“Una graphic novel per capire meglio la complessa vicenda del confine orientale”, di Giovanni Taurasi


Trascorso il Giorno del Ricordo del 10 febbraio che, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, il Parlamento ha individuato “al fine di conservare e rinnovare – come recita la legge – la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”, e svolte le doverose iniziative pubbliche promosse da istituzioni, associazioni e movimenti per ricordare la tragedia delle foibe e condannare le violenze che vennero commesse contro italiani in quei territori (come è avvenuto anche a Carpi), è forse possibile uscire dal dibattito pubblico (su questo rimando ad una acuta riflessione di Arrigo Levi pubblicata oggi su La Stampa: Ricordo e memoria per guardare avanti). Se non ci si abbandona a quello che è stato definito l’uso pubblico (e politico) della storia, è possibile riportare quella complessa vicenda nel quadro storico e geo-politico nel quale maturò ed evitare di ricadere in quello spezzatino della memoria e in quella visione a compartimenti stagni che nel Giorno della Memoria del 27 gennaio David Bidussa paventava su la Repubblica. Si tratta di una storia a lungo trascurata nel dopoguerra italiano per i convergenti interessi di governo e opposizione del tempo. Ma ciò che avvenne all’epoca, e che condusse alla morte migliaia di persone e all’esodo forzato delle popolazioni di lingua italiana che vivevano in quell’area, va ricondotto nel quadro dei conflitti etnici e ideologici che attraversarono quei territori nel corso della prima metà del Novecento, nonché nelle persistenti forme di nazionalismo che si sono replicate negli anni e sotto i diversi regimi.
Un amico mi ha regalato una toccante e intensa storia a fumetti pubblicata in questi giorni, illustrata da Davide Toffolo, che mi ha consentito di scoprire una storia che non conoscevo. Nella graphic novel “L’inverno d’Italia”, Toffolo ricostruisce appunto una delle pagine di quella storia e che a quella complessa vicenda è riconducibile. Tale pagina chiama in causa le gravi responsabilità italiane e del fascismo, e riguarda i campi di internamento italiani nei quali si deportarono e lasciarono morire migliaia di cittadini sloveni durante l’occupazione dei territori jugoslavi nel 1941, alla quale seguirono violenze e deportazioni di massa nei campi istituiti in Italia. La ricostruzione a fumetti riporta così in luce la memoria di circa 300mila cittadini sloveni rastrellati e deportati in vari campi di concentramento in Italia dal regime fascista di Mussolini, a partire dall’autunno del 1941. L’autore, attraverso lo sguardo e il dialogo di due bambini, illustra una storia ambientata nel campo di Gonars, in provincia di Udine, dove morirono centinaia di persone, la maggior parte delle quali tra novembre 1942 e marzo 1943. La toccante graphic novel illustrata da Toffolo tiene sullo sfondo i fatti, in modo da mettere in primo piano la voce delle vittime, e ripercorrere una vicenda finora poco nota. Il volume ha richiesto anche un forte impegno di ricerca, poiché non esistono molti documenti fotografici della storia di Gonars, ma restano i disegni dei tanti artisti sloveni che furono internati nel campo. Pur trattandosi di una graphic novel, e non di una ricerca storia di impianto scientifico, il volume può essere accostato alla serie di studi che hanno approfondito negli ultimi anni i gravi crimini di cui si sono macchiati sia la milizia fascista che le truppe regolari dell’esercito nel dopoguerra.
Tali studi hanno smentito il falso mito del “bravo italiano”, solitamente raffigurato al cinema con la maschera caricaturale di attori come Alberto Sordi o Totò. Smentire questo stereotipo non significa dimenticare anche gli atti di eroismo compiuti dall’esercito (come Cefalonia), ma recuperare la dimensione storica di quelli eventi e riportare alla luce anche le pagine vergognose della nostra storia.
Il 6 aprile 1941 le forze armate tedesche e italiane oltrepassarono i confini della Jugoslavia. Nel corso dei 29 mesi di occupazione italiana della Slovenia, secondo stime, furono uccise circa 12 mila persone e 40 mila furono deportate. Nei territori occupati dalle truppe fasciste si registrarono esecuzioni sommarie, massacri indiscriminati, rastrellamenti selvaggi, torture, rappresaglie contro civili inermi, campi di concentramento e deportazione. Successivamente all’8 settembre e al ritiro dei tedeschi dalla Venezia Giulia si innestò la reazione dei partigiani comunisti di Tito, con l’arresto di migliaia di persone, perlopiù italiane. È in questo contesto che si sviluppa il clima da resa dei conti, esasperato dai decenni precedenti, nel quale maturarono i tragici fatti che portarono alle esecuzione sommarie di centinaia di persone legate al fascismo i cui corpi furono lasciati all’interno di grosse fosse e cavità carsiche note come foibe. Fatti che proseguirono anche immediatamente dopo la fine del conflitto, in una spirale di odio e di rancori mai sopiti che coinvolse anche chi le sopraffazioni fasciste le aveva soltanto subite. Si stimano tra le 5.000 e le 10.000 le persone infoibate, vittime della pulizia etnica dei titini e occultate nelle cave carsiche della zona.
Con la definizione esodo istriano o esodo giuliano-dalmata, la storiografia intende quel notevole fenomeno di diaspora che si verificò al termine della seconda guerra mondiale da Istria, Quarnaro e Dalmazia da parte della maggioranza dei cittadini di lingua italiana e di coloro che diffidavano del nuovo governo iugoslavo, in seguito all’occupazione di tali regioni da parte dell’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del Maresciallo Josip Broz Tito e alla conseguente assegnazione di questi territori, in seguito a trattati di pace, alla nuova Federazione Jugoslava. Secondo stime ufficiali, fra il 1944 e fino alla fine degli anni ’50, circa 250.000 persone, cioè la quasi totalità degli istriani di nazionalità italiana, abbandonano Fiume, Pola, Zara e le altre città della costa, spinti da motivazioni diverse, legate all’instabilità sociale e politica della neonata Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia e al timore di perdere la propria identità italiana. La diaspora riguardò anche la provincia modenese, dove giunsero numerosi profughi, per la presenza della Manifattura Tabacchi, nella quale trovare lavoro coloro che già erano impiegati nelle manifatture istriane. Numerose furono inoltre le famiglie di profughi giuliani che dal 1954 al 1970 vissero nel Villaggio San Marco, presso l’ex campo di concentramento di Fossoli.
Il giorno scelto per ricordare le vittime delle foibe e coloro che furono costretti ad una migrazione forzata è un simbolo di pace. Il 10 febbraio 1947 è stato infatti firmato il trattato di pace. Questa coincidenza, certamente non casuale ma voluta dal legislatore, deve indurre a ribadire oggi quei valori di pace, integrazione e convivenza tra popoli, che furono negati all’epoca, nel corso di questa lunga e complessa vicenda storica che ha riguardato territori martoriati dalla guerra e dai conflitti etnici e politici.
GT

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.