lividi elettorali, con i socialdemocratici e gli stessi alleati liberali che ne contestano la durezza antiellenica. La brezza di svolta, di novità fra le sponde dell’Atlantico, è nell’aria. Forse ci voleva una malato grave nello sfondo. Non si sa quello che potranno fare i medici che si sono mossi: si sono comunque mobilitati e non è da escludere che, con un farmaco dolce, riescano a rimetterlo in piedi. Vedremo più chiaro dopo il 17 giugno.

“Finalmente i medici si occupano del malato grave” di ENZO BETTIZA da La Stampa del 20 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Finalmente i medici si occupano del malato grave” di ENZO BETTIZA da La Stampa del 20 maggio 2012

  1. adriano ha detto:

    … la troika (Bruxelles, Francoforte, Fondo monetario) … Folgorante!
    In queste quattro parole si sunteggia la questione delle questioni! Chi controlla questi controllori? La finanza non può diventare il centro decisionale primario. Nessuno le nega il diritto di partecipare alla gestione delle scelte, ma lei non si può arogare dirirtti che nessuno le ha dato. La politica, la troppo vituperata politica, deve riprendere il sopravvento. Perchè è la politica che rappresenta TUTTO il popolo, la finanza si limita a rappresentare il mero interesse di una infinitesima parte del popolo.
    Giusto per la precisione, quando parlo di Politica non sto pensando al partitismo, questa è un’altra storia! Questo è quello che ci ha portati alla aberrante fobia per il libero scambio delle idee, per chi ce l’ha…

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