“NON CHIAMIAMO PAZZI I NOSTRI BREIVIK” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 14 dicembre 2011

Avevamo qui, per strada, nella città bella in cui camminiamo, uno che, fino a mezzogiorno di ieri, era come noi. Uno che aveva avvertito, scrivendo sui Protocolli di Sion: “Quanto esporrò non è banale e semplicistico, e richiede la conoscenza di dati ben fondati, nonché lo sviluppo di ragionamenti logici”. Poi ha aperto il fuoco.
Quando una squadra di bravi psichiatri norvegesi ha dichiarato Anders Breivik totalmente incapace di intendere, ha pronunciato un´ovvietà. Chi chiameremo pazzo se non l´uomo che va a sterminare scrupolosamente il maggior numero di suoi simili, inermi e innocenti? E non è un pazzo l´uomo che va ad ammazzare dei suoi simili sconosciuti e inermi, badando al colore della pelle, da una piazza all´altra di Firenze? Sono altrettanti casi di follia, e di follia isolata, come si affrettano a rassicurare le autorità. Ma bisogna pur dire che la diagnosi sull´infermità mentale, anche la più fondata giuridicamente, è umanamente insostenibile, perché toglie ai giustizieri la responsabilità che spetta loro, ed esonera gli altri dall´interrogarsi su se stessi. Gli altri sono i sani, cioè quelli che non hanno (ancora) varcato la soglia che li trattiene dal massacro. Il ragioniere della montagna pistoiese – posto aspro e splendido, il posto di Maramaldo e Ferrucci – aveva qualcosa in comune con Breivik, forse ha immaginato di emularlo. Vanesio e vile, Breivik aveva scelto i suoi connazionali per l´olocausto con cui si figurava di scuotere una comunità infiacchita e pronta a farsi espugnare. Casseri ha invece mirato ai senegalesi, gli espugnatori. I senegalesi sono specialmente detestabili perché sono alti e belli e parlano le lingue, anche quando scappano alla rinfusa raccogliendo i loro borsoni per sfuggire alla caccia. Non so se questo abbia contato per Casseri. Il quale un anno fa, scrivendo del nuovo romanzo di Eco sui Protocolli di Sion (e insinuando di passaggio che Eco avesse copiato dal romanzo scritto da lui, Casseri, e un suo coautore) citava la domanda del protagonista del Cimitero di Praga: “Ma perché mirate in particolare agli ebrei?”. E la risposta: “Perché in Russia ci sono gli ebrei. Se fossi in Turchia mirerei agli armeni”. Ecco, il lucido e delirante Casseri, cultore di quei Protocolli, deve aver risposto allo stesso modo. Dopotutto, la bella sinagoga fiorentina è a due passi da lì, ma gli sarà sembrato che “a Firenze ci sono i senegalesi”. Un pazzo isolato, dunque, anzi due pazzi isolati, un ragioniere a Firenze e un saldatore a Liegi, hanno fatto strage nello stesso giorno e allo stesso mezzogiorno. Ma anche a questa formidabile coincidenza si può rassegnarsi, e anche al fattaccio torinese del giorno prima – “a Torino ci sono gli zingari”, no? Però sentite: nel primo pomeriggio di ieri, quando ancora non si conosceva l´identità dello sparatore, e la notizia sui siti dei giornali locali diceva: “Piazza Dalmazia, due senegalesi uccisi e molti feriti”, i lettori più svelti già commentavano. Nel sito della Nazione (che, sia detto recisamente, non ne ha alcuna responsabilità, e ha presto aggiornato il titolo: “Omicidi razzisti”) la maggioranza dei primi commenti avevano questo tenore: “Meno due”; “Grazie alla politica del buonismo è stata aperta la porta alla criminalità camorristica e extracomunitaria NAPOLI è già qua”; “Un grazie ai buonisti newage che non hanno MAI avuto rispetto prima di tutto per gli Italiani lasciando proliferare mescolanze senza criterio… siamo solo all´inizio amici mia … ma come si dice, mal voluto non è mai troppo…”; “Solo due?”; “Due neri e un bianco: multiculturalità”; “MA QUANDO CI LEVEREMO DALL´ ITALIA QUESTO SUDICIUME? CI DEVE PENSARE IL POPOLO ??”. E anche dopo, la gran maggioranza dei commenti ha tenuto questo tono. Non prendetelo per un paradosso, ma righe come queste non sono solo commenti a un fatto: lo precedono anche, e lo preparano, sono un antefatto. Le persone che così commentano sono ben lungi dal varcare la soglia fra le parole e il massacro, dunque non sono folli, e peraltro, basta contarle, non sono isolate. Ma anche lo sciagurato che ha fatto il suo passo, e si è guadagnato il certificato di follia, non è dunque così isolato.
Casseri era lucido, ho detto: nello scritto che un anno fa dedicava ai Protocolli e alla “falsificazione sionista”, si era ingegnato di giustapporre i paragrafi di quel testo famigerato a brani di autori di sinistra e di estrema sinistra no-global dei nostri giorni, per farne risaltare l´assonanza, e segnalare come i piani dei supposti cospiratori giudaici si vadano compiendo. Nella coincidenza di episodi che infittisce le cronache dei nostri giorni come per una precipitazione chimica, la bufera finanziaria e la sensazione paranoica che l´accompagna, il manipolo segreto di gnomi della finanza che decidono le sorti della terra, giocano una parte importante. Accostare stralci di parole radicali di estrema destra e di estrema sinistra è un gioco troppo facile e spesso infame, ma occorre badare alla miscela esplosiva che sfrenatezza finanziaria e paura dello straniero vanno accumulando. La nostra estrema destra che si vuole sociale, e cui il ragioniere adepto di Lovecraft e Tolkien e Conan aveva aderito (e anche lei non può esser fatta responsabile della sua spregevole bravata) si chiama Casa Pound, e Pound era un grande poeta, ma il suo culto e la sua attualità hanno a che fare assai meno con la poesia e assai più con l´ossessione dell´usura e dell´antisemitismo. Quella miscela spiega anche le digressioni mentali che portano Breivik, nella crociata contro i pervertitori della razza, a fare strage di ragazzi norvegesi, e Casseri a passare dal fantasma ebraico ai corpi dei senegalesi.
Immagino che in molti diranno, ora, che “Firenze non merita questo”. Certo. Il mondo non merita questo. Ma dopo aver pronunciato convintamente e compuntamente questo scongiuro, mordiamoci la lingua. Diciamo che quei nostri fratelli senegalesi non meritano questa Firenze e questo mondo. E ricominciamo a pensare.

“NON CHIAMIAMO PAZZI I NOSTRI BREIVIK” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 14 dicembre 2011

Informazioni su QuintoStato

Corro, leggo, scrivo, racconto. Negli anni ho svolto un percorso che ha intrecciato attività politica, professionale, didattica e di ricerca. Laureato nel 1997 in Storia contemporanea a Bologna, ho conseguito successivamente il dottorato in Storia Costituzionale e Amministrativa presso l’ateneo di Pavia e svolto attività di ricerca per l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ho pubblicato sei monografie, curato volumi, mostre e allestimenti museali sulla storia del Novecento e pubblicato una ventina di saggi e articoli su riviste scientifiche e annali di storia contemporanea. Sono autore di spettacoli teatrali e history telling. Sono dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “NON CHIAMIAMO PAZZI I NOSTRI BREIVIK” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 14 dicembre 2011

  1. dididonna ha detto:

    Non chiamiamoli pazzi. Il razzismo c’è anche tra italiani. Non se ne può più davvero. Siamo tutti fratelli, come fanno a non capirlo?

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