“Pre-dimissioni e paradossi istituzionali” di MICHELE AINIS dal Corriere della Sera dell’11 novembre 2011

C’è un che di surreale nella condizione che stanno attraversando le nostre istituzioni. Tutto comincia con le pre-dimissioni del presidente del Consiglio: un inedito costituzionale. Eppure ne abbiamo viste tante, ai tempi fulgidi della Prima Repubblica. Governi di minoranza (come quello Zoli nel 1957). Governi lampo (Andreotti nel 1972: durò per 9 giorni). Governi a tempo (Craxi nel 1986, dopo il «patto della staffetta» con De Mita). Governi balneari (i due gabinetti presieduti da Leone nel 1963 e nel 1968). Governi elettorali, ossia formati al solo scopo di gestire le elezioni (Fanfani nel 1987). Governi della non sfiducia, che stavano a galla in virtù di un ampio fronte d’astensioni (Andreotti nel 1976). Ora siamo all’ultima stazione: il quarto gabinetto Berlusconi si è trasformato in un governo della non fiducia, o della pre-sfiducia. Ma intanto governa, e domani è pur sempre un altro giorno.
Un ossimoro costituzionale, che a sua volta si alleva in seno una litania di paradossi. Che avrebbe dovuto fare il capo dello Stato, davanti alle pre-dimissioni del presidente del Consiglio? Avviare pre-consultazioni con i partiti, conferire un preincarico a un pre-premier, chiamare gli italiani a pre-elezioni? In qualche modo, è quello che è avvenuto. Nominando Mario Monti senatore a vita, Napolitano — senza sforare d’un millimetro le sue prerogative — ha insediato di fatto un pre-governo. Doveva farlo, doveva mostrare al mondo che l’Italia ha in tasca una soluzione di riserva. E infatti i mercati ci stanno dando tregua, dopo giorni di tragedia permanente.
Ma nel frattempo c’è un governo nel pieno dei poteri: Berlusconi non si è dimesso, non è stato rovesciato da una mozione di sfiducia, e anzi nell’ultimo voto sul rendiconto dello Stato ha incassato il 99% dei consensi (l’opposizione si era assentata a bella posta). E c’è un pre-governo sul quale si concentra tutta l’attenzione dei partiti, mentre il totoministri tiene banco (digitando sulle news di Google «ministri governo Monti» si ottengono 360 risultati). Da qui un teatro dell’assurdo. Perché la liturgia costituzionale contempla il governo in attesa di fiducia (dopo il giuramento), non quello in attesa di autosfiducia (le dimissioni). E perché il presidente della Repubblica non ha poteri per costringere il premier a mettersi da parte. Napolitano non può revocare Berlusconi, così come Berlusconi non può licenziare i suoi ministri (altrimenti Tremonti avrebbe già dovuto lasciare la poltrona).
D’altronde — a prenderla alla lettera — suona paradossale pure la promessa del presidente del Consiglio, l’impegno a dimettersi dopo il varo della legge di Stabilità. Intanto, se il Parlamento bocciasse la legge (tocchiamo ferro) lui non si dimetterebbe, proprio per mantenere la parola: l’apertura della crisi di governo dipende quindi dal buon esito del provvedimento che può allontanarci dalla crisi. E in secondo luogo, l’evento che condiziona le dimissioni del governo dipende dal medesimo governo. Quantomeno sui tempi, dato che spetta all’esecutivo in carica presentare, maxiemendare, superaccelerare la legge di Stabilità. Sicché più s’allunga il brodo più s’allunga la vita del governo: un altro caso di conflitto d’interessi, tanto per cambiare.
È l’ultimo gioco illusionistico di Silvio Berlusconi, l’acchiappasogni. Cominciò promettendo un milione di posti di lavoro, nel 1994. Ha continuato nel 2001, promettendo meno tasse per tutti. E adesso, siccome gli italiani sperano che il suo governo si tolga di mezzo, lui ha promesso di realizzare pure questo sogno. Ma i mercati non chiedono sogni, reclamano chiarezza. Può ottenersi attraverso elezioni anticipate, come in Spagna. Con un governo d’unità nazionale, come in Grecia. Non con un annuncio di dimissioni a data incerta: in apparenza schiarisce l’orizzonte, in realtà lo ha reso più opaco e più confuso.
michele.ainis@uniroma3.it

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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