“Quest’Italia che lascia sprofondare i giovani nella sfiducia e nell’inerzia”, di Tullio Gregory

Tullio Gregory dal Corriere della Sera dell’8 dicembre 2010

Forse il 44˚Rapporto Censis sulla situazione sociale dell’Italia è il più drammatico fra quelli degli ultimi anni: un’analisi spietata di un sistema Paese, appiattito per «la fatica di vivere», attraversato da «sensazioni di fragilità sia personali che di massa»; Paese che «frana in basso», senza più «archetipi, ideali, figure di riferimento», caratterizzato dal prevalere ovunque dell’ «indistinto» («società non solo liquida ma ancor più decisamente indistinta»), ove sembra trionfare «una diffusa ed inquietante sregolazione delle pulsioni e dei comportamenti individuali», un «deserto» senza luce, un «vuoto morale e psicologico insieme», nella radicale «insicurezza» che è «il vero virus che opera nella realtà sociale di questi anni».

Alla spietata analisi corrisponde, lo notava già Dario Di Vico, anche un linguaggio per più aspetti nuovo nel rigoroso lessico del Censis: «sostanza umana», «pulsioni», «alchimia mentale», per scendere fino a sondare «l’inconscio individuale»; si noterà anche la forte presenza di termini caratterizzati dal prefisso de o dis con valore negativo e sottrattivo: «disinvestimento individuale al lavoro», «de specializzazione imprenditoriale», «deindustrializzazione competitiva». Il Rapporto termina con un nobile appello di toni alti, quasi di ascendenza rinascimentale, invocando un «rilancio del desiderio» come nuova «virtù civile».

Tutti i dati che il Censis raccoglie e analizza sono segni di un continuo declino; pochi i segnali positivi del tutto marginali (come quelli riguardanti alcuni aspetti del terziario); tra i più preoccupanti — è stato rilevato da tutti — la disaffezione al lavoro da parte di una cospicua percentuale di giovani, che non solo sembrano rifuggire il lavoro impegnativo e difficile, ma neppure lo cercano: così «una parte significativa delle risorse produttive del sistema sembra chiamarsi fuori dalgioco». Il Rapport o precisa: « sonopiùdi 2.242.000 gli italiani tra 15 e 34 anni che non sono impegnati in un’attività di studio, non lavorano, non lo cercano e soprattutto non sembrano essere interessati a trovarlo. Un universo ampio, pari al 16,3% del totale, il cui peso appare ancora più consistente nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni (19,2%)».

Al di là dunque dell’indiscutibile presenza di giovani — percentualmente pochi — che si impegnano con rigore nella propria formazione e nella ricerca di una posizione nel campo del lavoro dipendente o autonomo, superando ogni difficoltà o anche fuggendo all’estero, vi è una quota di giovani che non ha e non cerca lavoro, accasciandosi in «un mix perverso di sfiducia e di inerzia».

Forse vale la pena soffermarsi un momento su queste ultime considerazioni che vengono da un ente di ricerca di grande serietà e a volte di rassicurante ottimismo: cosa dovrebbe incentivare questi giovani ad un impegno personale, se la società che li circonda vede il trionfo dei furbetti e dei truffatori, delle rapide carriere all’ombra di potenti protettori? Se anche i concorsi di una delle più nobili corporazioni, quella dei notai, vengono annullati per gravi irregolarità e piccoli intrighi, e se un concorso per dirigenti scolastici in una regione, forse non fra le più esemplari, è reso valido, malgrado palesi irregolarità, da una leggina bipartisan?

I giovani frequentano scuole pubbliche spesso incapaci di creare professionalità, come indica il Rapporto, mentre l’università lascia sempre meno spazio alla ricerca e allo studio, ove l’insegnamento e gli esami vengono regolati da un burocratico conteggio di ore e non dai risultati conseguiti. Peraltro, parlando di università, il Rapporto mette in evidenza come ormai gli investimenti privati prevalgano sui fondi pubblici con l’ovvio risultato di emarginare la ricerca di base per realizzare invece applicazioni secondo le richieste e gli interessi dei privati. Perché i giovani dovrebbero impegnarsi in un Paese ove la classe politica, mentre si riempie la bocca di lodi per la selezione e per il merito, porta in Parlamento un cospicuo numero di incompetenti, non senza una forte rappresentanza di semianalfabeti?

Non è dunque un caso se gli italiani, innanzitutto i giovani, non hanno fiducia né nella classe politica né nella pubblica amministrazione. Se,come riferisce la stampa, alla Camera, in un anno sono state approvate 20 leggi con il costo di 12,7 milioni di euro per seduta, se fra i comuni del Sud, (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia) il 41,8%, precisa il Censis, «presenta almeno un indicatore di criminalità organizzata».

Né c’è da meravigliarsi se prevale ovunque lo scetticismo nei confronti del governo che non compie scelte coraggiose ma propone tagli lineari nella spesa pubblica, mentre «secondo uno studio del ministero dello Sviluppo economico, per realizzare un’opera pubblica di valore superiore a 50 milioni di euro nel settore dei trasporti ci vogliono mediamente 3.942 giorni, quasi 11 anni». Esemplare l’ammodernamento della autostrada Salerno-Reggio Calabria: lavori avviati nel 1997, completamento continuamente posticipato dal 2003 al 2013.

Nel «vuoto» denunciato dal Censis tace il dibattito politico: l’appiattimento, l’indistinto ne è la caratteristica essenziale e, sembra, ineliminabile. Vivace, e ricattatorio, solo il gossip, la maldicenza di c uiè fattoseg no questo o quel politico di turno nello squallido scenario del potere. Non invochiamo la caduta dei valori, più modestamente registriamo conil Censisil trionfo del tornaconto personale fino al più radicale cinismo in un «intreccio di affarismi e privilegi». Quali sono i modelli? Le belle ragazze che passeggiano davanti a Palazzo Grazioli nella speranza di farsi notare e investire così le proprie doti, gli eroi del Grande Fratello, la cricca, che gode a notte fonda per il terremoto dell’Aquila pensando a facili guadagni, i protervi uomini di scorta che parcheggiano in divieto di sosta in attesa di autorità non meno indifferenti al bene comune.

In questa «società piatta» senza «impulso progettuale e programmatico», «senza speranza», chiusa in un’inerte «autoreferenzialità», tutto sembra coinvolto in «una diffusa criminalità». La fatica, l’impegno, il rigore, la responsabilità personale, tramontati forse per sempre. E i giovani? Attendono sul muretto l’occasione di un affare.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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