“Il romanzo del lavoro tra ideologia e tristezza” di Paolo Di Stefano dal Corriere della Sera del 1° maggio 2012

Nel giorno del lavoro verrebbe voglia di andare a leggersi un romanzo che affronti il tema nella sua dimensione collettiva. Magari un romanzo italiano. Ma non è facile. Se fossimo in Francia, ci sarebbe almeno, per citare un solo scrittore, Émile Zola, che con Germinale denuncia le condizioni di vita dei minatori sotto l’impero di Napoleone III. Se fossimo in Inghilterra, ci sarebbe Charles Dickens, che in Tempi difficili racconta lo sfruttamento (soprattutto minorile) e il malcontento esplosivo delle classi operaie, ma che del quarto stato farà il vero protagonista di molte sue opere. In Italia non è facile trovare qualcosa di simile, cioè un romanzo che racconti l’epica del lavoro in un’ottica non individuale ma, appunto, collettiva.
Persino sfogliando il recentissimo libro di Ugo Dotti, Gli scrittori e la storia (Aragno Editore), dove vengono passati in rassegna gli autori italiani che hanno voluto fare i conti con il proprio tempo, non troviamo nulla che si avvicini a Zola o a Dickens. O a quella parabola industriale raccontata da Upton Sinclair ne La giungla, dove la fabbrica dei macelli di Chicago è una vera città dentro la città. Anche in una trattazione, come quella di Dotti, così orientata verso l’immersione della letteratura nelle vicende storiche, del lavoro rimane pochissimo. Certo, c’è il filone della narrativa verista del Verga di Rosso Malpelo, che arriva ai Tre operai di Carlo Bernari, al Capofabbrica di Romano Bilenchi e al neorealismo di Vasco Pratolini. Ma non si sfugge al sospetto che se confrontato con l’ampio respiro del grande romanzo francese o anglosassone, il populismo ideologico italiano abbia in qualche modo impedito un racconto più libero da schemi mentali prima ancora che narrativi.
Nel 1961 verrà il famoso numero 4 della rivista Il menabò di Vittorini e Calvino ad affrontare con decisione la questione «Letteratura e industria»: sono gli anni in cui si affacciano sulla scena Luciano Bianciardi, Goffredo Parise, Paolo Volponi e Ottiero Ottieri (Tempi stretti è appena stato riproposto da Hacca), i cui romanzi però narrano l’alienazione in termini di psicosi individuale, sia pure immersa nella temperie di un boom economico viziato da immani storture fin dalle origini. Come ricorda Dotti, Memoriale di Volponi si chiude con un’amara resa del protagonista Albino Saluggia: «A questo punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto». Per Calvino, il limite di Tempi stretti era la tristezza. A mostrarci scorci e porzioni diverse del mondo del lavoro industriale verranno altri libri notevoli: Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, La chiave a stella di Primo Levi, La dismissione di Ermanno Rea, straordinario documento ex post del declino delle speranze alimentate dall’industrializzazione del Meridione. Sono però (grandi) casi isolati. In un Paese, come il nostro, in cui le lotte sociali e sindacali sono state il cuore della storia civile e politica, il mondo industriale è rimasto per la letteratura pressoché «imposseduto», come lamentava Vittorini già nel ’61. È curioso che solo in anni più recenti — dopo la caduta delle ideologie — il lavoro in Italia sia diventato, nelle sue varie forme, materia di non discontinua né malinconica attenzione.

“Il romanzo del lavoro tra ideologia e tristezza” di Paolo Di Stefano dal Corriere della Sera del 1° maggio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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