“La protesta apocalittica di Grillo Quando lo sfogo non è una speranza” di ANTONIO GIBELLI dal Corriere della Sera del 21 aprile 2012

I partiti si affannano a gettare anatemi contro Beppe Grillo, contro il suo stile politico e la sua scomposta agitazione populista, preoccupati del suo previsto sfondamento nello sbandato campo leghista. Ma occorre capire bene di che si tratta, stando alla larga dai giudizi generici e facendo gli opportuni distinguo, se non si vuole contribuire senza volerlo a far crescere ancor più la sua influenza. Innanzitutto, non ha senso stracciarsi le vesti per il suo linguaggio violento, truculento, estremo. Sono vent’anni che la politica italiana è dominata da linguaggi di questo tipo, e molti li hanno lasciati passare senza batter ciglio, minimizzandoli, giustificandoli, addirittura approvandoli come manifestazione di autenticità. Lo ha spiegato molto bene un mio collega, il linguista Vittorio Coletti, in un dotto libro intitolato Eccessi di parole (Franco Cesati editore). Evviva i politici che parlano come tutti noi – è stata la filosofia dominante di questi anni – come al bar o allo stadio. Basta coi linguaggi da iniziati, trasversali ed equivoci. Molto meglio il dileggio, la scurrilità, la gestualità plebea di Bossi, le barzellette oscene di Berlusconi, le sfrontatezze della Santanché che le «convergenze parallele» di Moro. Quello linguistico è stato un aspetto essenziale dell’antipolitica imperante, una bandiera della destra vincente. Inutile ora lamentarsi o scoprire quanto tutto ciò degradi anziché riscattare la politica. Inoltre Grillo ha su questo punto un’attenuante non da poco: non è un capo di governo, né un ministro della Repubblica, né un parlamentare o l’esponente di un partito di potere, ma un comico prestato alla politica, un comico nell’esercizio delle sue funzioni, che usa il linguaggio dell’invettiva e della satira solo per imporre il suo messaggio sui media. Tant’è vero che il linguaggio delle sue performance non è affatto lo stesso dei suoi militanti, generalmente giovani ben preparati e pacatissimi: segno che quel linguaggio è uno strumento e non un distintivo. Personalmente credo che i linguaggi estremi non siano senza conseguenze, che le minacce verbali diventino facilmente minacce reali ossia fatti e che questa, come puntualizza Coletti, sia sempre stata una prerogativa della destra eversiva. Una lunga storia che risale in Italia almeno ai primi del Novecento (dai futuristi ai fascisti) ce lo ricorda. Ma questa differenza rimane e non può essere sottovalutata. In secondo luogo, a parte alcuni sbandamenti forse dovuti proprio alla retorica dell’aggressività, in genere gli obiettivi proclamati da Grillo non sono affatto in sé privi di ragionevolezza e di fondatezza. La critica della corruzione, l’idea del controllo dal basso dei processi decisionali, dei beni comuni compresi quelli dell’etere e del web, sono cose sensate e non a caso attraggono schiere di giovani che si sono formati nel nuovo mondo dominato dalle tecnologie informatiche, che percepiscono il vecchio ceto politico come distante mille miglia. Qual è allora il punto? È che Grillo resta prigioniero della sua visione apocalittica e palingenetica, congelando in un ghetto le forze che evoca. Il suo discorso manicheo – di qua noi, di là tutti loro – può aggravare la crisi in atto della politica, non può fermarla. Ne è un’espressione, non un antidoto. Egli sembra coltivare in sostanza l’idea di una democrazia senza partiti, in cui il grande comunicatore sostituisce e rende superflue le forme della partecipazione organizzata (ma non è quello che ha tentato di fare Berlusconi?). E il fatto che si avvantaggi oggi del tracollo leghista, non è un buon segno: avviene all’insegna della protesta pura, del puro rifiuto. La gente stanca si appaga del suo gesto beffardo e irriverente contro tutto e contro tutti. Dà corso alla sua rabbia, non spera più di arginare la degenerazione e di trovare modo di ridare fiato alla democrazia. Ecco perché Grillo non è certo il male, ma non può essere nemmeno la via d’uscita, a dispetto della buona fede di molti suoi seguaci. Offre uno sfogo, non una speranza.

“La protesta apocalittica di Grillo Quando lo sfogo non è una speranza” di ANTONIO GIBELLI dal Corriere della Sera del 21 aprile 2012
docente di Storia contemporanea all’Università di Genova

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “La protesta apocalittica di Grillo Quando lo sfogo non è una speranza” di ANTONIO GIBELLI dal Corriere della Sera del 21 aprile 2012

  1. Oscar ha detto:

    Grillo offre uno sfogo alla speranza, che è quello di cui abbiamo bisogno!
    Parafrasando Wilde si potrebbe dire “Coloro che non praticano la speranza stanno anche rinunciando a pensarla!”. L’alternativa alla speranza è la depressione. Ogni giorno c’è qualcuno che ci ricorda che dobbiamo essere depressi.
    La riflessione è molto semplice: “Se finora i politici hanno fatto i comici, pèrchè i comici non possono fare i politici?” I primi ci stanno facendo piangere, questo almeno comincia col farci ridere.
    Nella platea di Grillo ci sono “..giovani ben preparati e pacatissimi”; contiamo sulla loro intelligenza, ovvero sulla loro capacità di discernere, e di formulare un progetto che dia speranza a tutti, superando le pratiche e le visioni manichee.

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  2. Renato Migliorato ha detto:

    Peccato che Grillo offre solo sfogo ma non speranza!
    Alcuni lamentano che il PD non ha un leader. Io dico che questa è la sola vera speranza, perchè fino a quando c’è un grande partito che non ha un leader, vuol dire che c’è una parte di popolo che non ne sente il bisogno.

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  3. Walter ha detto:

    I politicanti italiani vanno tutti cacciati per raggiunto limite di indegnita’ !!

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