“CRESCITA, SI È ROTTO UN MODELLO BISOGNA CAMBIARLO” di Silvano Andriani da l’Unità del 3 maggio 2012

Ora che tutti ammettono che il problema principale è la crescita economica resta da chiarire dove sono le differenze; differenze, peraltro, evocate anche dall’addio di Junker da presidente dell’Eurogruppo polemico verso il duo Merkel-Sarkozy. Le differenze non riguardano la necessità di politiche strutturali. Riguardano piuttosto cosa si intende per politiche strutturali e quale deve essere il ruolo di una politica di sostegno della domanda visto che se buone politiche strutturali possono rendere i sistemi economici più efficienti anche il motore più efficiente senza benzina, cioè senza una domanda adeguata, non cammina. Il sostegno della domanda attraverso il deficit pubblico fu da Keynes sostenuto per contrastare situazioni di grave recessione. Tuttavia se la crisi, come quella in corso, nasce da profondi squilibri accumulatisi nell’economia mondiale, un sostegno pubblico della domanda semplicemente quantitativo può certo evitare guai peggiori, ma può anche ribadire gli squilibri da cui la crisi ha avuto origine. È necessario perciò anche un approccio qualitativo, il che richiede che si abbia un’idea sul modello di sviluppo col quale si intende uscire dalla crisi. La cultura riformista, maturata dopo la crisi degli anni’30, specie quella di matrice socialdemocratica, andò oltre il deficit spending e si pose il problema di una regolazione sistematica della domanda diretta non ad affrontare le crisi, ma ad evitarle. La risposta furono le «politiche dei redditi» e, più in generale, la messa in opera di modelli di distribuzione del reddito fra capitale e lavoro, pubblico e privato, consumi e investimenti, definito politicamente e tale da consentire una crescita sostenibile, nel quale l’aumento della domanda interna non provocasse un aumento dell’inflazione e del livello del debito totale. Ciò fu quanto accadde nei «trenta anni gloriosi» nei quali non si conobbero crisi finanziarie ed economiche di rilevante portata. È bene ricordare che secondo quell’approccio il vero fine della politica economica è di indurre il sistema economico ad utilizzare pienamente le sue risorse a partire dal lavoro. L’approccio neo-liberista, pur enfatizzando il tema delle politiche strutturali, finisce per intenderle come interventi semplicemente diretti a rendere efficienti i mercati, i quali, resi efficienti, sarebbero in grado di risolvere i problemi della crescita. Questo approccio appare riduttivo ed anche esso è stato falsificato dai fatti: non a caso la crisi è iniziata dai Paesi con i mercati ritenuti più efficienti, Usa e Inghilterra. Le politiche strutturali devono invece tendere ad influire direttamente sull’evoluzione della struttura economica in quanto i mercati non sono in grado di evitare il formarsi di squilibri e di superarli una volta che si siano formati, né di rispondere a cambiamenti che richiedono visioni di lungo periodo. E questo vale soprattutto in fasi nelle quali occorre cambiare il modello di sviluppo. I problemi strutturali sono diversi per ciascun Paese e derivano anche da retaggi storici e culturali, dalle caratteristiche della società. Nel caso italiano si presentano come crescita delle divergenze fra Nord e Sud della quale quasi più nessuno parla, nella tendenza della società a organizzarsi in caste, nell’eccesso di evasione fiscale e di corruzione, nella frantumazione delle imprese, nella dimensione dell’economia sommersa, nella criminalità organizzata. Le politiche strutturali devono fare fronte a questi problemi. Ma i problemi strutturali non sono esclusivamente di dimensione nazionale, come lascia intendere la vulgata del «fare i compiti a casa». Se consideriamo il caso europeo, il principale problema strutturale è di dimensione europea e consiste nel divario di competitività tra i diversi Paesi, divario che se continuerà a crescere metterà inevitabilmente in crisi l’euro. Ridurre il divario richiede certo che i Paesi deboli debbano aumentare il proprio livello di competitività, ma richiede anche che quelli in attivo di bilancia dei pagamenti riducano il loro. E poiché non possono farlo rivalutando il cambio e non debbono farlo riducendo l’efficienza del proprio sistema economico, possono farlo solo rilanciando la domanda interna sia tenendo più alto il deficit pubblico sia, meglio, aumentando sostanzialmente le retribuzioni anche per recuperare l’eccessivo contenimento del passato. Quei Paesi, inoltre, possono convogliare l’eccesso di risparmio di cui inevitabilmente godono al finanziamento di programmi di investimento di dimensione europea e nazionali, sia attraverso il bilancio comunitario, sia con la costituzione di fondi europei e nazionali specializzati in diverse tipologie di investimento. In questa direzione può essere peraltro mobilitato anche parte del risparmio presente nei portafogli di investitori istituzionali in tutti i Paesi europei, senza escludere la possibilità che anche una parte della massa monetaria creata dalla Bce possa essere indirizzata a finanziare queste strategie di investimento. Tutto questo richiede che ci siano dei soggetti pubblici in grado di definire a livello europeo e a livello nazionale strategie di investimento corrispondenti ad una nuova visione dello sviluppo con una politica economica, di dimensione anche europea, nella quale regolazione della domanda ed interventi sulla struttura economica convergano. E questo potrebbe essere il contenuto di un patto per la crescita.

“CRESCITA, SI È ROTTO UN MODELLO BISOGNA CAMBIARLO” di Silvano Andriani da l’Unità del 3 maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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