“BANANA REPUBLIC” di GABRIELE ROMAGNOLI da La Repubblica del 2 marzo 2012

Finisce così: “un cuore si è ammalato nel paese della libertà”. È un verso di “Banana Republic”, la canzone che Lucio Dalla cantava con Francesco De Gregori. Una di quelle che lo rappresentava, per il testo che parla di “storia improbabile”, “nostalgia a cui fare il verso”, “bugia da raccontarsi mille volte, ma senza crederci”.Banana Republic non è mai stato davvero un “Paese dei Tropici”, piuttosto questa Italia che Dalla ha attraversato, canzonandola eppure accettandola, buttandola in un frullato di mitologia nazionalpopolare che ha mischiato Nuvolari e Caruso, Cristoforo Colombo e Gesù Bambino. Era un genio accondiscendente, uno di quelli che si piegano pur di varcare la soglia e chi resta fuori a invocare schiene dritte qualche volta, semplicemente, si perde lo spettacolo.
Nella Banana Republic Anni Sessanta, movimentata e movimentista, Dalla si esibiva scalzo nei locali torinesi, sperimentava il gorgheggio e se stesso facendo l´attore per i fratelli Taviani. Eppure già bordeggiava i baracconi della musica istituzionale: Cantagiro e Festival di Sanremo. All´inizio degli Anni Settanta sviluppava la strategia dell´eversione morbida, attaccava il sistema dall´interno, accettando il prezzo del pedaggio d´ingresso. Non è esagerato definire storica la sua apparizione a Sanremo nel 1971 con “4 marzo 1943″. Era un´Italia bacchettona e confusa, esattamente come questa. Anche allora si mandavano i censori della tv di Stato a vigilare sulla morale alla lavanda. E il pericolo già erano i cantanti, così pervasi dalla parola divina da volerla mettere in musica.
C´è chi ha pensato che Dalla si fosse venduto l´anima accettando di cambiare il titolo della sua canzone (in origine, “Gesù Bambino”), sostituendo “i ladri e le puttane” con l´anonima “gente del porto”. Ma su quel palco dove Luigi Tenco aveva trovato la morte per overdose di disagio lui era riuscito a presentarsi con il primo di una serie di copricapi improbabili e a raccontare la storia di una ragazza madre e del suo figlio orgoglioso di essere nato. Una canzone antiabortista, ma anche un inno alla vita per quello che la rende strepitosa: sesso all´aperto, partite di carte, ricordi che si confondono con i sogni. Concepiamo errori e chiediamo loro di perdonarci per questo. Dalla, che non avrebbe mai potuto essere padre, invocava l´assoluzione dei peccati per una generazione e quelli storcevano il naso perché nominava il Figlio invano. E allora lui alzava il tiro, l´estate stessa, mandando in quell´altro circo chiamato “Un disco per l´estate” il suo amico Rosalino Cellamare, in arte Ron, a canzonare un altro tabù. “Il gigante e la bambina” si chiamava la canzone da lui musicata e scritta dalla stessa Paola Pallottino autrice di “4 marzo”. Anche qui digerì le correzioni: “il gigante adesso è in piedi con la sua spada d´amore” diventò “il gigante è un giardiniere, la bambina è come un fiore” e l´allusione era meno circostanziata ma non più oscura. Banana Republic è un Paese così: non affrontarlo di petto, prendilo da dietro e ti darà tutto.
Questo ha fatto Lucio Dalla, con decine di canzoni che contenevano il seme dell´irregolarità. Prendi una delle più famose, “Cara”, quella dove dice: “Sposta la bottiglia e lasciati guardare/se di tanti capelli ci si può fidare”. Ma anche, di nuovo: “i tuoi pochi anni e i miei che sono cento”. E se non fosse per il titolo e un aggettivo al femminile in concordanza con “farfalla” sarebbe (ma in realtà è) un capolavoro di ambiguità. Come un attore gay a Hollywood, costretto a recitare da dongiovanni, ha continuato a cantare di amori etero in nome dell´ipocrisia da prima serata che governa Banana Republic, progressivamente scoprendosi fino al liberatorio “Balla balla ballerino” che celebrava il mistero: “sotto un cielo di ferro e di gesso l´uomo riesce ad amare lo stesso”. E di tutto: pesci nel profondo del mare e lupi nell´oscurità del bosco, in un francescanesimo irridente. Ha sdoganato la “fica” in quel peana alla masturbazione che è “Disperato erotico stomp” e il “casso” in quel bordello che è “Washington”. Ha sbeffeggiato i tempi, il loro passaggio e se stesso. Nell´Italia cialtrona di questi ultimi anni si è mimetizzato sollevando polveroni di mediatica inutilità. Rispondendo al più stupido degli interrogativi (che sembra perseguitare il destino dei cantautori): ma è di destra o di sinistra, ha votato pd, aderito all´Opus Dei (poi smentendosi giacché così fan tutti), proclamato una incontenibile simpatia per Berlusconi. E “olé sono perduto”. Forse non ci capiva più niente, o forse aveva capito tutto. Siamo la storia che ci possiamo permettere e la commedia che vogliamo. Si è perfino scritto il suo epitaffio, fingendo di dedicarlo a un altro: “Sentì il dolore della musica, si alzò dal pianoforte, gli sembrò più dolce anche la morte”.

“BANANA REPUBLIC” di GABRIELE ROMAGNOLI da La Repubblica del 2 marzo 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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