Francia, dove non abita l’antipolitica di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera dell’11 maggio 2012

C’è stato un tempo, ormai lontano, in cui Francia e Italia erano considerate, in Europa, Paesi assai diversi, sì, ma entrambi «politici», anzi, «iperpolitici» per eccellenza. Il tempo in cui François Mitterrand veniva chiamato le Florentin: e attribuirgli una concezione machiavellica della politica era più che altro un complimento, a Roma e a Parigi.
Non è più così. La politica, i partiti e magari anche la democrazia sono in crisi sotto ogni cielo; e, quanto ad angosce sul presente e sul prossimo futuro, i francesi non sono messi molto meglio di noi. Ma la Francia «politica», anzi, «iperpolitica», lo è tuttora, eccome, compresa quella che ha votato al primo turno per Marine Le Pen o, all’opposto, per Jean-Luc Mélenchon: se provate a chiedere in giro che cosa sia l’antipolitica, vi guarderanno stupefatti. L’Italia, invece, non lo è più da un pezzo. Domenica sera, per dire, si sono visti in tv il popolo socialista, sterminato e festante, della Bastiglia, ma pure migliaia di ammutoliti e dolenti sostenitori di Sarkozy che, indifferenti ai sondaggi, avevano affollato la sala della Mutualité nella speranza di un miracolo dell’ultima ora, e ci erano rimasti in lacrime per rendere omaggio al loro leader sconfitto. Il giorno dopo, da noi, quando cominciavano a circolare i primi dati su una tornata di elezioni amministrative che già suonavano, al di là dei risultati di questo o di quello, come campane a morto, persino la piazza politica per eccellenza, il Transatlantico di Montecitorio, era quasi deserta. E i non moltissimi interessati all’esito del voto volevano sapere soprattutto di Beppe Grillo. Se però domenica e lunedì si fosse votato per rinnovare il Parlamento, le cose sarebbero andate allo stesso modo, o anche peggio. Da anni eminenti politologi francesi ci spiegano quanto siano numerose, e profonde, le crepe della Quinta Repubblica. Ma in un passaggio destinato a restare storico anche nel caso che François Hollande si rivelasse impari alla prova, la Quinta Repubblica ha retto la prova alla grande. Si sono confrontate aspramente non solo due personalità, ma due idee della Francia, dell’Europa e magari anche dello stare al mondo. L’80 e passa per cento dei francesi, smentendo i sondaggi della vigilia, è andato a votare, disponendosi a sinistra e a destra con buona pace di chi considera queste parole dei polverosi residuati del Novecento: segno che l’offerta politica (quella dei partiti al primo turno, quella dei due candidati presidenti al secondo) ha trovato un suo punto di equilibrio con la domanda. Non mancano gli interrogativi politici, anche pesantissimi, per la Francia e anche per l’Europa: forse già nelle imminenti elezioni legislative il Fronte Nazionale riuscirà a mettere a segno colpi decisivi per il suo disegno di destabilizzazione dell’Ump, minando così il muro invalicabile che ha sin qui diviso la destra estrema da quella costituzionale. Ma si tratta, appunto, di interrogativi politici.
È quasi inutile sottolineare che, da noi, vale il discorso opposto. La cosiddetta Seconda Repubblica è nata, sempre che sia mai nata, sulla scorta dell’archiviazione, per via giudiziaria e per via referendaria, della vecchia politica e dei vecchi partiti; suscitando così, ai suoi albori, passioni e speranze. Peccato, però, che lungo i suoi quasi vent’anni di vita non abbia prodotto né vera nuova politica né veri nuovi partiti, ma solo un’interminabile, furibonda battaglia tra berlusconismo e antiberlusconismo. Così che, venuto meno l’oggetto, anzi, il soggetto, della contesa, i cavalieri inesistenti che ne erano stati protagonisti, e più di tutti, ovviamente, il Pdl, si sono ritrovati senza una parte vera in commedia, costretti loro malgrado, con l’eccezione della Lega, a fungere tutti assieme da maggioranza, nella grande coalizione più atipica che la storia ricordi. Non c’è da sorprendersi, anche a lasciar da parte le polemiche sulla «casta», se la cosiddetta antipolitica (Grillo e non solo Grillo, perché nella pancia di un Paese in crisi c’è pure di peggio) dilaga: ma questa è la febbre, seppure assai alta, non la malattia che affligge quel che resta della nostra democrazia. Pensare di andare a lezione dalla Francia per trovare la terapia non avrebbe senso. Provare un po’ di invidia, sì.

Francia, dove non abita l’antipolitica di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera dell’11 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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