“L’ANTICA VOGLIA DI FAR DA SÉ” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 28 aprile 2012

Nell’intensificarsi del dibattito sul futuro dell’economia italiana resta sottotraccia il problema verosimilmente centrale: «chi» fa e farà lo sviluppo? Nell’enfasi sull’irrinunciabile obiettivo (la fase due, la ripresa, il rilancio, la crescita), non si riesce a capire chi ci creda veramente, chi sia disponibile a rimboccarsi le maniche, chi sia pronto a metterci impegno e faccia. Lo stesso governo, che pure si era esposto con successo nella fase del rigore, si è poi orientato a lasciare la dinamica socioeconomica al giuoco del mercato, delle liberalizzazioni e delle semplificazioni; se non addirittura al cambiamento di mentalità dei cittadini, ove essi non siano pronti a collocarsi nelle nuove sfide.
Ma la lezione della società italiana degli ultimi sessanta anni ci dice che non si fa sviluppo senza soggetti: le grandi imprese come il mondo del lavoro indipendente, i milioni di piccole imprese come lo Stato imprenditore, le centinaia di banche locali come la massa informe dei lavoratori sommersi; tutti questi soggetti, motivati dal primato della vitalità individuale, hanno fatto, in una grande avventura soggettuale, lo sviluppo italiano. Non è inutile ricordarlo, in una congiuntura stressata da decisioni economiche che slittano verso soggetti internazionali e di nuovo potere (i mercati finanziari, le grandi banche planetarie, i diversi organismi europei, il fiscal compact, il modello tedesco, ecc.) e che lentamente svuotano le sovranità degli Stati nazionali, indirettamente riducendo le capacità di movimento dei soggetti economici e sociali operanti al loro interno. E imponendoci rigore e recessione, cui un giorno o l’altro dovremo reagire, nella convinzione che il nostro futuro può venire solo da un recupero di vitalità soggettuale interna.
A qualcuno rischia di apparire patetico questo riferimento ai soggetti nostrani, spesso anche piccoli, nel periodo in cui la sovranità economica passa a soggetti grandi e planetari; ma siccome è sicuro che questi ultimi non saranno i protagonisti attivi del nostro sviluppo (magari lo saranno del nostro impoverimento), dobbiamo far conto sui soggetti che abbiamo, con un impegnativo sforzo volto a rilanciarli in quantità e rinnovandoli in qualità rispetto alle loro odierne indubbie debolezze.
È certo infatti che non abbiamo più grandi imprese; ma c’è da lavorare sulla crescente vitalità anche internazionale di centinaia di medie imprese. È certo che la presenza imprenditoriale dello Stato è addirittura in damnatio memoriae; ma essa può ancora esercitare un ruolo attivo, specialmente nelle reti logistiche e di servizio, quelle che fanno tessuto intermedio del sistema. È certo che il nostro sistema bancario è ormai fatto da verticalizzate «banche di sistema», poco attente alle avventure di rischio imprenditoriale; ma ci sono in esse segnali di un loro rinnovato rapporto con il territorio ed i soggetti in esso operanti. È certo che lo Stato è oggi un regno inerme, che non sa programmare e progettare: ma resta pur sempre un soggetto essenziale per reinventare quell’economia mista che è ormai una componente indispensabile dei sistemi economici moderni.
Certo è finito l’entusiasmo per la vitalità della piccola impresa, oggi penalizzata da un mercato interno reso asfittico dalle paure di impoverimento; ma il gusto di fare start-up è ancora estremamente diffuso e va sostenuto specialmente nei primi passi di entrata nel lavoro (che sono spesso artigiani e/o sommersi). E bisogna dire che, girando l’Italia, si trova ancora vitale quella antica voglia di far da sé che ha innescato quattro decenni di sviluppo e che oggi è facile ritrovare nella aggressività delle piccole imprese che esportano, nelle tantissime sfide competitive nel cosiddetto made in Italy, nelle crescenti avventure imprenditoriali degli immigrati, nelle costanti vocazioni a fare lavoro autonomo, nella sempre più ampia propensione a tentare la strada di inserirsi nelle vecchie e nuove professioni.
Qualche banchiere d’affari internazionale potrà ironizzare su questi tanti soggetti che oggi caratterizzano il nostro sistema, paragonandoli ai mussoliniani otto milioni di baionette con cui tentammo di combattere sistemi di grande potenza industriale; ma a quell’ironia si può rispondere richiamando la fiducia che Luigi Einaudi (fra l’altro primo esponente del «rigore» nell’Italia democratica, oltre che grande liberale e liberista) aveva nella «virtuosa presenza di artigiani, di coltivatori di poderi, di piccoli e medi imprenditori, con la loro quotidiana fatica e la loro spontaneità del rischio»; una fiducia che è stata ampiamente ripagata da qualche decennio di sviluppo del Paese; e che è utile coltivare oggi per non doversi rassegnare ad un futuro di eterodirezione e di sudditanza a nuove sovranità senza motivazioni e controlli collettivi.

“L’ANTICA VOGLIA DI FAR DA SÉ” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 28 aprile 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “L’ANTICA VOGLIA DI FAR DA SÉ” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 28 aprile 2012

  1. Paolo Fanfani ha detto:

    Una qualche esperienza nelle problematiche e nelle controversie aziendali mi spinge a condividere molti passaggi dell’articolo di G.De Rita e ne troverei anche un nesso con l’attuale tentativo di riforma dell’art.18, legge 300 del 1970.
    Da tempo immeborabile ho dovuto ascoltare piccoli imprenditori che hanno temuto a tal punto le conseguenze di un licenziamento sbagliato (punito dall’art.18, con l’obbligo di reintegra) da preferire di mantenere la propria azienda nei limiti dei 15 dipendenti piuttosto che ampliare l’organico e trovarsi con il sostanziale divieto di licenziamento; hanno preferito altre volte rischiare qualche contratto atipico se non addirittura il lavoro sommerso pur di non attraversare quella soglia.
    La tipologia dei licenziamenti per scarso rendimento, per assenteismo, per incompatibilità aziendale, per scarsa collaborazione, sono “licenziamenti impossibili”.
    Se così è, ed è certamente così, una soluzione potrebbe essere quella di alzare quel limite di 15 dipendenti il che non sacrificherebbe nessuno ed aprirebbe la porta ad un possibile incremento dell’occupazione: – non sacrificherebbe i dipendenti già occupati in quanto essi già non hanno la tutela dell’art.18; – non sacrificherebbe i nuovi assunti in quanto essi si trovano nella condizione non solo di non avere l’art.18, ma nemmeno il posto di lavoro.
    Prof.Avv.Paolo Fanfani.

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  2. Oscar ha detto:

    Le riflessioni di Giuseppe De Rita sono assolutamente condivisibili. Il generale come sintesi del molteplice. Milioni di soggetti attivi sono la migliore – se non l’unica – garanzia per la promozione dello sviluppo collettivo e per la conservazione della nostra sovranità. “Freda people now!” (J. Lennon)

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