“Un freno all’antipolitica? Più sensibilità per poveri, pensionati e ceto medio” di Corrado Stajano dal Corriere della Sera del 3 maggio 2012

Il pericolo più grave, in un momento di crisi d’epoca come questo che stiamo attraversando, è una possibile e incontrollabile esplosione sociale. Se ne parla troppo poco e a spizzichi. Quali conseguenze può avere una simile eventualità, in una società informe, dove moltitudini senza bussola sembrano correre all’avventura, dove il primo venuto dice, ascoltato, quel che gli salta in mente, in genere dissennato, come accade la domenica mattina su uno sgabello all’Hyde Park di Londra o nei crocchi delle nostre piazze? La Storia non insegna mai niente. È in un tempo come questo, infatti, che possono saltar fuori i caporali senza cultura e senza principi, capaci di mettere in crisi e di cancellare le regole della democrazia costata tanta fatica.
La disoccupazione è al 10 per cento, secondo la stima dell’agenzia del lavoro dell’Onu; i giovani senza occupazione toccano il 32,6 per cento; si calcola che almeno un milione e mezzo di persone non cerchino più un posto e neppure un lavoretto qualsiasi. Se sono giovani non studiano, non hanno desideri, speranze, depressi cronici come sono.
Esistono segni anche minuti che fotografano la situazione. Basta dare un’occhiata alla fine del mese agli sportelli del Monte di Pietà dove in molti fanno la coda per riscattare con il salario, con lo stipendio, con il sussidio di disoccupazione appena ricevuti, l’anello, la collanina, l’orologio lasciati in garanzia in cambio di una manciata di soldi per tirare avanti; basta leggere nelle cronache dei giornali le dolorose notizie sulla catena dei suicidi, piccoli imprenditori che si son visti negare il mutuo dalla banca, disoccupati che non ce la fanno più, precari nevrotizzati.
È proprio il lavoro il protagonista: non è una merce, non può essere comprato, venduto, scambiato, affittato come un bilocale, un’automobile, un frigorifero.
Le tabelle degli economisti, si sa, sono fitte di calcoli e di curve sghembe, ma i numeri non son fatti di carne e di sangue come gli uomini e le donne. È grave il compito di risanare i guasti di altri ma forse è necessaria un pò più di sensibilità verso chi non ha, i poveri, i pensionati, gli ultimi, e un comportamento più partecipe nei confronti della borghesia, muro maestro nella costruzione dello Stato unitario che ora, con la sua eclissi, ha creato un vuoto difficile da colmare. Se si assomma poi, all’abdicazione della borghesia, il minor peso della classe operaia più avanzata, si capisce come, soprattutto nelle grandi città del Nord, sia mutato quell’assetto sociale che legò l’una all’altra e impedì nel passato derive autoritarie.
Le banche, in questi sei mesi di governo, sono state privilegiate, come chi non ha problemi economici; la patrimoniale, di cui ora si riparla, è stata considerata una bestemmia, nonostante l’abbiano ritenuta persino ovvia un plurimiliardario come l’americano Warren Buffet e capitalisti italiani di buon senso.
Ora il presidente Monti ha affidato a Enrico Bondi, il salvatore della Parmalat — i rinforzi tecnici — l’ingrato compito di tagliare gli sprechi pubblici che piagano il Paese da decenni. Avrebbe potuto farlo prima, quando ha proposto i suoi ministri a Napolitano. Non si capisce se il suo è un colpo di reni o un modo di salvare la rete gettando la palla in calcio d’angolo. Forse l’uno e l’altro. Chissà che ora Bondi — è un esperto di conti pubblici ? — tagli le ali anche a quei 90 F-35, i cacciabombardieri più costosi del mondo (10 miliardi di euro), che risparmi le scuole e i diritti dei cittadini e che riesca a mettere a posto l’indecente e illegittima situazione della Rai.
Monti, poi, ha sottolineato con sdegno le responsabilità del passato governo di centrodestra, causa primaria dell’attuale pressione fiscale con i suoi demagogici provvedimenti, tra gli altri l’insensata cancellazione dell’Ici che ha reso indispensabile l’Imu.
L’Italia è dimentica per natura, la memoria è un inciampo. Chi ricorda più l’umiliante estate del 2011, lo straparlare di Berlusconi sulla crisi economica ormai finita — «l’unico Paese in Europa ad averla superata con la sua solidità» —, le tre o quattro inutili manovre nel giro di tre mesi, gli attacchi all’euro, le vuote lettere d’intenti all’Unione Europea, l’elegante invito a investire nelle società di cui è proprietario, tre delle quali quotate in Borsa (Adesso ha fatto sapere che non intende diventare presidente della Repubblica e non si sa se piangere o ridere).
Non si capisce bene se gli italiani abbiano piena coscienza del macigno che è caduto loro addosso. La discussione politica è mediocre, rammenta i tempi dei dorotei della DC. L’antipolitica? Com’è nata e perché questa pericolosa deriva? I partiti, senza fare di ogni erba un fascio, non hanno il sospetto di essere proprio loro — le casse bucate e corrotte, i comportamenti neghittosi, l’assenza di progetti e di idee — la causa del disincanto dei cittadini?

“Un freno all’antipolitica? Più sensibilità per poveri, pensionati e ceto medio” di Corrado Stajano dal Corriere della Sera del 3 maggio 2012

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.