“Le nuove imprese digitali crescono se sanno rischiare (e anche fallire)” di ALEC ROSS dal Corriere della Sera del 9 maggio 2012

Caro direttore, ho appena compiuto quarant’anni ed è stato un compleanno interessante per chi, come me, ha l’incarico di Consigliere speciale per l’Innovazione del Segretario di Stato Hillary Clinton. Per un verso, nelle alte sfere del governo questo compleanno coincide con il raggiungimento dell’età adulta. L’immagine di un diplomatico di carriera o del ministro di un governo evoca il concetto di esperienza ed è in qualche modo legato ai capelli grigi. D’altro canto, a volte mi sento troppo vecchio per far parte dell’altra comunità, quella con cui passo una buona parte della mia vita professionale: gli innovatori e gli imprenditori che sono la forza propulsiva dell’economia del XXI secolo. Mi colpisce constatare quanto siano sempre più giovani questi nuovi capitani d’industria e quanto il loro lavoro appaia distante dalle attività dei funzionari governativi che risiedono nelle capitali, dove il rafforzamento delle nostre economie è il più importante argomento di discussione.
Trovandomi al punto d’intersezione tra gli alti funzionari governativi e gli imprenditori del XXI secolo penso che sia necessario avvicinare gli uni agli altri. È sempre più chiaro che se negli Stati Uniti e in Europa l’economia si riprenderà sarà grazie alla capacità dei nostri Paesi di supportare e dare spazio all’innovazione. Appare evidente che l’innovazione può immettere nuova energia nella macchina dei nostri sistemi economici, e la maggior parte di quest’innovazione verrà dalle menti e dall’impegno di questi giovani uomini e donne tra i venti e i trent’anni.
Esiste un precedente. Oggi in America il 40% del Prodotto interno lordo deriva da aziende che non esistevano prima del 1980. Sono dati statistici sorprendenti. Ciò significa che ogni anno nel mio Paese quasi 6.000 miliardi derivano da aziende che fino a poco tempo fa erano solo idee nella mente di qualche ambizioso imprenditore.
Come è potuto accadere? Un primo fattore è rappresentato dall’enorme spostamento di potere reso possibile dalla tecnologia e in special modo da Internet. Competenze che un tempo erano appannaggio di potenti gerarchie come i governi o le grandi compagnie nel settore dei media sono ora a disposizione di singoli cittadini o di reti di cittadini. La tecnologia rende più facile creare un grande business, in fretta e senza il grande capitale iniziale che un tempo era necessario. Dieci anni fa l’utilizzo di un’applicazione base di Internet costava 100.000 euro al mese. Oggi, attraverso la cloud, quella stessa applicazione costa 1.000 euro. Da un punto di vista pratico questo significa che ora uno studente universitario può aprire un’azienda senza bisogno del supporto delle banche o degli investitori.
In secondo luogo, gli imprenditori che si collocano nella fascia d’età compresa tra venti e trent’anni sono la prima generazione digitale e globale insieme. Per loro il periodo di rapida globalizzazione vissuto negli Anni Settanta, Ottanta e Novanta è storia antica quanto un mondo senza Internet. Per questo, sono cresciuti con codici culturali diversi e con idee e approcci nuovi al mercato. I giovani che oggi creano aziende si sentono in modo intuitivo a proprio agio con le nuove tecnologie, con i mercati emergenti e con il sistema globalizzato in cui tutti ci troviamo ora a vivere. Hanno utilizzato queste conoscenze per creare modelli di business che si adattano facilmente a un mondo assai più interconnesso di quanto non fosse trent’anni fa. In America l’88% di piccoli e medi imprenditori sotto i quarant’anni utilizza i social network per il proprio business, contro il 66% di persone di quarant’anni o più. Usando questo tipo di tecnologie le giovani generazioni si trovano ad avere un vantaggio competitivo sulle loro controparti più adulte perché sono in grado di raggiungere una clientela più ampia. Possono connettersi con più persone più velocemente.
Se noi che facciamo parte dei governi saremo in grado di capire come creare un’economia prospera per il futuro ciò sarà in larga misura dovuto al fatto che avremo compreso e dato spazio agli impulsi imprenditoriali e innovativi di questi imprenditori emergenti. Questo vuol dire molte cose. Primo, che dobbiamo essere disposti ad accettare il profilo di rischio più alto che questa nuova forma d’imprenditoria comporta. Ciò significa non considerare il fallimento imprenditoriale come una disgrazia che rovina una persona e la sua reputazione. Una delle più importanti caratteristiche culturali della Silicon Valley, e una delle principali ragioni per cui tanta parte dell’innovazione mondiale continua ad arrivare da questa striscia di terra californiana lunga 90 chilometri, è proprio l’accettazione del rischio. Questo ha generato una florida attività di venture capital che riconosce che solo due o al massimo tre investimenti su dieci produrranno un ritorno di capitale, ma quei due o tre saranno così grandi da giustificare il rischio. E se sostenere che investire sui neolaureati può essere una bella teoria, sappiamo nella pratica che questo significa andare inevitabilmente incontro a qualche fallimento.
Questo atteggiamento implica l’accettazione che i giovani hanno il diritto a sedersi al tavolo della discussione ricoprendo un ruolo determinante. Coloro che occupano importanti posizioni governative o nelle élite del mondo del business devono cominciare a considerare seriamente le prospettive dei ventenni e dei trentenni che troppo spesso vengono ignorate. Dovremmo trarre beneficio dalla loro visione del mondo perché questi giovani sono una generazione globale e digitale allo stesso tempo. Dovremmo farli entrare nella discussione e nelle decisioni politiche dalle quali sarebbero di norma esclusi.
Infine, per favorire la crescita dobbiamo guardare alle nuove attività industriali che si svilupperanno nel futuro. Così come negli ultimi anni l’industria informatica ha sostenuto l’innovazione, in futuro si consolideranno nuove aree industriali di grande impatto economico come le nanotecnologie, la robotica, le biotecnologie, le tecnologie verdi e la scienza del genoma.
Nel mondo economico di oggi dobbiamo aggiornare le osservazioni di Charles Darwin ed ammettere che non è il più forte della specie a sopravvivere, ma colui che più si adatta al cambiamento. Al Digital Economy Forum, organizzato a Venezia, domani e venerdì, dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, spero di incontrare la nuova generazione di innovatori in Italia.

*Consigliere speciale per l’Innovazione del Segretario di Stato Usa Hillary Clinton

“Le nuove imprese digitali crescono se sanno rischiare (e anche fallire)” di ALEC ROSS dal Corriere della Sera del 9 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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