“Bruno Losi, un secolo dopo. Un comunista italiano nel Novecento”, di Giovanni Taurasi

Losi parla ai cittadini dal balcone del Municipio nell'immediato dopoguerra


I frequentatori del blog mi consentiranno un po’ di campanilismo per raccontare una storia locale che ha a che fare con la storia collettiva di milioni di persone. In occasione del centenario della nascita di Bruno Losi, nato a Limidi di Soliera il 20 novembre 1911, il Comune di Carpi ha reso omaggio stamane al Sindaco più longevo della sua storia – Losi è stato alla guida delle giunte carpigiane dalla Liberazione al 1970 – e a uno degli amministratori pubblici più popolari del Novecento modenese. Abbiamo ricordato in Municipio la sua figura, sinteticamente ricostruita attraverso le tappe più significative del suo lungo e intenso itinerario biografico: l’adesione all’antifascismo negli anni del regime, pagata duramente con anni di galera, la lotta di Resistenza, la lunga esperienza di Sindaco di Carpi, la più breve esperienza di amministratore provinciale e poi di Sindaco di Montese. Ai presenti è stato distribuito un opuscolo che ricostruisce la sua biografia politica con contributi del sottoscritto, di Claudio Silingardi, Walter Bellisi e Marika Losi (per gli interessati, di seguito il testo del mio contributo relativo alla sua esperienza amministrativa).

Bruno Losi alla Presidenza di una manifestazione in occasione del 40° anno della fondazione del Partito comunista. Alla sua sinistra siede Rubes Triva (Sindaco di Modena dal 1962 al 1973) e alla sua destra Alfeo Corassori (Sindaco di Modena dal 1945 al 1962). Ultima a destra Bice Ligabue, fondatrice del PC modenese.

Antifascista, partigiano, militante politico, amministratore democratico: Bruno Losi è stato tutto questo, ma è stato in primo luogo un comunista italiano del Novecento e ha condiviso quell’esperienza umana, prima ancora che politica, con milioni di persone che si riconoscevano in ideali e valori di libertà, giustizia sociale, emancipazione. Una generazione di italiani che è arrivata all’accettazione, prima, e alla piena valorizzazione, poi, delle complesse regole della democrazia rappresentativa.
Ricostruirne la storia è l’occasione per riflettere su chi – insieme a cattolici, socialisti, liberali, azionisti e repubblicani – ha costruito la Repubblica dal nulla, sulle macerie della dittatura e della guerra, apprendendo e poi insegnando il significato della democrazia, attraverso errori e sacrifici, attraversando illussioni e delusioni, ma sempre con insuperata passione civile e politica.
Oggi, proprio quando il futuro è sempre più incerto, ritornare con la memoria all’alba della Repubblica può aiutarci a scongiurarne il tramonto e a guardare con maggiore fiducia al tempo che verrà.
GT

Bruno Losi, Sindaco di Carpi dal 1945 al 1970
di Giovanni Taurasi

Ripercorrere l’esperienza di Bruno Losi alla guida del Comune di Carpi significa ricostruire un quarto di secolo delle vicende amministrative e politiche locali ed esaminare il lungo dopoguerra carpigiano, dalla ricostruzione postbellica alla fine degli anni Sessanta del Novecento: cinque lustri nei quali avviene un profondo cambiamento del tessuto sociale, economico, culturale ed urbanistico. È evidente che ciò non è praticabile nell’economia di queste pagine, che si limiteranno perciò a fornire alcuni cenni e suggestioni e a collocare l’opera di Bruno Losi e delle sue giunte all’interno di una quadro più ampio.
Sindaco di Carpi dal 1945 al 1970, Bruno Losi fa parte a pieno titolo di quella generazione di amministratori carismatici aderenti al Partito comunista italiano che si sono fatti le ossa nella lotta al fascismo e che hanno imparato il “mestiere della politica” all’interno delle carceri fasciste, dove hanno maturato un’idea della politica molto pragmatica e condizionata dal rapporto diretto con la propria comunità. Una generazione che ha messo a frutto quella lezione di vita, dopo la dura prova della lotta partigiana, nell’esperienza amministrativa e politica nell’Italia liberata e finalmente democratica.
Alla guida dei Comuni nel dopoguerra, tale generazione – impregnata di una cultura politico-istituzionale cresciuta lontana dagli ambienti del diritto e dai suoi rigidi dettami, ma convinta della necessità di ampliare al massimo lo spettro dell’azione amministrativa in relazione ai mutamenti sociali in corso – progetta e realizza la fase della ricostruzione successiva alla guerra, programma e promuove politiche amministrative capaci di sostenere lo sviluppo delle comunità locali, governa le diverse realtà territoriali con grandi capacità mediatrici, garantendo coesione sociale e sviluppo.
Carpi esce dalla Seconda guerra mondiale segnata da lutti e dolori, alle prese con emergenze sociali e problemi di ordine pubblico, priva di un sistema politico di riferimento. All’indomani della liberazione, quando Losi viene nominato Sindaco dal Comitato di Liberazione Nazionale, la città si presenta priva di quella rete di piccole e medie imprese artigiane che ne rappresenteranno la forza vitale. Prevalgono dal punto di vista economico le attività legate all’agricoltura, con una diffusa presenza di mezzadri e di piccoli proprietari. Si tratta di una realtà caratterizzata da ampie sacche di povertà, dominata da tradizioni comunitarie con profondi legami con la civiltà contadina e la tradizione socialista pre-fascista.
Se Carpi raggiunge alti indici di qualità della vita, ottimi livelli economici e un buon grado di coesione sociale, è indubbiamente merito anche di quel ceto politico, attento alle esigenze della comunità e che opera per il bene pubblico ed il progresso sociale e civile. Sono amministratori che si identificano profondamente con la comunità locale: si spiega anche così il forte consenso, la grande popolarità e la lunga esperienza amministrativa di sindaci come Losi, ma analoghe considerazioni valgono per altri sindaci coevi, a partire dal primo cittadino di Modena, Alfeo Corassori, alla guida del capoluogo sino al 1962. Alcuni tratti comuni caratterizzano sindaci ed assessori: di estrazione popolare e di tradizione famigliare socialista, aderiscono già negli anni del fascismo al Partito comunista che, da piccolo partito clandestino, si trasforma nel dopoguerra nel principale partito della sinistra italiana e nel partito egemone a livello locale.
Le sinistre locali, grazie anche ai grandi sacrifici, umani e materiali, e all’impegno profuso nella lotta al fascismo, sia negli anni della dittatura che durante l’occupazione tedesca, conquistano il consenso di gran parte della popolazione (i primi test elettorali assegnano quasi il 70% dei consensi a socialisti e comunisti, con il Pci che raggiunge soglie del 60%), mentre le forze moderate, ed in particolare i cattolici che si raccolgono intorno alla Democrazia cristiana, ottengono un consenso più limitato in un territorio profondamente legato alla tradizione socialista prefascista. Ciò emerge immediatamente in occasione delle prime consultazioni. L’esito del voto per l’Assemblea Costituente a Carpi dimostra la forza delle sinistre, coi comunisti al 58,1% e i socialisti al 18,5%, mentre la Dc raccoglie il 16,5%. Il 24 marzo 1946, le prime elezioni amministrative vedono affermarsi le sinistre, col Pci al 63,61% e il Psi al 17,90%, mentre la Dc raccoglie il 18,27% dei voti. Con il voto nazionale del 18 aprile 1948 e la vittoria della Dc a livello nazionale si configura uno scenario, destinato a rimanere immutato per 50 anni, che vede il partito cattolico alla guida dei governi nazionali e le sinistre saldamente alla guida delle istituzioni locali delle cosiddette ‘zone rosse’.
Dopo il voto del 18 aprile 1948 i comunisti comprendono l’impossibilità di accedere al governo nazionale e gli enti locali diventano la loro vetrina politica, nella quale mettere alla prova la generazione di giovani antifascisti che aveva combattuto per la libertà del Paese.
Il tema dell’autonomia e del decentramento dei poteri diventa centrale nelle azioni, e nelle rivendicazioni, degli amministratori social-comunisti, in stretta relazione con la battaglia che a livello nazionale socialisti e comunisti conducono per la piena attuazione della Carta costituzionale e la realizzazione di quei principi di autonomia che essa sancisce.
Le politiche di governo locale delle giunte social-comuniste guidate da Losi si collocano all’interno di questo quadro e nell’ambito delle strategie di alleanze fra ceti subalterni e ceti medi condotta dal partito comunista emiliano nell’immediato dopoguerra: strategia che ha garantito alla sinistra locale un diffuso e perdurante consenso. Sono numerose le vertenze sindacali nel corso delle quali il Sindaco Losi interviene per favorirne la soluzione, ma l’attenzione profonda alle esigenze del mondo del lavoro è accompagnata sempre da un’analoga considerazione nei confronti delle esigenze del mondo imprenditoriale e delle piccole attività artigiane.
In questi anni, e ancora di più in seguito, il comune guidato dalle sinistre svolge un ruolo fortemente interventista (si pensi alla promozione dell’Ente Comunale di consumo), si potrebbe dire semi-keynesiano, e si trasforma in vero e proprio soggetto politico, a volte anche in contrasto con il governo nazionale.
Losi viene confermato Sindaco nel corso della seduta di insediamento del primo Consiglio comunale eletto dai carpigiani il 6 aprile 1946. I consiglieri socialisti anticipano la loro volontà di collaborare con la maggioranza assoluta conquistata dai comunisti in nome del “bene della nostra città”, mentre si contano 7 schede bianche attribuibili ai consiglieri democristiani. Tuttavia la maggioranza social-comunista apre al gruppo democristiano, eleggendo una Giunta con due assessori della Dc. Solo a questo punto il consigliere democristiano Leporati interviene affermando di accettare di “buon grado questa forma visibile di collaborazione”. Fra gli interventi nella solenne occasione, quello del neo assessore socialista Mentore Agosti pare cogliere il senso di questa chiamata all’unità per fronteggiare le difficoltà della ricostruzione postbellica, quando afferma che “qui non si tratta né di Marx, né di San Tommaso: si tratta solo di buon senso”.
Il primo cittadino conclude richiamando le urgenze da affrontare: in primo luogo i problemi di approvvigionamento, dell’attività annonaria, dell’assistenza all’infanzia ed ai più poveri, della carenza di alloggi, della diffusa disoccupazione. Si tratta di alcuni temi che saranno al centro dell’azione di governo locale, che si sintetizza nello slogan con il quale Losi conclude il suo intervento: “sostenere il Comune popolare! Tutto per il Comune!”.
Si intravede la rilevanza assegnata all’ente locale dai nuovi amministratori, per i quali il Comune, come è stato sottolineato per altre amministrazioni, deve ampliare la sua attività ad ogni campo della vita pubblica.
Caso più unico che raro tra i comuni di una certa dimensione, a Carpi la giunta unitaria composta da comunisti, socialisti e democristiani sopravvive alla rottura del Governo di unità antifascista del maggio 1947 ed al voto del 18 aprile, e si dissolve solo con la fine del primo mandato amministrativo nel 1951, facendo sì che a Carpi i primi anni del dopoguerra siano un periodo di forte condivisione tra i rappresentanti locali dei tre partiti di massa.
Dopo la fine dell’alleanza tripartitica nel 1951, le Giunte si fondano su un’alleanza social-comunista, al vertice della quale siede il sindaco Losi; dal punto di vista di genere cresce, anche se di poco, la presenza femminile fra gli eletti, ma si dovrà attendere la Giunta del 1956 per vedere una donna ricoprire il ruolo di assessore effettivo.
L’uscita dalla Giunta della Democrazia cristiana rende però problematici i rapporti con la Prefettura allineata con il governo nazionale, che comincia ad intervenire pesantemente nell’attività dell’ente, come avviene peraltro negli altri comuni della provincia. Le ingerenze dell’autorità prefettizia nell’attività di governo locale delle sinistre segnano tutto il dopoguerra, ma se la contrapposizione tra la periferia modenese e lo Stato centrale nasce da ragioni di carattere politico comprensibili nel quadro della guerra fredda, alcuni aspetti di quella vicenda sono da ricondurre a nodi centrali del dibattito costituente. Mentre gli amministratori modenesi rivendicano per il Comune la possibilità di compiere scelte politiche autonome, i rappresentanti dello Stato tendono a ridurre l’azione dell’ente locale a pura attività ordinaria ed amministrativa.
Amministratori locali da una parte e prefetture e Governo dall’altra traducono in modo sostanzialmente diverso la Carta costituzionale. La doppia lettura della Costituzione e della normativa vigente crea due fronti rigidamente contrapposti. Per le sinistre i principi sanciti nella Carta costituzionale possiedono un valore precettivo e ad essi si deve subordinare l’ordinamento di eredità fascista. Viceversa, gli apparati dello Stato agiscono sulla base di un ordinamento mai riformato per interferire sull’azione condotta dalle forze di sinistra nel governo locale. Le prefetture parlano il linguaggio della legislazione vigente, le sinistre quello del dettato della Costituzione. A seguito del congelamento costituzionale, i due contendenti in sostanza utilizzano due dizionari diversi, che, sulla questione dell’autonomia locale, divergono: quello degli amministratori modenesi contempla concetti che si riferiscono ai principi autonomistici della Costituzione, quello dei governanti e delle prefetture si appella a nozioni che si fondano sulla normativa centralistica precostituzionale.
Contrastati dalla Prefettura, i ‘municipi rossi’ diventano veri e propri laboratori politici: erogatori di servizi, sostenitori del sistema produttivo e delle sue imprese, mediatori di conflitto sociale, negoziatori di risorse. L’idea di un ente fortemente interventista, anche a costo di farne crescere enormemente l’indebitamento, solleva la dura reazione di un apparato statale che fatica a concedere alle periferie anche l’autonoma gestione degli interventi di sua competenza.
Casa, scuola, assistenza e investimenti produttivi e nelle infrastrutture costituiscono i quattro pilastri dell’azione amministrativa dell’ente locale carpigiano e di quelli modenesi. I relativi provvedimenti hanno però iter ed esiti amministrativi tormentati. Quando non si infrangono contro problemi burocratici, si scontrano con l’ostilità degli organi di controllo prefettizi o con l’inconsistenza dei finanziamenti statali che penalizzano particolarmente la provincia modenese.
La finanza locale del tempo prevede la ripartizione tra spese obbligatorie e facoltative e gli amministratori del tempo si battono per inserire tra le voci di bilancio obbligatorie spese che l’autorità di controllo governativa ritiene invece siano da attribuire a quelle facoltative. Dietro tale obiettivo si nasconde la volontà di trasformare l’ente locale in erogatore di servizi che la prefettura ritiene superflui e da lasciare al solo intervento privato del mercato.
Esemplare da questo punto di vista l’ingerenza dell’autorità periferica dello Stato nelle politiche scolastiche e sociali, che spinge Bruno Losi, di fronte agli ostacoli frapposti dalla Prefettura per la costruzione di un asilo comunale, a dichiarare:

In otto giorni il Parroco ottiene tutto, mentre il progetto dell’Amm[inistrazio]ne Com[una]le viene restituito senza neppure un esame di merito. Costruisca pure il Parroco e ciò a noi non interessa, ma lasciate che venga costruito anche l’asilo comunale perché l’Amministrazione ha il dovere di andare incontro all’infanzia e di dare a tutti la possibilità di mandare i bimbi al predetto asilo […] che i privati facciano quello che vogliono e noi non l’impediremo, ma noi vogliamo costruire gli asili comunali accanto a quelli parrocchiali, a quelli delle suore e a quelli dei privati.

La Prefettura rinvia l’istituzione dell’asilo comunale perché ritiene che le spese di gestione della struttura debbano ricadere nella parte del bilancio che riguarda le spese facoltative, vincolate da limiti di legge (i comuni deficitari non possono ricorrere a tali spese), mentre il Comune considera la spesa di tipo obbligatorio e da ricondurre alle politiche educative. Bruno Losi esemplifica il concetto molto chiaramente, affermando «che la spesa pel funzionamenti degli asili – oggi scuole materne, costituendo esse il primo grado (preparatorio) dell’istruzione elementare – è da ritenersi spesa obbligatoria pel Comune». La posizione delle sinistre viene ancora più chiaramente espressa dal Sindaco, che nella sua relazione al Bilancio preventivo per l’esercizio 1952 afferma:

Dobbiamo però sottoporci un’altra domanda: cosa può fare il Comune? O, per essere più esatti, cosa è consentito che il Comune faccia? I problemi sono di portata nazionale e nazionalmente vanno risolti: ciò non esclude però che gli enti pubblici locali siano messi nella condizione di svolgere la loro attività per la risoluzione dei problemi minori ed a favore di chi più soffre dell’attuale situazione. Solo in questo senso il bilancio può assumere la funzione di strumento atto a contribuire alla lotta contro il disagio e la miseria; un bilancio però che possa contemplare nelle entrate i risultati di una autonoma finanza comunale e che preveda nelle spese stanziamenti che sono ritenuti necessari da una libera ed autonoma Amministrazione locale che, seppure riconosciuta dalla Costituzione, ci è ancora negata.

Le sinistre insistono per un maggior investimento nei consumi pubblici rispetto a quelli privati e attuano politiche per una marcata distribuzione della ricchezza a livello locale (da cui discendono investimenti notevoli in servizi pubblici a basso livello tariffario, servizi sociali diffusi e robusti, investimenti nelle strutture scolastiche pubbliche), mentre i partiti moderati sono meno propensi alle politiche di spesa e più sensibili a limitare al minimo la pressione fiscale.
Il primo quindicennio di attività di Bruno Losi si colloca all’interno di questo quadro politico che ha come cornice sociale una comunità ancora fortemente legata alle tradizioni della civiltà contadina. Con il boom economico e l’urbanizzazione di grandi masse di popolazione delle campagne, con il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale, con la terziarizzazione del mondo produttivo, la secolarizzazione, l’emancipazione femminile e i primi flussi migratori dal Sud Italia, si assiste ad una trasformazione sociale e culturale della comunità che dissolve ogni traccia di questo piccolo mondo guareschiano, e nel corso degli anni Sessanta si affacciano nuove problematiche. Rimangono le differenze politiche e ideologiche col Governo nazionale, continuano ad emergere le contrapposizioni tra i sostenitori dei due blocchi della guerra fredda, l’approccio internazionalista e le posizioni antiatlantiche delle sinistre, ma, benché in certi periodi queste divisioni conducano ad interminabili dibattiti in Consiglio, questi temi sono relegati sullo sfondo o ricondotti ad elementi simbolici (esemplare il ‘gemellaggio’ con Wernigerode, località della Germania comunista), mentre è l’attività amministrativa e di governo locale ad assorbire gran parte delle energie della Giunta.
Senza dimenticare il passato – esemplare l’impegno di Losi per ricordare le vicende tragiche e gli orrori dell’ultima guerra, culminato nella manifestazione del 1955 che raccoglie in Piazza Martiri migliaia di ex deportati, cittadini, autorità nazionali e straniere – lo sguardo dell’amministrazione locale è rivolto però al futuro ed ai rapidi cambiamenti in corso.
Il processo di massiccio inurbamento comincia in assenza di uno strumento normativo. Il Piano Regolatore Generale di Carpi, definito comunemente Piano Airaldi, viene adottato nel 1959 e sarà uno dei primi tre Piani regolatori generali dell’Emilia Romagna. Il contesto in cui si inseriscono le analisi per la redazione del piano regolatore è quello della ricostruzione post bellica e di uno sviluppo urbanistico indefinito dovuto alla legge urbanistica del 1942, che consente ai Comuni di organizzare il territorio anche in mancanza di un Piano regolatore.
Prima dell’approvazione del Piano regolatore, l’intervento urbanistico è assunto dall’amministrazione per risolvere l’emergenza abitativa, dare una risposta ai problemi occupazionali e sollecitare la crescita economica. Successivamente vengono realizzate aree attrezzate e interventi adeguati a sostegno degli importanti insediamenti industriali del settore della maglieria e della miriade di piccole imprese e laboratori a conduzione famigliare che costituiscono la rete del distretto del tessile abbigliamento. Insieme all’industria tessile e dell’abbigliamento, anche la presenza di imprese meccaniche e cooperative consente una crescita economica diffusa che garantisce la coesione sociale.
Il Piano regolatore del 1959, i piani per l’edilizia economica e popolare, i piani di fabbricazione e le scelte relative alle zone artigianali consentono di governare in modo ordinato e disciplinato l’espansione urbanistica e lo sviluppo economico, delineando una periferia che raggiunge elevati standard di qualità della vita. Seppure scontando alcuni limiti, non potendo prevedere completamente il vorticoso mutamento che sta per avviarsi – si pensi allo sviluppo di alcune zone della città a sud, con strade con carreggiate di larghezza limitata per sopportare il notevole aumento della motorizzazione, o alla costruzione di scuole in frazioni che si spopoleranno a breve – l’amministrazione interviene con lungimiranza e in modo razionale per gestire lo sviluppo della città.
Losi e gli amministratori che lo affiancano nella seconda metà degli anni Sessanta si confrontano con le nuove domande e i nuovi problemi di una società in rapida trasformazione in seguito alla crescita economica e ai primi flussi migratori che acquistano consistenza negli anni successivi. Insieme all’attenzione per le infrastrutture, grande impulso viene dato ai servizi sociali, educativi e scolastici, in una fase di grande protagonismo femminile che vede le donne carpigiane assumere un ruolo fondamentale nel processo produttivo locale. Su promozione dell’amministrazione locale nascono anche i primi sodalizi tra volontari, lavoratori in attività o in pensione, che diventano col tempo veri e propri centri sociali e luoghi di relazione nel tempo libero per giovani e anziani. Resta ancora la tensione con il livello statale, ma in un quadro completamente diverso che consente al Comune di realizzare nuovi e fondamentali servizi per la comunità. È una stagione che vede la pianificazione, la programmazione e l’inizio della realizzazione di vere e proprie forme di welfare municipale, col passaggio da politiche di natura assistenziale e vere e proprie politiche sociali, che poi verranno proseguite e completate nel corso del decennio successivo, durante il mandato del successore di Losi, Onorio Campedelli.
Nel 1970 Bruno Losi viene eletto nuovamente consigliere comunale ed entra anche nel Consiglio provinciale, andando a ricoprire la carica di assessore ai lavori pubblici della Provincia; successivamente diventa sindaco di Montese. Muore a Carpi il 27 febbraio 1978.
Come anticipato, non è stato possibile in queste brevi note riassumere tutta l’opera di Losi per la nostra città, alla quale resta legato anche quando viene chiamato ad altri incarichi amministrativi (si pensi ad esempio all’inaugurazione nel 1973 del Museo Monumento al deportato, di cui Losi è il principale promotore). Ancora oggi, per la lunga esperienza amministrativa che lo ha visto ricoprire l’incarico di sindaco per ben 25 anni, la popolarità di Bruno Losi è vastissima nelle generazioni vissute e cresciute in quel quarto di secolo, che ha visto la città avviare lo sviluppo sociale, economico e civile successivo. Nei momenti più difficili e di maggiore contrapposizione, Losi è stato in grado di unire la comunità, anche se attraversata da profonde divisioni politiche, grazie anche al rapporto di reciproca stima che aveva con i rappresentanti dell’opposizione in consiglio e con i vertici della Chiesa locale. Nonostante le contrapposizioni ideologiche, sulle questioni concrete e amministrative la stragrande maggioranza dei provvedimenti approvati dal Consiglio comunale ottenne il voto favorevole anche delle opposizioni, con una forma di collaborazione e condivisione all’interno del civico consesso, ed ancora oggi, ad un secolo dalla sua nascita, Bruno Losi resta nella memoria collettiva dei carpigiani come il Sindaco della Liberazione e tra i più amati sindaci del dopoguerra modenese.

NOTA BIBLIOGRAFICA E FONTI: Archivio Storico Comunale di Carpi, Atti, sedute del Consiglio comunale del 21 ottobre 1955, 7 giugno 1957 e 16 aprile 1952; Comune di Carpi, Bruno Losi (atti della seduta straordinaria del Consiglio comunale nel decimo anniversario della scomparsa, Carpi 27 febbraio 1988), Carpi, Centro stampa del Comune di Carpi, 1991; Paola Borsari, Giovanni Taurasi, a cura di, Dal pregiudizio all’orgoglio. Le donne a Carpi dall’Unità ai giorni nostri, Carocci, Roma, 2007; Paola Borsari, a cura di, Carpi dopo il 1945. Sviluppo economico e identità culturale, Roma, Carocci, 2005; Giovanni Taurasi, Autonomia promessa, Autonomia mancata. Governo locale e reti di potere a Modena e Padova (1945-1956), Roma, Carocci, 2005.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “Bruno Losi, un secolo dopo. Un comunista italiano nel Novecento”, di Giovanni Taurasi

  1. enrico ha detto:

    ottimo

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  2. dorry ha detto:

    ottimo anche per me
    ti ho mandato tutte le mie foto

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