“La democrazia in franchising dove qualcuno è più uguale degli altri” di Giovanni Taurasi

Perché sostengo che Grillo ha una concezione padronale della politica? Per tanti motivi, ma uno è a dir poco lapalissiano. E il primo a darmi ragione è proprio Grillo. Sul sito del Ministero dello Sviluppo economico alla voce “Marchi e Brevetti” è possibile vedere il marchio figurativo del Movimento 5 stelle ripresa nell’immagine o collegandosi a questo link:

http://www.uibm.gov.it/uibm/dati/Titolare.aspx?load=info_list_uno&id=2026991&table=TradeMark&#ancoraSearch



Si tratta appunto del simbolo del Movimento 5 Stelle, che ha un proprietario: Giuseppe Grillo. Per cui, se un giorno Grillo decide che gli eletti sotto quel simbolo non lo rappresentano più, o che in un determinato comune non si può presentare una lista con quel simbolo, può farlo, decidendo d’imperio e personalmente, senza dover consultare nessuno, e nemmeno il Movimento 5 stelle locale (e ciò è già accaduto). Nulla di male, solo che non c’entra niente con la democrazia, e soprattutto smentisce lo slogan grillino per cui nel movimento 5 stelle “uno vale per uno”. Grillo lo ha anche riconosciuto apertamente, perché il marchio prevede di fatto un “franchising” revocabile in qualsiasi momento. Anche altri partiti purtroppo hanno lo stesso assetto personalistico e proprietario. Come nella La fattoria degli animali di George Orwell, anche con Grillo “tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”. Ecco, diciamo che se vogliamo trovare qualche differenza tra la democrazia in franchising e la democrazia vera e propria, possiamo andare a vedere questo link
http://www.uibm.gov.it/uibm/dati/Testo.aspx?load=info_list_uno&id=1565149&table=TradeMark&#ancoraSearch

dove troviamo il simbolo del PD, che appunto non appartiene ad un padrone e ad una persona singola, ma ad un’associazione, e di fatto agli iscritti che ne decidono gli organi dirigenti e ne scelgono perfino il segretario con le primarie, coinvolgendo anche i sostenitori del PD non iscritti.

Come ho già sostenuto, gli italiani hanno già provato a farsi guidare da un ricco buffone di destra, omofobo, xenofobo ed antieuropeista, che pensava che la mafia non fosse un problema e che invitava ad evadere le tasse. Anch’egli aveva una visione padronale del suo movimento politico e voleva fare piazza pulita dei partiti precedenti, non risparmiando volgarità ed offese alle istituzioni. Anch’egli e i suoi alleati cavalcavano la rabbia sociale. Intanto il suo conto corrente cresceva. Sappiamo com’è finita!

Siamo proprio costretto a ripetere l’esperimento per altri 10 anni con chi non presenta particolari differenze con il predecessore?

GT

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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