“La domanda a cui Curcio non risponde” di AGNESE MORO da La Stampa del 13 maggio 2012

Sono molte le domande che la vicenda del ferimento del dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi porta con sé. La prima: si poteva prevedere e prevenire questo drammatico episodio? E poi: a quali risultati hanno portato dieci anni di indagini sulla Federazione Anarchica Informale? Cosa si sta facendo per proteggere coloro che rischiano di essere i prossimi obiettivi?

Che cosa vogliono davvero questi anarchici? E che cosa può fare la società per far tacere le armi? E molti altri quesiti si potrebbero aggiungere. Mi ha un po’ sorpreso che, in un contesto così ricco di interrogativi, «la Repubblica» abbia considerato importante pubblicare una intervista a Renato Curcio, che fu tra i fondatori delle Br, considerandolo, evidentemente, un osservatore autorevole della vicenda di Genova. Francamente l’intervista non aggiunge nulla alla comprensione di quel fatto, né ci aiuta a capire come si torna indietro da un percorso di violenza, cosa che davvero i protagonisti di allora potrebbero aiutarci a comprendere. Sono tantissimi, infatti, coloro che, da sinistra e da destra, parteciparono alla lotta armata, per capire poi, con lunghi e faticosi cammini (ai quali non è stato affatto estraneo un contributo della società) quanto fosse stata orrenda e sbagliata quella stagione.

Da quanto emerge dall’intervista, Curcio non sembra essere tra questi, dal momento che alla domanda cruciale: «Lei condanna questa violenza?» evita accuratamente di rispondere. Con l’effetto di ferire noi che negli anni della lotta armata abbiamo perduto persone che amavamo, e di creare nel lettore l’idea che una simile ambiguità sia di tutti coloro che furono protagonisti della stagione del terrorismo; cosa assolutamente non vera, che mortifica il loro sforzo di cambiamento – e quello di coloro che l’hanno sostenuto con tanto impegno – e impedisce di vedere che uscire dalla violenza è possibile, non solo per alcuni, ma per tanti.

L’Italia è un Paese meraviglioso, che in ogni angolo propone umanità, impegno, dedizione. Ma è anche un Paese al quale la violenza – subita e agita – non è purtroppo estranea. Ce lo dicono i tanti omicidi di donne, gli scontri negli stadi, il difendersi da soli con le armi, la presenza invasiva di cosche mafiose, il nostro tollerare, come nel caso delle carceri, situazioni che non possono che lasciare spazio a comportamenti violenti, l’aderire all’idea che i conflitti internazionali si risolvono con le armi e non con la diplomazia. Dobbiamo ancora lavorare per espellere la violenza dal nostro modo di essere e di pensare, nell’unica maniera possibile, ovvero non considerandola mai una risposta efficace ai problemi di ognuno di noi, del nostro Paese e del mondo.

“La domanda a cui Curcio non risponde” di AGNESE MORO da La Stampa del 13 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “La domanda a cui Curcio non risponde” di AGNESE MORO da La Stampa del 13 maggio 2012

  1. Gabriella Carnino ha detto:

    Mia cara (virtuale) Agnese Borsellino,
    potremmo considerare che, se avesse voluto, Renato Curcio probabilmente avrebbe mandato a Diosadove il o i giornalisti che non sanno fare altro che rovistare nello stagno di ciò che fu, ed ormai non è più, ma è stato e non è modificabile. Con la consueta educazione e santa pazienza, Curcio ha risposto nel modo più equilibrato e sereno possibile.
    Qualcuno, e lei fra questi, ha comunque trovato la maniera di polemizzare… Pane per i vostri denti!
    Non la facevo così, comunque la saluto e le auguro di non farsi tirare in mezzo più di tanto: si chieda invece la sua mostruosa violenza di chi è figlia, e si dia, se può e se vuole, la risposta.
    Gabriella Carnino

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    • QuintoStato ha detto:

      Non concordo. Anche io quando ho letto l’intervista di Curcio ho pensato come Agnese (Moro!) che la risposta di Curcio ad una precisa domanda sull’agguato di Genova era troppo evasiva e avrebbe invece dovuto condannare esplicitamente quanto accaduto, e non trincerarsi dietro al fatto che parliamo di epoche e fatti diversi (questo è evidente). Per questa ragione ho scelto il commento di Agnese Moro da La Stampa di domenica per il blog. A chi critica Agnese Moro, invitandola perfino “a non farsi tirare in ballo più di tanto”, suggerisco di interrogarsi non su di chi sia ‘figlia’ la violenza che ha generato il terrorismo, ma su di chi è figlia Agnese Moro, che pure ha espresso il suo parere “con la consueta educazione e santa pazienza”, soprattutto considerando quanto il terrorismo abbia segnato la sua famiglia. Ultimo punto: dire di chi sia figlia la violenza terroristica degli anni Settanta non è semplicissimo, perché la paternità appartiene a molti. Certamente però anche a coloro che hanno fondato le BR. Hanno pagato le loro colpe ed è giusto che siano restituiti alla società, ma sarebbe altrettanto giusto che condannino esplicitamente gesti violenti come la gambizzazione di Genova.
      GT

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