“Se il povero ha gli occhi di un bambino” di WALTER VELTRONI da L’Unità del 16 maggio 2012

Si apre addirittura con Pollicino, il rapporto sulla povertà infantile reso noto ieri da Save the Children. Comincia con questa tristissima favola di Perrault, lo spaccalegna con le lacrime agli occhi che abbandona i figli nel bosco perché se la cavino da soli, come metafora di un’Italia sempre più povera che dimentica i suoi giovani e, così facendo, rinuncia al futuro. I dati sono terribili. Secondo Eurostat, infatti, il divario tra i minorenni a rischio povertà (24,7%) e il totale della popolazione nella stessa condizione (18,2%) raggiungerebbe in Italia il 6,5%. È uno dei più alti d’Europa, inferiore soltanto a quello registrato in alcuni nuovi stati membri come Romania, Ungheria e Slovacchia. Un primato angoscioso. In numeri, questo significa che un milione e 876mila tra bambini e adolescenti vivono in famiglie che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Di questi, ben 653mila, secondo Istat, «non hanno la possibilità di accedere a un paniere di beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile». Una causa, e non di poco conto, sta nella fine del tempo in cui i Paesi occidentali stavano chiusi in loro stessi come fortini in un benessere autosufficiente, che permetteva di dividere l’umanità in primo, secondo e terzo mondo. La centrifuga di un’economia globale, di lavoro e imprese che si spostano a ritmi mai visti, infatti, disarticola ogni cosa, connettendo le società secondo una rete trasversale che divide tutto in centro e periferia. Primo mondo, secondo mondo, terzo mondo, si trovano a coesistere a qualche decina di chilometri, a volte a qualche centinaia di metri. È la sfida della politica nel nuovo secolo. Lo si legge ancora una volta nei dati raccolti da Save the Children. I bambini più poveri oggi non sono più quelli che vivevano nelle famiglie allargate di una volta. Sono quelli con un genitore solo, specialmente se madre e con basso titolo di studio, per gran parte concentrati nel Sud e nelle Isole (rispettivamente il 25 e il 30 per cento, contro il 7 del Centro e il 5,1 del Nord). In questi casi l’intensità della povertà è maggiore di quasi dieci punti rispetto alle coppie (43,6% contro 34,4%), con un aumento del 15% rispetto a quindici anni fa e di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2006. È allarmante, così, scoprire come la povertà sia conseguenza di una modernità in crisi, di una disgregazione sociale che non ha niente a che vedere con residui delle società preindustriali del passato, ma con il futuro, con le promesse di libertà individuale non mantenute dallo sviluppo. Se c’è un risvolto positivo, però, è che non si può più girare la testa, fare finta di niente. La complessità del mondo contemporaneo è in ogni momento sotto i nostri occhi e chiede giustizia, chiamando in causa responsabilità precise. L’Italia, come sappiamo, subisce la sua storia e la sua posizione geografica di nazione «troppo lunga» – per usare l’espressione efficace di Giorgio Ruffolo – e per alcuni aspetti mai compiutamente unitaria. Una ragione vera, profondamente vera che troppo spesso, però, vira all’alibi. Abbiamo dovuto aspettare questo governo perché si sbloccassero due miliardi e trecento milioni di euro di fondi strutturali europei, risorse disponibili ma lasciate giacere nelle casse dell’Ue, per devolverli alle politiche per la famiglia nel Sud, particolarmente per giovani, giovanissimi e anziani. Non è abbastanza, ovviamente, e in questo periodo di crisi, di entropia sociale, oltre che a più efficienza, e a più risorse – l’Italia spende per l’infanzia l’1,4 del Pil contro il 2,3 della media Ue – dobbiamo lavorare a un più forte senso della comunità. La libertà individuale è stata l’utopia del Novecento, quando una ricchezza e un progresso che sembravano illimitati promettevano a ciascuno di affrancarsi da vincoli di ogni genere e di scegliere contrattualmente la natura dei rapporti da intrattenere con gli altri. Oggi, sappiamo che quel sogno così attraente è parzialmente irraggiungibile, poiché la limitatezza delle risorse limita le aspirazioni e la solitudine, anche nel benessere, è dura da sostenere e fa emergere bisogni insospettati. Laddove la ricchezza viene a mancare, così, alla nuova povertà si aggiunge l’isolamento, quello raccontato da Save the Children, in cui la disgregazione sociale rende vulnerabili ed espone al potere violento, al ricatto delle criminalità organizzate, sempre pronte ad approfittare dei tessuti umani e legali che si disgregano. La risposta a tutto questo è più comunità, condivisione, una politica attenta a unire e non a spaccare. Una condivisione fondamentale, per affrontare con successo, le sfide dei una globalizzazione che richiedono comunità coese e solidali. E in questo senso, non c’è comunità senza una più equilibrata diffusione dei saperi che la rendano coesa e forte, anche nel senso di un patto culturale tra generazioni. Un investimento chiaro in formazione, altro fronte doloroso che emerge da questo rapporto, perciò, in cui si scopre che per abbandono scolastico e per titolo di istruzione l’Italia è ancora una volta tra gli ultimi dell’area Ue. Occorre agire urgentemente, poiché la situazione è grave e non promette nulla di buono. Resta, infatti, particolarmente per il nostro Paese, una verità profonda, quella ricordata a suo tempo da Winston Churchill: «Per una nazione non c’è investimento migliore che dare latte ai suoi figli».

“Se il povero ha gli occhi di un bambino” di WALTER VELTRONI da L’Unità del 16 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Se il povero ha gli occhi di un bambino” di WALTER VELTRONI da L’Unità del 16 maggio 2012

  1. Simone Martini ha detto:

    Se quei 10’000’000 di poveri sapessero che l’UE ci costa 20’000’000’000 di Euro all’anno e che le loro condizioni di vita non valgono il rimborso e il pagamento degli interessi di un debito pubblico che potrebbe essere ristrutturato… 🙂
    “Io odio gli indifferenti” A.G.

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