“Perchè serve un giorno di festa” di ENZO BIANCHI da La Stampa del 30 aprile 2012

Le recenti polemiche sull’apertura di negozi e centri commerciali alla domenica e nelle festività civili come il 25 aprile o il 1° maggio ci porta a riflettere su una delle grandi conquiste registratesi in occidente, grazie soprattutto all’ebraismo e al cristianesimo: l’affermazione di un giorno settimanale – il sabato per gli ebrei, il giorno dopo, la domenica, per i cristiani – come giorno di riposo per tutti, tempo di festa condivisa e anche di assemblea per i credenti, che insieme confessano la loro fede e celebrano il culto al Signore nel quale mettono la loro speranza. Un giorno di tregua al neg-otium, al tempo che «nega l’ozio», per dedicarsi appunto all’ otium che non è il «far niente» della pigrizia, ma una presa di distanza dalla propria opera, un antidoto all’alienazione possibile anche nel lavoro.
Per secoli la domenica, nei Paesi segnati dalla cristianità, era quasi per tutti il giorno dell’astensione dal lavoro, giorno di festa in cui era possibile incontrarsi, rinnovare e approfondire le relazioni, permettersi un po’ di svago e di divertimento.

Sappiamo bene come, soprattutto nella cultura contadina ma anche in quella di tanti quartieri cittadini, fino a pochi decenni or sono la domenica era la domenica, un giorno diverso atteso da tutti. Da parecchi anni invece – oltre al moltiplicarsi di attività che richiedono la presenza al lavoro di quanti si dedicano a mansioni che permettono la vita sociale e fronteggiano le emergenze (trasporti, spettacoli, giornali, ospedali e presidi medici, servizi sociali…) – è emersa sempre più la tendenza a lavorare anche di domenica, dapprima per non diminuire la produttività degli impianti e, ultimamente, per garantire l’apertura generalizzata di negozi e grandi magazzini.

Sentiamo ripetere con enfasi le ragioni economiche di tali scelte: occorre dinamizzare l’economia, incentivare i consumi, ottimizzare l’utilizzo delle strutture… Né possiamo ignorare che nell’economia odierna si sono instaurate condizioni di lavoro diverse, che richiedono risparmio del tempo necessario alla produzione, orari flessibili, differenziati e intermittenti… Così il lavoro non è più sentito come uno dei valori fondanti nella vita di un individuo o della società – ricordate la «repubblica fondata sul lavoro» della nostra Costituzione? – e quindi può e deve sottostare alla mobilità, alla precarietà, inducendo nuovi assetti della vita umana e innescando nuovi comportamenti antropologici. Infatti, se il lavoro è precario, perché non dovrebbe essere precaria anche la forma, lo stile di vita di una persona? Perché non dovrebbero essere precarie le storie d’amore e le convivenze, incapaci perciò di assumere il volto della famiglia? Esito di questa tendenza è una società liquida, frammentaria, in cui è difficile instaurare relazioni e coltivarle con legami duraturi.

I centri commerciali dovrebbero essere i nuovi spazi sociali, grazie ai servizi che offrono, ma quanto sperimentiamo ogni giorno contraddice questa attesa: essi sono piuttosto non-luoghi in cui animazione, ristorazione, divertimento sono supporto del consumo individuale, in una vertigine della smania di consumare che nutre diverse derive. Così il denaro e il lusso appaiono come uniche e vere condizioni di felicità, il divertissement l’unico antidoto allo stress e alla fatica, mentre invidia e rancore crescono di fronte all’ostentazione di chi ha di più.

Avere un giorno di festa condiviso non risponde solo al bisogno di riposo (tra l’altro funzionale alla stessa produttività del lavoratore…), ma alla necessità umana di riconoscere e sottolineare motivi comuni per fare festa insieme: ricorrenze religiose, certo, ma anche festività civili, memorie di eventi che hanno segnato la storia di una società. Se viene a mancare il giorno di festa per tutti, la stessa coesione civile ne è intaccata, le leggi commerciali diventano più forti delle dimensioni conviviali e relazionali, delle famiglie, delle amicizie, delle esigenze spirituali non solo dei credenti, ma di quanti pensano e cercano vie di umanizzazione: la società è sempre più atomizzata. Certo, ognuno può scegliere di non partecipare al «negozio domenicale», ma se manca un elemento oggettivo, inscritto nel tempo come la domenica, allora la dimensione sociale della vita di ciascuno è in balia dell’instabilità delle motivazioni private. Anche le tante iniziative che ancora ci ricordano come l’uomo non abbia perso il senso della festa – «notti bianche», eventi spettacolari, raduni musicali, festival culturali, manifestazioni sportive… – necessitano di un ritmo comunitario del tempo libero.

Il tempo libero, infatti, è la pausa che permette di respirare, ma anche di realizzarsi, di salvare la propria vita, trovando un senso e un fine al proprio vivere. Se non c’è un giorno in cui «insieme» tralasciamo il lavoro, gli obblighi che ci competono come membri della società, e quindi non abbiamo più tempo per quello che decidiamo noi, «tempo libero» o, meglio, tempo per sperimentare la libertà, come possiamo consolidare i nostri cammini di umanizzazione? Costruire se stessi, aver cura di se stessi e di quanti ci sono cari, vivere la propria storia d’amore facendo cose insieme, vedendo cose insieme, scrutando insieme orizzonti nuovi e antichi è assolutamente necessario: ne va della qualità della vita. E se non ci fosse questo simultaneo prendere le distanze dal lavoro e dedicarsi ai legami, come si potrebbe combattere l’isolamento, l’abbandono, la solitudine disperata delle persone più fragili, a cominciare dai vecchi e dai malati? Pensiamo forse che gli intrattenimenti massmediatici e virtuali possano sostituire le relazioni personali e proteggerle dall’impoverimento umano?

Davvero la festività condivisa è strumento per l’umanizzazione di ciascuno, credente o no. E qui i cristiani dovrebbero farsi capire meglio: la difesa del giorno della domenica non è motivata solo dal fatto che questo è il giorno della loro assemblea e della celebrazione della loro fede, ma anche dal servizio che può rendere a ogni essere umano. I cristiani potrebbero trovare sostegno e convergenza in quanti combattono idolatrie e alienazioni, indipendentemente dalla fede professata. È in gioco, infatti, l’uomo, la cultura, la qualità della convivenza. Se i cristiani ripetono le parole degli antichi martiri: «Senza domenica non possiamo vivere!», assieme agli altri uomini possono affermare: «Senza riposo e senza un giorno di festa per tutti non possiamo vivere!».

“Perchè serve un giorno di festa” di ENZO BIANCHI da La Stampa del 30 aprile 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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