“Trent’anni di questione morale”, di UMBERTO GENTILONI

UMBERTO GENTILONI da La Stampa del 27 luglio 2011

La questione morale «divora i partiti e le istituzioni», «nell’ Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato»; questa frase domani compie trent’anni e non li dimostra, tanto appare legata all’attualità stringente. Tre decenni sono il tempo che ci separa dalla celebre intervista che il segretario del Pci Enrico Berlinguer concesse a Eugenio Scalfari (Che cos’è la questione morale, «la Repubblica», 28 luglio 1981). Un tempo lontano che traspare dalla lunghezza del testo, dal linguaggio di un mondo che non c’è più, dalla descrizione di un’Italia distante, attraversata da narrazioni identitarie e appartenenze contrapposte, segnata dalle ultime pervasive traiettorie della contrapposizione bipolare. Ma è anche un tempo terribilmente vicino per la qualità dell’analisi che si affaccia nella conversazione e per il peso di quella vicenda e del suo riproporsi nelle dinamiche dell’Italia successiva. L’intervista giunge dopo la formazione del governo Spadolini, la breve parentesi di collaborazione tra democristiani e comunisti è ormai al tramonto: il preambolo da una parte e l’alternativa democratica dall’altra mettono nuovamente i due principali partiti in competizione per la conquista di una posizione egemonica. Una sorta di competizione annunciata e consapevolmente proposta ai propri universi di riferimento, tanto da incoraggiare i militanti e rilanciare (per quanto possibile) le ragioni delle appartenenze separate. In questo contesto matura la riflessione di Berlinguer, più complessa e articolata degli utilizzi e dei richiami di cui è stata oggetto; lontana (e non solo per motivi cronologici) dalla stagione di Tangentopoli e dai conflitti tra i poteri dello Stato. La sua analisi ha attratto sguardi diversi, spesso in contrasto tra loro pur non ricevendo al momento l’attenzione che si potrebbe immaginare. Destino non nuovo per lo stesso Berlinguer, spesso ignorato o mal sopportato anche da chi gli stava più vicino; non è casuale l’incalzare dell’intervistatore sui temi legati alla linea dell’austerità e all’inascoltata denuncia che risale a qualche anno prima. «La questione morale è il centro del problema italiano», afferma il segretario del Pci, argomentando sulle caratteristiche di occupazione del potere, sulle trasformazioni dei partiti in «federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss» e ancora sullo stravolgimento delle istituzioni in modo patologico e pernicioso: «macchine di potere e clientela, scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali programmi pochi e vaghi, sentimenti e passione civile zero». Una fotografia impietosa e per molti versi profetica. Ma il punto centrale della sua analisi va più a fondo investendo le fondamenta della democrazia e offrendo chiavi di lettura contraddittorie. Il nesso tra questione morale e diversità comunista, un tema emerso più volte durante gli anni che ci separano dalla scomparsa del leader comunista: la diversità quasi antropologica del Pci produce un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni. Ed è così che il tratto della questione morale come asse prevalente di analisi e di denuncia metterebbe in secondo piano il necessario interrogarsi sulle caratteristiche del sistema politico italiano e sui costi di una democrazia bloccata, in assenza di ricambio di classe dirigente. Una posizione difensiva che preserva un patrimonio senza metterlo (come era avvenuto durante gli anni del confronto tra Berlinguer e Moro) al servizio di un progetto politico, di una prospettiva di governo. Di altro significato i ritardi nell’analisi sul mondo comunista, basti il richiamo alle ultime battute con Scalfari dedicate al Congresso del partito comunista polacco e ai buoni segnali che – secondo il segretario del Pci – arriverebbero da Varsavia. Tutto travolto, solo pochi mesi dopo, dai fermenti che scuoteranno la società polacca. Un’analisi articolata e contraddittoria in un passaggio difficile della nostra vicenda repubblicana. «La questione morale fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica»: può apparire un’affermazione senza tempo, o immersa nel tempo lungo e imprecisato della lunga transizione italiana. Difficile interrogarsi sulle eredità di una stagione così lontana e sui lasciti di un’analisi che appare così ravvicinata. Tra tanti eredi e detrattori di Berlinguer, varrebbe la pena recuperare un breve inciso dell’intervista «che la professionalità e il merito vadano premiati», forse trent’anni non sarebbero passati invano.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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