“Il dovere di “farsi carico”” di MARIO CALABRESI da La Stampa del 10 maggio 2012

Esiste un’idea capace di salvare la politica, di restituirle quella dignità che sembrerebbe irrimediabilmente perduta? Ieri mattina ho ascoltato Giorgio Napolitano celebrare per l’ultima volta il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi e ho pensato che la risposta è racchiusa in due sole parole: «Farsi carico».

Mentre il Presidente parlava mi è tornata in mente una sera di quattro anni fa quando, nella stazione dei vigili del fuoco di un piccolissimo paesino dell’Iowa, mi capitò di ascoltare Hillary Clinton parlare a un gruppetto di elettori del suo partito. Uno le chiese cosa fosse la politica e lei rispose: «Fare la differenza nella vita della gente». Alla fine, prima di andarsene, si accorse che vicino all’uscita era rimasta solo un’anziana madre con un figlio disabile sulla sedia a rotelle. Non c’erano telecamere o fotografi, se ne erano andati tutti, ma Hillary si avvicinò e si mise ad ascoltare il lungo sfogo di questa donna che le parlò delle paure per il futuro del suo ragazzo.

La Clinton si mise a spiegarle a quali assistenze avrebbe potuto rivolgersi e le raccontò come avrebbe voluto cambiare una legge. Andarono avanti per quasi venti minuti. Guardando il volto rasserenato di quella donna, che si sentiva finalmente compresa, mi resi conto di cosa significa «farsi carico» dei problemi dei cittadini.

Significa prima di tutto ascoltare, capire di cosa c’è bisogno, immedesimarsi nelle difficoltà delle persone e poi avere il coraggio di sfuggire dagli slogan, per cercare soluzioni oneste e rispettose della complessità.

Cinque anni fa la memoria del terrorismo e delle stragi e delle sue vittime era un campo di macerie, pieno di rabbia, dolori, rancori e polemiche ideologiche. La prassi politica corrente avrebbe suggerito di tenersene alla larga, limitandosi a qualche ricordo di maniera. Giorgio Napolitano invece ha avuto il coraggio di accollarsi il problema, di dare un contenuto vero a una giornata che il Parlamento aveva appena istituito ma che era tutta da inventare. «Queste Giornate ha spiegato -, il ricordo di quegli uomini e di quelle donne come persone, la vicinanza al dolore delle loro famiglie, la riflessione intensa su quelle vicende, su quel periodo di storia sofferta, di storia vissuta sono stati in questi anni tra gli impegni che più mi hanno messo alla prova e coinvolto non solo istituzionalmente, ma moralmente ed emotivamente. Hanno messo alla prova la mia capacità di ascoltare e di immedesimarmi, la mia responsabilità di lettura imparziale, equanime di fatti che chiamavano in causa diverse ed opposte ideologie e pratiche politiche».

E’ stata fatta una grande opera di ricomposizione, di ricostruzione e di trasmissione della memoria, si sono costruiti percorsi preziosi e utili in tempi di nuova crisi «per porre un argine insuperabile a ogni rigurgito di violenza». Giorgio Napolitano si è emozionato e commosso ricordando la delusione per la «giustizia incompiuta» e il coraggio di chi ha superato barriere un tempo considerate insormontabili.

Questo suo impegno è stato capace di fare la differenza, di diventare un punto di riferimento e resterà un esempio di cosa possono essere la politica e le Istituzioni.

Perché l’unico antidoto all’insulto, allo smarrimento, a quell’aridità che ci condanna a non avere più sogni e fame di futuro è la fatica dell’impegno quotidiano, è la capacità di farsi carico dei problemi e dei bisogni che ci circondano ed è anche la capacità di commuoversi. Per non essere condannati al cinismo abbiamo bisogno di ascoltare e di lasciarci coinvolgere, di riconoscere i bisogni di chi fa parte della nostra comunità, e questo vale per tutti, non solo per i politici o per i presidenti.

“Il dovere di “farsi carico”” di MARIO CALABRESI da La Stampa del 10 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il dovere di “farsi carico”” di MARIO CALABRESI da La Stampa del 10 maggio 2012

  1. Maria R. ha detto:

    Spero che questa mia risposta possa giungere al direttore Mario Calabresi, poichè non è stato possibile trovare l’articolo sul sito de La STAMPA, che avevo letto sul cartaceo.
    Egr. direttore Mario Calabresi,
    la risposta racchiusa in due sole parole «Farsi carico»che il Presidente della Repubblica ha pronunciato e che Le ha fatto ritornare alla mente quell’episodio cui assistette alla presenza di Hillary Clinton fermatasi ad ascoltare il lungo sfogo di una donna che le parlò delle paure per il futuro del suo ragazzo disabile, e che Le permise di rendersi conto di cosa significhi «farsi carico» dei problemi dei cittadini, sarebbe questa, secondo Lei, l’idea “capace di salvare la politica” in Italia e nel mondo.
    Io credo che molti di questi nostri politici- politicanti di mestiere- abbiano dimostrato di non essere stati e di non esserne capaci:
    -abbiamo sentito solo parole di fronte alle richieste ed ai moniti di Napolitano in merito ad una nuova legge elettorale, all’omologazione dei loro stipendi alla media europea, sordi perfino di fronte alla proposta di rinuncia della 3° tranche dei rimborsi elettorali (presi doppi per tre anni, essendo la legislatura terminata prima, quella del 2006\2011).
    Tale nobile frase poi, di “farsi carico”, vale ed è trasferibile a qualunque professione, mestiere, ruolo e funzione che investono ogni cittadino in ogni momento della vita: è una scelta che riguarda la morale, l’etica e la deontologia di ogni professione..
    Conosco molto bene questa frase e da oltre 10 mesi ne rivendico il rispetto e l’applicazione: è stata scritta in una sentenza da un collegio di giudici della Suprema Corte di Cassazione che ha “annullato senza rinvìo “una sentenza indegna di un tribunale del Piemonte, poichè il giudice “non si fa carico”(è scritto proprio così!) di violazioni, abusi ed illegalità documentate agli atti, che costituirono pericolo mortale a tre giovani, costiuendo nesso causale con il tragico evento.
    Ci sarà un giudice che finalmente applicherà il dettato della Suprema Corte e vorrà “farsi carico”?
    E’ terribile per chi subisce una perdita così grave l’essere sottoposti ad un vero e proprio calvario processuale, dove molti addetti ai lavori non assolvono alla loro funzione, rifiutando di farsi carico di una giustizia volta a tutelare il valore della legalità per conseguire un bene comune: la tutela della sicurezza della vita.
    Maria R.

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