“È ora di investire nei valori etici” di JOAQUÌN NAVARRO-VALLS da La Repubblica del 19 maggio 2012

Stiamo vivendo un periodo di crisi. Forse questa è tra le espressioni più ricorrenti che è possibile ricavare dalla lettura quotidiana dei giornali o dall´osservazione di un qualsiasi dibattito televisivo. Ma non si tratta, invero, di una novità senza precedenti. Il paragone storico che il più delle volte viene stabilito richiama la débâcle economica e politica della fine degli anni 20 del secolo scorso. Da lì l´Europa venne fuori grazie all´investimento americano nel cosiddetto New Deal, un insieme di riforme virtuose con cui il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt risollevò, fra il 1933 e il 1938, le sorti del pianeta. Al resto pensò la guerra.
Nel presente, però, malgrado l´efficace paragone, la crisi assume un volto meno uniforme, largamente più esteso e radicalmente meno controllabile. Anche perché l´odierna recessione si sta prolungando, dopo l´abbrivio bancario statunitense dell´autunno del 2008, in una specie di tunnel interminabile. Perciò ad oggi è impossibile trovare una proposta di riforme analoga a quella di cent´anni fa per linearità e risolutezza.
Insomma, stiamo vivendo una fase orribile e disarmante, la quale, parafrasando l´omonimo libro di Edmund Husserl, intitolato per l´appunto La crisi delle scienze europee, potrebbe titolarsi “la crisi della civiltà globale”. Ossia, non un breve intervallo, ma uno status depressivo permanente, destinato a determinare tutte le relazioni economiche e politiche dei prossimi decenni.
In primis, è importante ricordare che l´instabilità economica non è esattamente una novità. L´originalità del presente, semmai, sta nel fatto che non sussistono più le condizioni culturali per poter risolvere tutto alla svelta, perché la rappresentazione che abbiamo ha i connotati “congiunturali” di contingente precarietà che trasforma le nostre comunità in un´enorme “società liquida”, come l´ha definita efficacemente il sociologo Zygmund Baumann.
Proviamo a leggere, ad esempio, qualche dato riguardante l´Italia. Nel quadro economico-finanziario dei conti pubblici dell´Eurozona dell´ultimo triennio il debito pubblico italiano si mostra tra i più elevati (oltre 1600 miliardi di euro, pari al 27 % dell´intera area monetaria comune). Le operazioni di contenimento del deficit hanno fatto evitare una deriva involutiva di tipo greco, ma nel periodo dal 2008 al 2010 al peso del passivo statale si è aggiunto il tracollo del Prodotto Interno Lordo, un onere aumentato di 15 punti e stimato, all´incirca, come il 119 %. D´altra parte, al di là delle valutazioni politiche, sebbene la situazione italiana mostri scompensi cronici e anomalie esclusive, la situazione non è tanto migliore per Francia e Germania, rispettivamente a 18 e 19 punti.
Dove la condizione nazionale sembra essere veramente gravissima è, ancor più, dal lato lavoro. Il livello italiano di attività è allacciato a quello della media europea, anche se con una maggiore incidenza del debito. La flessione sull´occupazione osservata nel 2010 ( – 0,7 per cento, pari a – 153 mila unità) rivela grandemente l´entità congiunturale del gap occupazionale che investe innanzitutto le professioni qualificate e tecniche ( – 251 mila unità) e gli operai specializzati ( – 109 mila unità), con una diminuzione dell´occupazione femminile non qualificata enorme (pari a 19 mila unità).
L´allontanamento di massa dalla produttività, dunque, è certamente un male concreto. È importante, a ogni buon conto, porsi correttamente la domanda se a generare davvero la crisi siano i rilievi negativi che constatiamo oppure le caratteristiche, tutto sommato, contingenti che andiamo selezionando. Sì perché l´epistemologo Karl Popper avvisava che si verifica sempre solo quello che si vuole dimostrare. E le nostre statistiche considerano principalmente quei fattori di crisi che sono quantificabili e riportabili a resoconti calcolabili con evidenza.
A guardare bene la realtà, insomma, la cosiddetta crisi congiunturale deriva dal fatto che noi tentiamo di rendere stabili comportamenti che sono necessariamente dinamici e variabili, e per definizione non risolvibili. Tale è, d´altronde, il metodo che definisce l´atteggiamento empirico preminente nel nostro tempo.
Se, però, non ci sono più risorse per un welfare economico, non bisogna dimenticare che esiste un welfare che non costa nulla, e riguarda il costume e il modo di vita che si intende scegliere. Immaginiamo per un momento quanto diverso sarebbe il modo d´essere della realtà sociale se noi investissimo tempo e passione su aspetti umani che sono invariabili e permanenti. Mi riferisco a quelle scelte che già Aristotele definiva essenziali, appunto perché non svaniscono in un attimo. L´amicizia, la famiglia, i rapporti di paternità e maternità, il tempo libero, l´estetica ambientale, la religione sono, appunto, “imprese” permanenti, a differenza del lavoro, dell´occupazione, del debito nazionale, pubblico e privato, che, essendo fisionomie congiunturali, non restano identiche se non per breve tempo. Le prime opzioni coincidono proprio con quei presupposti umani primari che chiamiamo valori, essendo indispensabili per fissare il livello qualitativo di vita che è possibile raggiungere. Esse costruiscono quanto Anthony Giddens chiama il “welfare della felicità” e ultimamente Martha Nussbaum “beni non per profitto”.
Come negare, d´altronde, che la prima e più grande ricchezza di una società siano i figli, i giovani e i loro progetti riguardanti il futuro, una risorsa non quantificabile e non misurabile, sebbene sensibilmente presente nelle attenzioni dell´opinione pubblica?
La conclusione del ragionamento è, quindi, piuttosto semplice. È vero, viviamo un momento di crisi globale. Ed è vero che questa crisi globale è oggettiva e deriva dalla valutazione economica del debito, della poca produttività e dell´alto tasso di disoccupazione sociale. Ma la causa ultima della crisi è il non investire a dovere sull´importanza culturale di quanto è umanamente durevole e continuativo. Si tratta dei valori etici sostanziali che, al netto della crisi, sono gli unici in grado di dare solidità alla società, rendendola potenzialmente popolata di persone felici. Ben inteso, potenzialmente, perché occorre impegnarsi, con buona pace della congiunturale crisi del momento e della presunta liquefazione dei valori.

“È ora di investire nei valori etici” di JOAQUÌN NAVARRO-VALLS da La Repubblica del 19 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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