“Afghanistan, perché la via d’uscita è necessaria” di VITTORIO EMANUELE PARSI da La Stampa del 16 aprile 2012

Non esiste più una sola zona effettivamente sicura in tutto l’Afghanistan.
Neppure il perimetro che racchiude il compound del quartier generale di Isaf, delle ambasciate e delle principali agenzie internazionali può dirsi immune dagli attacchi degli insorgenti.

La tattica di questi ultimi ricorda sempre più quella dei vietcong: colpire i funzionari e i simboli del governo ovunque sia possibile e portare la guerra nella stessa capitale, per rendere chiaro chi ha l’iniziativa.
Una strategia per alimentare un dubbio che ormai gli stessi ambienti militari faticano a non far trapelare: «Vale la pena continuare a combattere una guerra che ormai nessuno crede più di poter vincere?».

La transizione, che nel corso di tre anni avrebbe dovuto vedere il progressivo passaggio di consegne tra forze Isaf e forze di sicurezze afgane, semplicemente non sta funzionando. Polizia ed esercito di Kabul sono perennemente sulla difensiva e sembrano incapaci di passare al contrattacco. Non occorre aver studiato Clausewitz per capire che la vittoria finale può arridere e solo a chi riesce ad assumere l’iniziativa: basta guardare una partita di rugby (lo sport che più di ogni altro simula una battaglia) per rendersene conto…

A chi è abbastanza vecchio per ricordarselo, questa guerra appare sempre più inquietantemente simile al conflitto vietnamita. Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968 i vietcong e l’esercito del Vietnam del Nord scatenarono «l’offensiva del Tet», il cui scopo esplicito era dimostrare la loro capacità di colpire ovunque. Militarmente furono sconfitti, politicamente vinsero, fiaccando la volontà di combattere degli Stati Uniti. I talebani non hanno i mezzi e i numeri che aveva a disposizione Ho-Chi-Min, ma ancora una volta ieri hanno giocato d’anticipo, scatenando la loro «offensiva di primavera» ben prima che l’esercito di Karzai neppure pensasse a come utilizzare militarmente la fine della stagione invernale. In realtà è da quando Isaf ha smesso di sostenere la maggior parte dello sforzo diretto, passando la palla agli afghani, che abbiamo perso l’iniziativa. E non la riconquisteremo. Ero in Afghanistan, poco meno di un anno fa, e ricordo come l’attacco all’hotel Intercontinental di Kabul (il 28 giugno) anticipò in maniera «plastica» tutte le difficoltà dell’afghanizzazione del conflitto. Eppure, non esiste una strategia alternativa a questa per rendere la vita più difficile agli insorgenti.

Nei loro comunicati, i ribelli hanno precisato come intendessero «vendicare» l’onore del popolo afgano oltraggiato da alcuni comportamenti attuati dalle truppe americane (i roghi del Corano, l’oltraggio di cadaveri, le stragi di civili…). La presenza delle truppe Isaf, sempre più percepite come l’ennesima forza di occupazione, consente ai talebani di presentarsi nella veste di «patrioti» e facilita le accuse di collaborazionismo rivolte al governo di Karzai. Quest’ultimo, appena pochi giorni fa, aveva apertamente ventilato la possibilità di anticipare di un anno le elezioni legislative, così da rendere possibile accorciare la transizione. Karzai non è un suicida, evidentemente. Ma è consapevole che l’unica alternativa all’accelerazione del ritiro del contingente internazionale, sarebbe un suo incremento e il ritorno a un più massiccio impiego nelle operazioni «search and destroy».

Tutti obiettivi irrealistici, mentre quello che i governi occidentali cercano, a iniziare dall’amministrazione americana, è una via d’uscita che non contempli, come scena finale, la riedizione della vergognosa fuga in elicottero dal tetto dell’ambasciata assediata di Saigon nel 1975. Un più rapido disimpegno di Isaf, oltretutto, consentirebbe probabilmente alle autorità afghane di assumere un atteggiamento più flessibile nei confronti delle ricorrenti ipotesi di trattative complessive aperte anche ai rappresentanti della guerriglia e di ipotizzare «soluzioni politiche» che sarebbero forse troppo imbarazzanti per Washington e per le altre capitali occidentali. C’è infine un dato estremamente significativo di come le cose siano cambiate a Kabul ed è rappresentato dal mutamento di giudizio sulla exit strategy irachena: presentata come un compromesso soddisfacente e non come una situazione da non replicare. Con tanti saluti al mantra di questi anni: «L’Afghanistan non sarà un altro Iraq»…

“Afghanistan, perché la via d’uscita è necessaria” di VITTORIO EMANUELE PARSI da La Stampa del 16 aprile 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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Una risposta a “Afghanistan, perché la via d’uscita è necessaria” di VITTORIO EMANUELE PARSI da La Stampa del 16 aprile 2012

  1. Lorenzo ha detto:

    Perchè i “benpensanti” giornalisti non hanno denunciato prima il fallimento della campagna afgana. Hanno sostenuto la tesi dei vari politicanti di turno che fosse necessario lo sforzo in Afghanistan per difendere i valori portanti della nostra civiltà, vale a dire Libertà e Democrazia e ora fanno a gara a chi, prima di altri, a consigliato l’abbandono frettoloso. E’ dei nostri ragazzi morti in terra straniera per gli ideali di cui sopra che ne facciamo…..belle parole come al solito?……ma andatevene a fan…….lo

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