“Come Recuperare tre Punti di Pil e Aiutare Giovani, Ricerca e Famiglia” di Maurizio Ferrera dal Corriere della Sera del 27 aprile 2012

Un Piano nazionale per gli investimenti sociali: servizi alle famiglie, istruzione, formazione e politiche attive per l’impiego. Quante volte ne abbiamo parlato su questo giornale? Purtroppo non ci sono i soldi: questa la solita, triste risposta. Eppure ogni giorno veniamo a conoscenza di sprechi e spese ingiustificate da parte dello Stato. Davvero non c’è possibilità di ricalibrare la spesa pubblica? In attesa dei risultati della spending review, proviamo a fare qualche confronto internazionale, sulla base dei dati Eurostat. Al netto degli interessi sul debito, l’Italia ha speso nel 2010 due punti e mezzo di Pil per finanziare gli «organi esecutivi e legislativi» dei vari livelli di governo: quasi il doppio della Gran Bretagna e il 50% in più della Germania. Per l’ordine pubblico abbiamo speso altri tre punti di Pil: un po’ meno della Gran Bretagna, ma il 30% in più della Germania. Stessa storia per gli aiuti all’economia: quasi quattro punti di Pil, di contro al 3,1% della Gran Bretagna e al 3,4 della Francia. Se per ciascuna di queste voci ci allineassimo alla media Ue, potremmo risparmiare fino a tre punti di Pil: circa 45 miliardi di euro all’anno.
Proviamo a immaginare come queste risorse potrebbero essere utilizzate per stimolare la crescita inclusiva, investendo in quei settori del sociale dove spendiamo meno degli altri Paesi. Un punto di Pil potrebbe andare all’istruzione, in particolare all’assistenza all’infanzia (nidi) e all’università, vistosamente sotto-finanziate. Un altro mezzo punto dovrebbe andare a famiglia e minori: così ci porteremmo almeno ai livelli tedeschi. Resterebbero almeno 20 miliardi, da destinare tutti a formazione, servizi per l’impiego, prestazioni per gli anziani fragili e per le famiglie vulnerabili: ci siamo impegnati con la Ue a ridurre il numero di poveri di più di due milioni di unità entro il 2020. Soldi buttati via in «assistenzialismo»? No, soldi investiti bene: per potenziare il capitale umano, allargare la base occupazionale, alimentare i consumi e dunque favorire una buona crescita, che non generi solo reddito ma anche qualità sociale. Soldi che gli altri Paesi spendono, appunto, per politiche di inclusione attiva, e che noi destiniamo invece a sussidiare la macchina dello Stato. Sembra il libro dei sogni, plausibile sulla carta, ma irrealizzabile nella pratica. Può darsi. Ma come diceva Max Weber, in politica per ottenere il possibile bisogna mirare all’impossibile. E soprattutto bisogna scegliere, in base a una visione chiara del proprio futuro.

“Come Recuperare tre Punti di Pil e Aiutare Giovani, Ricerca e Famiglia” di Maurizio Ferrera dal Corriere della Sera del 27 aprile 2012

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.