“GLI INDIGNATI DEL CAPITALISMO” di Rinaldo Gianola da l’Unità del 30 aprile 2012

Il capitalismo italiano offre oggi due prevalenti e contrapposti scenari. Nelle ultime settimane al- cune imprese industriali hanno di- mostrato coraggio e ambizione, cercando di rompere la cappa opprimente della crisi. La Brembo ha inaugurato uno stabilimento in Cina dove ha investito 70 milioni di euro. La Piaggio ha aperto la seconda fabbrica in India rafforzando la sua presenza sui mercati orientali dove tra due o tre anni realizzerà circa la metà del fatturato. Alcune piccole e medie aziende del mobile e della rubinetteria hanno conquistato rilevanti commesse da parte del gigante Ikea che ha deciso di spostare in Italia produzioni prima realizzate in Cina. Ancora: Brunello Cucinelli si è quotato in Borsa, le azioni sono andate a ruba, il successo è stato clamoroso in un momento tremendo per i mercati. Poi c’è un altro piano, meno edificante, più oscuro, di faticosa interpretazione e riguarda gli scontri di potere, la combinazione di nuove alleanze, le aspirazioni di giovani e anziani virgulti che si sentono oppressi dai soliti frequentatori di salotti finanziari dove non è mai semplice distinguere il buono e il cattivo. In questo secondo capitolo va collocato l’attacco sferrato da Leonardo Del Vecchio al vertice delle Assicurazioni Generali, di cui l’ex Martinitt detiene circa il 3%. Del Vecchio è probabilmente il più grande imprenditore italiano degli ultimi trent’anni, uno dei pochi che è riuscito a trasformare la sua impresa familiare, la Luxottica, in una vera multinazionale, capace di coniugare eccellenze produttive, rispetto delle comunità in cui opera, valorizzazione del lavoro. Se c’è un modello positivo da seguire per l’industria italiana questo è Del Vecchio, non certo il campione delle stock option Sergio Marchionne. Del Vecchio non parla mai, quindi è stata una bomba la sua intervista al Corriere della Sera in cui accusa l’amministratore delegato delle Generali, Giovanni Perissinotto, di un eccesso di potere, di aver svolto un ruolo improprio di manager-finanziere, con investimenti dannosi per la redditività della compagnia di Trieste. Ha ragione Del Vecchio? Probabilmente sì, ma non si capisce dove stia la novità. È un’accusa che lasciata da sola, senza comportamenti conseguenti, può ottenere qualche titolo sui giornali e niente di più. Un po’ come Diego Della Valle che le spara grosse, che vuole contare di più in Mediobanca, in Rcs, ma non riesce a conquistare il risultato. Se il problema sono i manager-finanzieri di Trieste, Del Vecchio avrebbe dovuto ricordare cosa facevano in passato altri vertici delle Generali, personaggi come l’avvocato Randone, Alfonso Desiata, Antoine Bernheim, Gianfranco Gutty, sempre in un governo aziendale influenzato da Mediobanca, che mettevano i quattrini della compagnia non solo nelle amate polizze, ma anche in certi aumenti di capitale della Fiat da far rabbrividire, nei salvataggi ripetuti della Montedison e anche dell’Olivetti, nei patti di sindacato della Pirelli, di Pesenti, della Telecom e pure del Corriere della Sera. Cosa c’entrano le Generali con tutto questo? Niente, ma le operazioni si facevano e si fanno perché le Generali sono l’unico scrigno, di cui Mediobanca ha la chiave, dove i soldi per le “operazioni di sistema” si trovano sempre. Del Vecchio ha ragione a protestare, ma non può presentarsi come fosse Biancaneve, né si capisce perché dopo tutta questa baraonda alla fine ha votato a favore del bilancio firmato proprio dal colpevole Perissinotto. Se Del Vecchio e i suoi possibili alleati vogliono essere coerenti e diventare i riformatori del capitalismo tricolore nell’epoca dei tecnici di Monti devono puntare al bersaglio grosso, in alto, non certo a Perissinotto, ma al controllo delle Generali, all’assetto azionario di Mediobanca. È in questo ambito che, come abbiamo ricordato nei giorni scorsi, si può destabilizzare un sistema di potere, forse anacronistico, certo inefficace. Ma Del Vecchio deve essere pronto alla guerra e possibilmente deve puntare a un rafforzamento, a una maggior democratizzazione del capitalismo tricolore, non certo al suo indebolimento. Il Paese ha bisogno come il pane di un nuovo ciclo di investimenti, di attività industriali innovative, di occupazione, non certo di litigi tra i grandi dei salotti. Negli ultimi anni la quota di Pil destinata al salario e al lavoro è precipitata a favore di profitti e rendita. Non pare sia colpa dell’articolo 18. Nell’intervista di Del Vecchio al Corriere della Sera c’è, infine, un passaggio in cui ricorda la professionalità e la trasparenza di Lucio Rondelli, ex amministratore delegato del Credito Italiano. Ma quello era il capo di una banca pubblica, una banca dell’Iri addirittura, e quel manager, come altri, come Mattioli o Siglienti, aveva ben presente quali erano gli interessi delle imprese, del Paese, del lavoro. Le privatizzazioni all’italiana, con un malinteso senso della competizione e del mercato, hanno cambiato il sistema. Ma non pare sia migliorato.

“GLI INDIGNATI DEL CAPITALISMO” di Rinaldo Gianola da l’Unità del 30 aprile 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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