“STORIA DI LUCIA E DEGLI ULTIMI” di Mario Desiati da l’Unità del 1° maggio 2012

L’ultimo e il portiere di uno stabile di Corso Garibaldi a Napoli, si e suicidato dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento. Nei prossimi mesi, avrebbe dovuto lasciare la casa dove viveva. Dall’inizio dell’anno sono decine coloro che si sono tolti la vita a seguito della perdita del proprio impiego o della propria azienda. Sono imprenditori, artigiani, dipendenti, agricoltori e ovviamente precari e disoccupati. Nel 2010 erano stati 370 quelli conteggiati dall’Eures, il quarantacinque per cento in più rispetto a due anni prima. Ci sono tante statistiche che raccontano la tragedia che sta vivendo questo Paese, una tragedia che ha diverse cause e fra queste l’assenza del tanto vituperato welfare. Ci sono storie, come quelle di Lucia. Che si è tolta la vita perché stufa di un’esistenza in cui gli unici lavori possibili erano quelli sottopagati e precari. È accaduto poche settimane fa. Lucia era un’ingegnere di Cosenza, 28 anni e il massimo dei voti nel proprio curriculum accademico. Si è lanciata dal balcone lasciando una figlia di due anni. È forse il caso più emblematico della generazione precaria di questi anni. La madre di Lucia ha testimoniato le difficoltà della figlia di trovare un lavoro non sottopagato. Ha scritto una lettera commovente in cui ha parlato di meritocrazia, dignità. Da quelle righe ha preso spontaneamente vita un movimento di donne cosentine chiamato «Il mondo di Lucia». Non sembrano esserci vie di mezzo oggi in questo Paese di giovani precari, soprattutto al Sud: guadagnare 900 euro al mese per quarantacinque ore di lavoro tra moduli F23 e F24 come capita a molti laureati in economia. Oppure l’attesa spasmodica di una cattedra che non arriverà mai per le migliaia di laureati in matematica, diritto o lettere che hanno scelto di essere professori, mestiere sempre più complesso e malpagato. Per chi volesse aprire una propria attività, oggi è il momento più difficile. Partiamo dalla nota pubblicata dalla Cgia di Mestre dopo che era morto il ventiseiesimo imprenditore: «Le tasse, la burocrazia, la stretta creditizia e i ritardi nei pagamenti hanno creato un clima ostile che penalizza chi fa impresa. Per molti, il suicidio è visto come un gesto di ribellione contro un sistema sordo ed insensibile che non riesce a cogliere la gravità della situazione». Il linguaggio è inusuale, non sembra un comunicato stampa. Eppure in queste righe ci sono le parti più rilevanti che compongono il Leviatano contro cui combattono le persone comuni che vogliono avviare un’attività. L’Italia si presenta in tv come un Paese nel quale si è liberi di fare tutto, avviare aziende e fare soldi, trovare il mutuo giusto per farlo e nel mezzo pubblicità di banche e fondi, prestiti a tassi agevolati. La realtà è diversa, se hai un’idea è molto difficile che ti ascolti qualcuno. La crisi è una parola che contiene la solitudine, l’incomprensione, l’insoddisfazione. Per gli imprenditori e i liberi professionisti si chiama burocrazia. Accanto ai processi amministrativi che riguardano l’indotto ci sono anche quelli non ufficiali che hanno a che fare con la corruzione, il clientelismo. Tanto vale rimaner fermi, come racconta, non a proposito degli imprenditori, ma dei giovani precari, il poema di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn edizioni). Veniamo bene perché siamo fermi. E l’immobilità genera chiusura, ripiegamento, apatia, depressione. L’Italia ha smarrito larga parte del suo senso costituzionale, quello che faceva riferimento ai principi cardine del nostro Paese e che mettevano in cima il diritto al lavoro: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto». Se la Repubblica, il tuo Stato, non promuove le condizioni che rendono effettivo questo tuo diritto, cessa la voglia di combattere. Non è un problema soltanto delle persone fragili, ma riguarda tutti coloro che hanno a cuore questo Paese, affinché inizi a muoversi anche a costo di venir sfocati nella fotografia di questi anni.

“STORIA DI LUCIA E DEGLI ULTIMI” di Mario Desiati da l’Unità del 1° maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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