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	<title>Quinto Stato</title>
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	<description>Blog di cultura, politica, società di Giovanni Taurasi e l&#039;Articolo del Giorno della stampa italiana</description>
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		<title>&#8220;L’era del crowdfunding le buone idee pagate dal web&#8221; di  RICCARDO LUNA da La Repubblica del 19.6.2013</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 08:15:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MA ORA SERVONO LEGGI E REGOLE AD HOC TROVARE online i soldi che servono per realizzare un progetto, prendendo bene la mira e rivolgendosi alla community giusta attraverso piattaforme specializzate. Il crowdfunding, forse il fenomeno economico più promettente del momento &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/19/lera-del-crowdfunding-le-buone-idee-pagate-dal-web-di-riccardo-luna-da-la-repubblica-del-19-6-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10828&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>MA ORA SERVONO LEGGI E REGOLE AD HOC</em></p>
<p>TROVARE online i soldi che servono per realizzare un progetto, prendendo bene la mira e rivolgendosi alla community giusta attraverso piattaforme specializzate. Il crowdfunding, forse il fenomeno economico più promettente del momento per chi ha una buona idea, che si tratti di un ingegnere o di un filmaker, si può spiegare così.<span id="more-10828"></span><br />
Il crowdfunding è la prosecuzione logica del più famoso crowdsourcing. La parola magica è “crowd, folla” che non è però un mondo indistinto: sono quelli che stanno in rete. Volendo puoi andare sul profilo Facebook di ciascuno di essi e sapere tutto di loro. Queste persone attraverso la rete possono collaborare a ideare un progetto basato sulla conoscenza condividendo informazioni: e allora magari realizzano tutti assieme una automobile, un modo per fermare il riscaldamento globale o anche solo una campagna pubblicitaria. Oppure possono contribuire a finanziarlo, il progetto. Un euro alla volta. Una volta cose così le avremmo chiamate “collette” e si facevano quando una impresa o meglio una organizzazione entrava in crisi e chiedeva soldi ai suoi sostenitori. Con il web il principio è simile, ma la scala è planetaria e anche le motivazioni sono diverse. Qui non c’è una azienda in difficoltà da salvare, qui c’è una idea innovativa da realizzare. Anzi, spesso più l’idea è innovativa, apparentemente strampalata o impossibile, più possibilità ha di trovare in rete qualche migliaia di simpatizzanti disposti a metterci un euro. Tra metterci anche un solo euro e fare un semplice like su Facebook c’è una differenza enorme. I like non cambiano il mondo, al<br />
massimo servono a Facebook per profilare meglio le campagne pubblicitarie che ci somministrano. Metterci un euro, sommato spesso ad altri milioni di euro, può invece determinare la vita e la morte di un progetto. Il crowdfunding sta quindi diventando il principale motore economico della creatività dal basso. Anche quando raccoglie somme relativamente modeste come in Italia. Come spiega Nicola Lencioni, fondatore di Eppela che è forse la principale piattaforma italiana, «il crowdfunding dà la possibilità di dimostrare che la propria idea è buona e andare poi a cercare altri finanziamenti pubblici e privati. Ed è quindi una sfida all’immobilismo del sistema creditizio». Il passo successivo sarà usare la rete, ovvero i propri contatti dei social network, per finanziare aziende esistenti. È il principio alla base del Jobs Act varato negli Stati Uniti e che il governo Monti ha adottato in extremis. Purtroppo molto di fretta: il voto di fiducia sul decreto Sviluppo impedì una discussione approfondita e molte norme, nonostante gli sforzi della Consob che ha varato un regolamento ad hoc, sono di difficile applicazione. Aggiustare la rotta e facilitare l’accesso al credito dovrebbe essere una delle priorità di questo governo. Non è difficile.</p>
<p>&#8220;L’era del crowdfunding le buone idee pagate dal web&#8221; di<br />
RICCARDO LUNA da La Repubblica del 19.6.2013</p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/articolo-del-giorno/'>Articolo del giorno</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/riccardo-luna/'>RICCARDO LUNA</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10828/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10828/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10828&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Cittadina Realtà&#8221; di Massimo Gramellini da La Stampa del 18.6.2013</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 07:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Massimo Gramellini]]></category>

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		<description><![CDATA[«Salve, cittadino Cinquestelle, sono un disoccupato senza casa e pieno di debiti, deluso dai partiti che pensano soltanto ai fatti loro. Voi invece siete qui per aiutarmi, giusto?». «Puoi dirlo forte, cittadino disoccupato senza casa e pieno di debiti. Noi &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/18/cittadina-realta-di-massimo-gramellini-da-la-stampa-del-18-6-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10826&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«Salve, cittadino Cinquestelle, sono un disoccupato senza casa e pieno di debiti, deluso dai partiti che pensano soltanto ai fatti loro. Voi invece siete qui per aiutarmi, giusto?».<br />
<span id="more-10826"></span><br />
«Puoi dirlo forte, cittadino disoccupato senza casa e pieno di debiti. Noi ci occupiamo dei problemi veri del Paese. Oggi per esempio stiamo decidendo se mettere ai voti la diretta streaming della riunione in cui si deciderà se sottoporre al voto della Rete la decisione di cacciare dal movimento una cittadina senatrice infetta che ha osato dire che Grillo ogni tanto sbaglia».<br />
«Capisco le esigenze della democrazia diretta, cittadino Cinquestelle. I miei problemi possono aspettare fino a domattina». «Domattina abbiamo un’altra emergenza, cittadino. Dovremo rendicontare in diretta streaming gli scontrini dei cornetti del bar di Montecitorio, dividendo i cornetti alla crema da quelli al cioccolato e i cornetti dei buoni cittadini dai cornetti dei cittadini infetti». «Potrei avere un cornetto, cittadino? Anche infetto». «Per darti un cornetto devo fare lo scontrino e per fare lo scontrino devo chiedere il permesso alla Rete in diretta streaming. Il problema è che per chiedere la diretta streaming è necessario convocare una riunione del gruppo». «Convocala, cittadino: sto morendo di fame». «Impossibile, cittadino, il gruppo è già riunito». «Per fare che?». «Te l’ho già detto: per decidere se cacciare o no la senatrice infetta». «Ma quando comincerete a occuparvi della realtà?». «La cittadina Realtà? Va disinfettata, cittadino. E se oppone resistenza, va cacciata. A meno che abbia richiesto lo scontrino». </p>
<p>&#8220;Cittadina Realtà&#8221; di Massimo Gramellini da La Stampa del 18.6.2013</p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/articolo-del-giorno/'>Articolo del giorno</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/massimo-gramellini/'>Massimo Gramellini</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10826/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10826/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10826&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>“Consigli (veri) per combattere il caldo″ di Luca Lombroso per il Post del lettore</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 07:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Luca Lombroso]]></category>
		<category><![CDATA[Post del lettore]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Post del Lettore di Luca Lombroso* E’ in arrivo l’ennesima ondata di caldo: dettagli meteo a parte, sono sempre più preoccupato anche personalmente, di questo passo il nostro territorio sarà reso invivibile dal global warming e penso che la &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/18/consigli-veri-per-combattere-il-caldo%e2%80%b3-di-luca-lombroso-per-il-post-del-lettore/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10823&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il Post del Lettore di Luca Lombroso*</p>
<p>E’ in arrivo l’ennesima ondata di caldo: dettagli meteo a parte, sono sempre più preoccupato anche personalmente, di questo passo il nostro territorio sarà reso invivibile dal global warming e penso che la scienza debba fare la voce grossa per l’allarme clima, affinchè non sia sottovalutato come avvenuto sul rischio sismico e che un domani  qualcuno dica “non l’avete detto”.<br />
<span id="more-10823"></span>Con piacere dunque noto che Christopher Field, uno degli autori-leader dell’ultimo report IPCC, lo ha fatto niente meno che al senato Americano dicendo che il legame fra cambiamenti climatici ed eventi estremi, incluse le estate strampalate, è ormai chiaro.</p>
<p>In vista dell’ondata di caldo intanto si sprecano i consueti decaloghi: vestiti leggero, mangia frutta e verdura fresca, bevi molto, non uscire nelle ore più calde… o peggio ancora “andate nei centri commerciali con aria condizionata”. Lo shopping, come l’aria condizionata, sono un rimedio peggiore del male per il global warming. Ecco dunque le vere buone pratiche per combattere veramente, e alla fonte, le ondate di caldo:</p>
<p>    Riduci drasticamente le emissioni di gas serra<br />
    Lascia i combustibili fossili sotto terra<br />
    Usa fonti rinnovabili<br />
    Ferma la deforestazione<br />
    Smetti di cementificare il territorio<br />
    Pianta alberi ad alto fusto e con ampie foglie verdi nei  viali e nelle piazze<br />
    Meno auto, più biciclette<br />
    Scegli prodotti e alimenti locali e biologici<br />
    Arresta il consumismo<br />
    Abbondona l’ideologia della crescita economica continua</p>
<p>Alcune ci riguardano personalmente, altre collettivamente o come scelte politiche, ma sono valide non solo per combattere il caldo ma anche alluvioni, siccità, desertificazione, aumento di insetti e malattie tropicali, ecc… insomma, per combattere le ondate di caldo l’unica soluzione è arrestare il Global warming e… i suoi mandanti: i gas serra e il capitalismo.</p>
<p><a href="http://blog.ilcambiamento.it" rel="nofollow">http://blog.ilcambiamento.it</a>, APOCALYPSE NOW?, Edizioni Artestampa</p>
<p>* metereologo, autore di APOCALYPSE NOW? &#8211; Clima, Ambiente, Cataclismi &#8211; POSSIAMO SALVARE IL MONDO. ORA (Edizioni Artestampa, Modena, Premio &#8220;UN BOSCO PER KYOTO 2013&#8243; e Primo Premio Assoluto &#8220;PENNA D&#8217;AUTORE 2013&#8243;)</p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/luca-lombroso/'>Luca Lombroso</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/post-del-lettore/'>Post del lettore</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10823/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10823/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10823&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;«Identità perduta» Lamento da sconfitti&#8221; di Pierluigi Battista dal Corriere della Sera del 17.6.2013</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 09:38:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pierluigi Battista]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo mesi di geremiadi intonate nel campo dell&#8217;avversario, ora tocca alla destra il pianto rituale sull&#8217;identità perduta, l&#8217;anima smarrita, la personalità stravolta. Per mesi abbiamo ascoltato la sinistra che lamentava le proprie sconfitte come il frutto di una sinistra troppo &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/17/identita-perduta-lamento-da-sconfitti-di-pierluigi-battista-dal-corriere-della-sera-del-17-6-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10821&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo mesi di geremiadi intonate nel campo dell&#8217;avversario, ora tocca alla destra il pianto rituale sull&#8217;identità perduta, l&#8217;anima smarrita, la personalità stravolta. <span id="more-10821"></span><br />
Per mesi abbiamo ascoltato la sinistra che lamentava le proprie sconfitte come il frutto di una sinistra troppo poco di sinistra. Ora la destra, contemplando le macerie di una disfatta elettorale, lamenta di essere stata poco di destra.<br />
Lo ha scritto Marcello Veneziani, un intellettuale che ovviamente ha fatto arrabbiare alcuni esponenti politici della destra sconfitta: la destra non ha perso perché troppo di destra, ma perché si è presentata con un volto incolore, sbiadito, insapore, timoroso di apparire di destra. Ma invece potrebbe essere il contrario: la sinistra e la destra perdono quando il loro marchio identitario, gelosamente custodito, si compiace della propria purezza. In una democrazia dell&#8217;alternanza, in cui non esistono rendite di posizione a vita, è essenziale parlare a chi non è già con noi, alla stragrande maggioranza degli elettori nomadi, non stanziali nei recinti delle immutabili identità. In un sistema che privilegia l&#8217;identità sulla vastità dei consensi passare, per dire, dal 6 al 9 per cento è una grande vittoria. In un sistema maggioritario passare dal 30 al 35 è una rovinosa sconfitta, se l&#8217;avversario ha mietuto il 65 per cento dei consensi.<br />
Si vince quando si conquistano gli indecisi, quando si parla un linguaggio che non è il gergo dell&#8217;identità ma risuona anche nelle menti e nelle emozioni dell&#8217;elettorato mobile, non inquadrato nelle strutture identitarie della militanza politica. Bersani ha vinto largamente le primarie, appellandosi al voto di chi era già un elettore del Partito democratico, ma non ha convinto nemmeno un elettore che non fosse già attratto nell&#8217;orbita del Pd. Alemanno ha straperso le elezioni di Roma perché sin dall&#8217;inizio ha offerto un volto di ex missino capace di mobilitare e soddisfare il proprio mondo ma incapace di stabilire una «connessione sentimentale» con chi mai e poi mai ha frequentato quel mondo, stimabilissimo, ammirevole per la sua generosità militante, ma fatalmente minoritario, se non addirittura marginale.<br />
In tutto il mondo vale questa legge, non solo in Italia. E non si tratta, prevengo l&#8217;obiezione, di un appello a una insipida minestrina centrista e priva di vita. A Londra Blair vinse dopo aver lacerato le ragnatele dell&#8217;ortodossia laburista, pronto a parlare a un mondo più grande di quello rappresentato dal suo partito. E così Obama. E così Sarkozy in Francia: i lepenisti «identitari» possono immergersi per l&#8217;eternità nel liquido amniotico del 15 per cento, chi vuole entrare all&#8217;Eliseo deve invece sapersi «contaminare» con mondi diversi. È quello che ha fatto Berlusconi all&#8217;apice dei suoi successi, e che ora non fa più, nell&#8217;attesa di una inevitabile e rovinosa fine politica trascorsa nel calore identitario della sua corte affollata di signorsì. Ecco il perché di una sconfitta.</p>
<p>&#8220;«Identità perduta» Lamento da sconfitti&#8221; di Pierluigi Battista dal Corriere della Sera del 17.6.2013</p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/articolo-del-giorno/'>Articolo del giorno</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/pierluigi-battista/'>Pierluigi Battista</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10821/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10821/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10821&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Non dimenticate il soldato numero 53&#8243; di PAOLO GIORDANO da LA LETTURA del Corriere della Sera del 16.6.2013</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 08:22:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Articolo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[PAOLO GIORDANO]]></category>

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		<description><![CDATA[Il capitano Giuseppe La Rosa ha un&#8217;altra missione: aiutare l&#8217;Italia a ricordare Ciò che meno riesco a spiegarmi sono le fotografie. Figurarsi, poi, se si tratta di ragazzi vicino ai trenta, e di militari, che di norma vanno pazzi per &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/16/non-dimenticate-il-soldato-numero-53-di-paolo-giordano-da-la-lettura-del-corriere-della-sera-del-16-6-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10819&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il capitano Giuseppe La Rosa ha un&#8217;altra missione: aiutare l&#8217;Italia a ricordare</em></p>
<p>Ciò che meno riesco a spiegarmi sono le fotografie. Figurarsi, poi, se si tratta di ragazzi vicino ai trenta, e di militari, che di norma vanno pazzi per le diavolerie tecnologiche; figurarsi se ognuno di loro non teneva in tasca almeno un apparecchio elettronico in grado di scattare immagini di qualità decorosa, o decisamente elevata.<br />
<span id="more-10819"></span>Eppure no, le fotografie che circolano dei nostri caduti in guerra sono sempre sgranate, in risoluzione così bassa da doverle ridurre alla superficie di francobolli. Sembrano i ritagli maldestri da istantanee delle ultime vacanze al mare, oppure i soldati se ne stanno impettiti nell&#8217;uniforme da cerimonia, l&#8217;aria spaesata. Mai che si trovi un ritratto nitido, in posa, da cui il soggetto pianta con decisione gli occhi nei tuoi, rendendosi indimenticabile.<br />
Non è la sciatteria nelle illustrazioni il solo dato sintomatico della generale noncuranza nei confronti del conflitto in Afghanistan. Sembra proprio che, all&#8217;aumentare del numero di caduti italiani, il tempo medio di attenzione che dedichiamo loro vada riducendosi. Allo stato attuale (53 vittime, giovedì 13 giugno), non supera le ventiquattro ore. L&#8217;iter è codificato: quando un militare muore, la notizia irrompe come apertura sui siti Internet dei quotidiani, quindi perde posizioni nel corso della stessa giornata; il mattino dopo è in prima pagina sul giornale cartaceo, ma quello successivo, nel migliore dei casi, si è ridotta a un trafiletto che tenta di ravvivare le braci della discussione politica, alquanto fiacca e immobile, sul futuro da impartire alla missione. Poi silenzio, fino all&#8217;annuncio, fra un servizio e l&#8217;altro del telegiornale, dei funerali solenni che si sono svolti in Santa Maria degli Angeli, i familiari confortati da personalità eminenti dello Stato o da loro delegati. La conduttrice sposta il foglio dalla pila di sinistra a quella di destra, il suo tono di voce riacquista vigore e anche la morte numero X è archiviata.<br />
La serialità fredda con cui il nostro Paese affronta la perdita dei suoi soldati descrive un perimetro invisibile, un recinto fatto di cronaca monocorde dentro il quale le conseguenze etiche di tali morti restano confinate. All&#8217;edificazione di questa cinta muraria concorrono in uguale misura lo stile comunicativo oltremodo affettato delle forze armate, il lassismo dei mezzi di stampa e il nostro personale comodo. Si sa, dalle foto opache e dai resoconti vaghi le nostre coscienze non vengono più di tanto sollecitate, le emozioni neppure (e dire che siamo una nazione incline all&#8217;emotività, soprattutto a quella mediatica), così il senso di colpa collettivo viene processato e smaltito senza ch&#8217;esso attraversi il cuore di nessuno. L&#8217;unico valore a essere protetto davvero in questa interminabile guerra, con strategie sofisticate e armi di ultima generazione, sembra essere la nostra pretesa di non c&#8217;entrarci nulla — la nostra confortevole illusione d&#8217;innocenza.<br />
Un&#8217;ulteriore prova ne è che i romanzi e i film recenti di maggior successo popolare in Occidente, tra quelli che lambiscono l&#8217;oscenità della guerra, adottano la prospettiva molto particolare dei bambini, innocenti per definizione: i campi di concentramento de La vita è bella e de Il bambino con il pigiama a righe, l&#8217;Afghanistan de Il cacciatore di aquiloni. Ci sentiamo meglio dietro gli occhi di chi non ha torto, insomma. E se, a questo punto, non doveste essere ancora persuasi sull&#8217;indifferenza che ci accomuna, ecco un test estemporaneo: a eccezione dell&#8217;episodio più recente, quello che ha fornito l&#8217;impulso a questo articolo e che risiede ancora nella memoria a breve termine, riuscite a nominare in questo preciso istante almeno una fra le 53 vittime italiane? Un nome e un cognome vi affiorano alle labbra?<br />
Non è un problema di scarsa memoria. Basta affondare la mano nei nostri ricordi televisivi per tirarne fuori una manciata abbondante di fatti di cronaca nera, certi risalenti anche a dieci, quindici anni fa, dei quali nessuno avrebbe difficoltà a elencare i protagonisti, con relative descrizioni facciali. Sono, quelle, morti che hanno sicuramente goduto di maggiore visibilità, ma che — dettaglio assai più importante — ci hanno per qualche via penetrato. La differenza non risiede nel mistero, nel fascino morboso che scaturisce dalle une e non dalle altre (chissà quanti retroscena titillanti si potrebbero spremere da ognuna delle morti militari, pensate a quanti personaggi di cui indagare le dinamiche: che ci facevano i soldati proprio in quel posto e quali attività, forse nefandezze, si celano dietro una dicitura rassicurante come «attività di sostegno dell&#8217;esercito afghano»). Neppure si tratta della maggiore o minore efferatezza — le circostanze delle morti in teatro di guerra sono abbastanza atroci perché chiunque, se decide di immergervisi per pochi secondi con la fantasia, non se le scordi più. La questione vera è un&#8217;altra: perché non lo facciamo? Perché non spingiamo la nostra visione così in là, come ci accade per molti sipari truculenti di cronaca nazionale? Non sarà che ci conviene trattenere l&#8217;immedesimazione, considerato che una percentuale non nulla di responsabilità in quella morte è nostra — nostra nel senso proprio di mia e di tua e di tua — e il percorso che ci rende evidente tale appartenenza è assai più diretto di quello che ci lega, per dire, a un infanticidio perpetrato in alta montagna? E non sarà, poi, che il meccanismo di comunicazione delle morti-in-missione-di-pace è tutto congegnato in modo tale che la nostra partecipazione resti tiepida, dalle foto sgranate, al lessico artificioso dei comunicati stampa, al tempo rapido di evaporazione?</p>
<p>Almeno per questa volta, vorrei rompere la consuetudine e tornare a parlare del decesso numero 53, quello del capitano Giuseppe La Rosa, a una settimana dal suo verificarsi e a quattro giorni da quando i parlamentari hanno espresso alla perfezione il disinteresse comune, lasciando l&#8217;Aula «amaramente» vuota durante il resoconto del ministro Mauro. La particolarità dell&#8217;ultimo avvenimento tragico — si cerca sempre un elemento che distingua una morte dalle precedenti: la vicinanza con il Natale, il fatto che il militare fosse prossimo al rientro o al suo compleanno, che si fosse sposato da poco&#8230; altrimenti non vi sarebbe differenza con una semplice enumerazione —, la particolarità risiede nella dinamica dell&#8217;attentato subito da La Rosa e dai suoi: è stato riferito, all&#8217;inizio, che la mano a lanciare la granata piovuta dentro l&#8217;abitacolo del Lince apparteneva a un bambino di undici anni. La notizia è stata poi bollata come una spacconata propagandistica dei talebani ma, sebbene smentita, aveva già adempiuto al suo scopo di scandalizzarci. In questo senso, la fine del capitano La Rosa ha davvero qualcosa di diverso rispetto alle precedenti: ci ha scandalizzato, seppure per un attimo. E a poco è servito il tentativo di dirottare subito l&#8217;attenzione verso una sfaccettatura nuova dell&#8217;antica polemica sulle dotazioni dell&#8217;Esercito italiano, ovvero sul motivo per cui le mitragliatrici montate sopra i Lince hanno bisogno di un uomo che le manovri invece di essere comandate dall&#8217;interno con un joystick (non bisogna essere un fine stratega per supporre che, se da un buco può passare una granata, presto o tardi una granata ci passerà: Achille era invincibile in tutto il corpo a eccezione del tallone, e proprio lì arrivò a colpirlo la freccia di Paride). Vero o falso che sia, è il simbolo a contare e, quando l&#8217;assassino è un bambino di undici anni, un ragazzino partorito nella e dalla guerra cui prendiamo parte, allora non esiste più riparo alcuno per la nostra verginità. Le nostre mani grondano sangue italiano, afghano, talebano, pashtun, civile, militare&#8230; copioso e tutto mescolato insieme.<br />
È per questo che la scomparsa di Giuseppe La Rosa, come ogni morte che ci riguarda — e le perdite in Afghanistan ci riguardano, tutte — merita un percorso approfondito dentro di noi, un&#8217;elaborazione luttuosa che chiami in causa il sentimento, a prescindere dalle opinioni personali sull&#8217;opportunità della nostra presenza lì (che poi, a dirla tutta, l&#8217;opinione è ormai quasi una soltanto, da ogni parte condivisa e affine alla pura incredulità per il trascinarsi di una missione le cui cause abbiamo all&#8217;incirca dimenticato e i cui scopi mai davvero compreso). The Tree of Life, il film che Terrence Malick ha realizzato tredici anni dopo La sottile linea rossa, si apre con la comunicazione a una coppia di genitori — Brad Pitt e Jessica Chastain — del decesso di uno dei loro figli al fronte. Il riverbero generato da quella morte, assimilabile a una qualunque fra le 53 dei nostri soldati, si allarga gradualmente dal nucleo famigliare fino ad abbracciare il cosmo intero e tutto il passato, dall&#8217;origine della materia universale. Lo strappo che un&#8217;uccisione violenta crea nel tessuto dello spazio-tempo lacera l&#8217;anima di coloro che restano, segna un passaggio, un attraversamento irreversibile.<br />
Nei giorni scorsi mi sono trovato spesso a pensare ai tre colleghi di Giuseppe La Rosa che si trovavano sul Lince insieme a lui, i «feriti», coloro che rimangono senza nome e la cui storia, per noi, non ha seguito. È probabile che, appena rimessisi in forze, quei ragazzi tornino in Italia. O magari no, decideranno testardamente di portare a termine i sei mesi di incarico — in ogni caso rientreranno, dopo. Li accoglierà una civiltà che pensavano di conoscere, alla quale erano certi di appartenere, e che tuttavia non riconosceranno più. Lo choc ancora così presente in loro — un evento che ha cambiato la velocità della luce, l&#8217;avvicendamento del giorno e della notte e la rotazione degli astri sulla volta celeste — sarà rinnovato e acuito dalla scoperta che quello stesso sconcerto è del tutto assente nella coscienza di chi è rimasto a casa, al sicuro. L&#8217;Italia non mostrerà un segno del cambiamento che loro hanno subito per renderle un servizio, niente, neppure una cicatrice microscopica. Si può impazzire trovandosi reduci in un mondo così, che non ha legame alcuno con il tuo dolore, quando è per la salvaguardia di quello stesso mondo che hai mutilato te stesso. Per difenderci dal disorientamento di quegli uomini, noi gli affibbieremo il nome di una malattia: disturbo postraumatico da stress. Per problemi del genere ci sono dei bravi psichiatri e una varietà sterminata di farmaci stabilizzanti dell&#8217;umore.</p>
<p>Questo è ciò che succederà, anche se un&#8217;alternativa ci sarebbe. Potremmo decidere, ognuno, di vivere nel nostro intimo i pochi secondi che hanno rovesciato quelle esistenze, sfruttando le poche informazioni a nostra disposizione. Sarebbe un tributo personale al sacrificio di Giuseppe La Rosa e dei suoi commilitoni, oltre l&#8217;obolo versato per i funerali di Stato e le indennità. Per farlo, basta entrare con loro dentro quel Lince, soffermarsi sui fatti con l&#8217;immaginazione, trasformandoli da cronaca sterile in racconto, finché qualcosa non c&#8217;invade e allaga le nostre convinzioni personali, le rigidità, i capricciosi ma-non-sono-stato-io-a-volerlo — un fiotto di pietà, forse. È mattina, la luce è già forte, i mezzi blindati che procedono in colonna vengono rallentati dalla manovra azzardata di un&#8217;automobile; tutt&#8217;intorno, il deserto polveroso e la confusione di un centro abitato; i soldati a bordo s&#8217;insospettiscono, entrano in allerta, ma la sequenza di eventi è rapida; un bambino dagli occhi castani e acquosi, o forse un ragazzo di vent&#8217;anni, balza sul cofano del Lince e scaglia una granata dentro l&#8217;abitacolo asfittico; la bomba atterra sul grembo del capitano, lui ha il tempo di comprendere cosa sta per accadere e capisce anche che non può scongiurarlo; ciò che fa è cingere con il corpo quel frutto esplosivo, abbraccia la propria morte, per risparmiare i compagni.<br />
Assistere a un evento del genere, com&#8217;è successo ai colleghi di La Rosa, è sufficiente per avvelenarti il sonno per il resto della vita; figurarselo nei dettagli una volta soltanto è abbastanza, credo, per non dimenticare il nome di quell&#8217;ufficiale: Giuseppe La Rosa. È necessario volerlo però, perché nessuno ci obbligherà a immaginare ciò che non vogliamo. Anzi, faranno di tutto perché ciò non accada. Purtroppo, vige fra gli uomini una crudele legge di conservazione: ogni volta che qualcuno vuole mantenere la propria innocenza intatta, è l&#8217;innocenza di qualcun altro a pagarne le spese.</p>
<p>&#8220;Non dimenticate il soldato numero 53&#8243; di PAOLO GIORDANO da LA LETTURA del Corriere della Sera del 16.6.2013</p>
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		<title>“Serve un leader che cambi il Pd per cambiare il Paese” di Enrico Morando da l’Unità del 15.6.2013</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 13:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo Bersani,quella che abbiamo subito il 24-25 febbraio non è una sconfitta-resa bruciante dal dimezzamento dei voti del nostro avversario- ma la «dimensione numerica insoddisfacente » del risultato elettorale del Pd. Nelle fitte nove pagine del documento- contributo al Congresso &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/15/serve-un-leader-che-cambi-il-pd-per-cambiare-il-paese-di-enrico-morando-da-lunita-del-15-6-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10817&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo Bersani,quella che abbiamo subito il 24-25 febbraio non è una sconfitta-resa bruciante dal dimezzamento dei voti del nostro avversario- ma la «dimensione numerica insoddisfacente » del risultato elettorale del Pd. <span id="more-10817"></span><br />
Nelle fitte nove pagine del documento- contributo al Congresso emerso dalla riunione dei «federatori» &#8211; per carità, non una corrente &#8211; convocati dall’ex segretario, non si trova altro giudizio severo sul voto, se non quello espresso nelle prime righe &#8211; dove si definisce l’esito elettorale «diverso da quello auspicato». Mentre nel capitolo terzo del documento si torna a parlare di «vittoria elettorale», per quanto «dimezzata ». Tanta sottovalutazione &#8211; così poco corrispondente al sentimento diffuso tra i nostri militanti ed elettori &#8211; non può sorprendere. Essa infatti è un approdo quasi obbligato, se si vuole sostenere &#8211; come vogliono gli autori &#8211; che la causa determinante del voto-assolutamente prevalente su ogni altra sia stata la politica di austerità impostaci dall’Europa (e il sostegno al governo Monti). È una tesi che non sta in piedi. Non perché l’incapacità delle istituzioni comunitarie di guidare un aggiustamento simmetrico degli squilibri interni all’Unione monetaria &#8211; con politiche fiscali espansive nei Paesi creditori e in surplus di bilancia commerciale, e politiche di riforme strutturali nei Paesi debitori e in disavanzo- non sia fonte di delusione, rancore e rabbia verso il processo stesso di integrazione europea. Ma per la banale ragione che il solco che ci divide dai Paesi del nord-Europa si è venuto scavando e approfondendo ben prima dell’esplosione di quella che viene impropriamente chiamata crisi dell’Euro: tra il 1999 e il 2011 il Prodotto per occupato e aumentato del 10% nel nord e solo del 3,5% nel sud. E il divario e cresciuto, nel decennio, anche per tutti gli altri indicatori di buongoverno usati dalla Banca mondiale: rispetto della legalità, efficacia della P.A., qualità della regolazione, stabilità politica. Se da vent’anni non riusciamo a realizzare- quando governiamo &#8211; e non riusciamo a proporre credibilmente &#8211; quando siamo all’opposizione &#8211; riforme in grado di rilanciare qualità e quantità dello sviluppo, non è colpa né della (giustamente ) vituperata austerità a senso unico, né del governo Monti (che ci ha salvato dal default e ha fatto anche scelte «di sinistra», che noi non eravamo stati capaci di fare: imposte patrimoniali e interventi per l’equità intergenerazionale nel sistema previdenziale). Quanto alle condizioni dei lavoratori, basterà ricordare che tra il 2000 e il 2010, in media, i salari si sono aggiudicati, in Italia,solo il 72% del valore aggiunto. Mentre in Germania questa quota e stata pari all’83% e in Francia all’83,3%. Colpa delle tasse? In parte: in Italia &#8211; che vanta il record mondiale del total tax rate, la pressione fiscale sul lavoro e sul l’impresa &#8211; esse si sono divorate l’11,5 % del valore aggiunto, contro il 5,7 della Germania e il 6 della Francia. Salari bassi, tasse alte, profitti cresciuti più dei salari (quando l’economia andava bene): anche questo colpa della Merkel e di Monti? Via&#8230; Se invece di cercare, oltre confine, le colpe della «mezza vittoria», si fa lo sforzo di trovare le cause della pesante sconfitta, tutto diventa più chiaro: il Pd ha pensato di poter rispondere ad una domanda di cambiamento radicale, in tutti i campi, con una proposta di aggiustamento ai margini. Il sistema politico costituzionale? Sì, ma a suo tempo. Ora vinciamo col Porcellum, che ’stavolta conviene a noi, poi si vedrà. L’occupazione per i giovani? Intanto facciamo costare di più il lavoro precario, poi vedremo. Le tasse? Intanto diciamo anche noi che toglieremo l’Imu, poi vedremo se c’è modo di ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa. La spesa pubblica? Per ora diciamo che taglieremo gli sprechi, che va sempre bene e non allarma nessuno. Poi, dal Governo, cercheremo di essere più precisi. Si è così aperto uno iato drammatico tra la domanda degli italiani &#8211; in particolare produttori del settore privato, donne, giovani, precari e disoccupati &#8211; e la nostra offerta politica. Loro,assai più e assai prima dell’Europa, ci chiedevano radicali riforme strutturali e stabilità politica: noi abbiamo risposto con l’usato sicuro e l’alleanza &#8211; forse,e in ogni caso per il dopo voto, perché prima dovevamo vedere se, col pieno dei «nostri» e grazie alla protesi del Porcellum, potevamo farne a meno- tra i Progressisti (l’unità della sinistra) e i Moderati (il Centro organizzato intorno a Monti). Non poteva funzionare, e non ha funzionato. Perché allora Bersani insiste? No, non è questione personale. Attraverso la sottovalutazione della sconfitta, che viene fatta derivare dal solo vincolo esterno, Bersani vuole indirizzare il prossimo Congresso: «Sonfronto sui contenuti politici prioritario rispetto a quello sulle candidature». Come se leader e linea politico-programmatica non fossero due inscindibili componenti di un unico progetto. Come se il Pd,che ha perso le elezioni per deficit di innovazione e di ambizione del suo progetto, potesse ora candidarsi a governare l’Italia senza far incarnare la sua Agenda 2020 da un leader vero, scelto da milioni di persone, esplicitamente orientato a cambiare il Pd, per poter poi cambiare il Paese. Come se fosse stato possibile «pensare» il new labour senza Blair.Ola Spd della neue mitte e di Agenda 2010 senza Schroeder&#8230; Separazione dei «contenuti» dalla leadership ; primarie aperte&#8230; «agli iscritti»; prima i congressi dei circoli e l’elezione dei segretari provinciali e poi la presentazione delle mozioni e dei relativi candidati a Segretario nazionale (con l’obiettivo di impedire che una forte proposta nazionale informi di se è faccia da linea guida del prossimo congresso). Proposte legittime, ovviamente. Ma, una per una e complessivamente, del tutto contrastanti con l’esigenza di ricostruzione del Pd che tutti ci anima. </p>
<p>“Serve un leader che cambi il Pd per cambiare il Paese” di Enrico Morando da l’Unità del 15.6.2013</p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/articolo-del-giorno/'>Articolo del giorno</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/enrico-morando/'>Enrico Morando</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10817/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10817/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10817&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Un Giusto Beato&#8221; di Giovanni Taurasi</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 06:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giovanni Taurasi]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo che segue risale al 2007. Lo scrissi per il settimanale diocesano di Carpi, in occasione della consegna della Medaglia d&#8217;oro al Merito Civile alla memoria di Odoardo Focherini. All’epoca ero Direttore della Fondazione ex Campo Fossoli e facevo parte &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/15/un-giusto-beato-di-giovanni-taurasi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10813&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://giovannitaurasi.files.wordpress.com/2013/06/1010548_470947199657534_876530895_n.jpg"><img src="http://giovannitaurasi.files.wordpress.com/2013/06/1010548_470947199657534_876530895_n.jpg?w=150&#038;h=111" alt="1010548_470947199657534_876530895_n" width="150" height="111" class="alignleft size-thumbnail wp-image-10814" /></a><br />
<strong>L&#8217;articolo che segue risale al 2007. Lo scrissi per il settimanale diocesano di Carpi, in occasione della consegna della Medaglia d&#8217;oro al Merito Civile alla memoria di Odoardo Focherini. All’epoca ero Direttore della Fondazione ex Campo Fossoli e facevo parte del comitato nato per ricordare il centenario della nascita del nostro illustre concittadino. Oggi Odoardo Focherini verrà proclamato Beato a Carpi e voglio ricordare questa splendida figura e la sua fede con le stesse parole che usai allora. Mi tornano in mente i tanti che si sono dati da fare in passato per tenerne viva la memoria, ed in particolare due persone che non ci sono più. Mi piacerebbe che oggi in piazza a Carpi ci fossero due sedie vuote riservate a don Claudio Pontiroli e Olga Focherini. Ma forse non è necessario, perché, per come li ho conosciuti e li ricordo, loro sono certamente in piazza insieme ai famigliari e ai tanti che partecipano alla Beatificazione.</p>
<p>Una Giusta medaglia<br />
Se un fanciullo mi chiedesse di parlargli di Focherini, comincerei dicendo che è stato padre di sette bambini. Se un giovane mi rivolgesse la medesima domanda, partirei spiegando che dopo l’esperienza scoutistica divenne Presidente dell’Azione Cattolica diocesana di Carpi. Se un adulto mi interpellasse, inizierei raccontando che nel 1969 venne riconosciuto “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem per la sua opera di salvataggio di ebrei. <span id="more-10813"></span><br />
Se è cattolico, proseguirei parlando del processo di Beatificazione in corso, altrimenti gli riferirei di come alla sua memoria sia stata conferita la Medaglia d’Oro al merito civile nel 62° anniversario della Liberazione. A «Notizie», che mi chiede di raccontare Focherini, scrivo che è stato tutto questo assieme.<br />
Focherini era ispettore assicurativo e si dedicava anche all’amministrazione de «L’Avvenire d’Italia»; insieme a don Dante Sala contribuì al salvataggio di decine di ebrei (una stima arriva al centinaio). Odoardo ospitò e nascose ebrei, li protesse, ne falsificò i documenti contraffacendo timbri e bolli, in modo da favorirne la fuga in Svizzera. Scoperto, venne arrestato l’11 marzo del 1944 e portato al carcere di San Giovanni in Monte a Bologna, trasferito all’inizio di luglio al campo di polizia e di transito di Fossoli, inviato il 4 agosto a Gries vicino a Bolzano, deportato in settembre al campo di concentramento di Flossenburg e alla fine del mese nel sottocampo di Hersbruck, dove morì di setticemia presumibilmente il 27 dicembre 1944. Le lettere di Odoardo testimoniano la sua straordinaria umanità, il suo amore per la famiglia, il suo sacrificio consapevole. Gran parte dei Giusti, prima di adoperarsi per salvare ebrei e perseguitati, conducevano una vita normale, sovente lontana dalla politica. Si trattava di gente comune, in alcuni casi avevano perfino sostenuto i sistemi totalitari che partorirono la logica di morte degli anni più terribili del Novecento.<br />
Poi la storia ha fatto appello alla loro coscienza e loro &#8211; consapevoli di rischiare lavoro, affetti, persino la vita &#8211; hanno risposto salvando bambini, donne, uomini, anziani che trovarono rifugio in conventi, orfanotrofi, ricoveri, case private. Anche Focherini, sacrificando la sua vita, salvando altri “ha salvato il mondo intero”, come recita il Talmud. È stato “custode” del proprio fratello in anni bui durante i quali Caino non si risparmiava.<br />
Uno dei graffiti del Museo Monumento del Deportato politico e razziale di Carpi cita le parole di Odoardo dal carcere: “Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli ebrei, non rimpiangeresti se non di non averne salvati in numero maggiore”. Come lui, molti Giusti, interrogati sulla loro opera, hanno replicato: “E tu cosa avresti fatto al mio posto?”. In realtà, quella “banalità del bene” fu un atto di grande coraggio e generosità. Su oltre 33.000 ebrei italiani e quasi 2000 del Dodecaneso, durante l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale, quasi 9000 furono deportati nei campi di sterminio e 8000 non tornarono. La percentuale dei sopravvissuti in Italia alla Shoah fu relativamente alta proprio grazie alla rete di solidarietà e di soccorso prestato dalla popolazione italiana e in cui si prodigarono i circa 400 Giusti italiani, tra i quali Focherini. Il conferimento della Medaglia d’Oro alla sua memoria nel centesimo anniversario della nascita testimonia, da parte delle istituzioni, il riconoscimento del coraggio di un uomo che ha lasciato alla nostra città una grande eredità morale e civile.</strong></p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/giovanni-taurasi/'>Giovanni Taurasi</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/osservatorio/'>Osservatorio</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10813/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10813/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10813&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Manconi: io, quasi cieco e la mia vita tra le ombre&#8221; di CARLO VERDELLI da La Repubblica del 14.6.2013</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 10:48:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>QuintoStato</dc:creator>
				<category><![CDATA[/]]></category>
		<category><![CDATA[Articolo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[CARLO VERDELLI]]></category>

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		<description><![CDATA[«PER esempio, io non so che faccia abbia Obama. Nel 2008, quando venne eletto, non ero già più in grado di memorizzarne il volto. Direi che ha una testa ovaloide. È così?». Mentre parla, non ti centra, guarda un po’ &#8230; <a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2013/06/14/manconi-io-quasi-cieco-e-la-mia-vita-tra-le-ombre-di-carlo-verdelli-da-la-repubblica-del-14-6-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10811&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«PER esempio, io non so che faccia abbia Obama. Nel 2008, quando venne eletto, non ero già più in grado di memorizzarne il volto. Direi che ha una testa ovaloide. È così?». Mentre parla, non ti centra, guarda un po’ altrove. «Anche Giovinco, per dire, eroe della mia epopea sportiva. È venuto dopo, e io non so immaginare i tratti del suo viso, né riconoscerne movenze e traiettorie sul campo».<span id="more-10811"></span><br />
«TUTTO quello che non ho filmato nel cervello prima della mia patologia, mi è visivamente sconosciuto».<br />
Luigi Manconi, 65 anni, sardo di Sassari, senatore del Pd e fresco presidente della Commissione per i Diritti Umani, oltre a un altro sacco di cose, dalla sociologia alla militanza politica fino a una conoscenza dottorale in musica leggera e popolare, non vede praticamente da 7 anni e non ne ha mai parlato. Per pudore, forse, o per volontà di rimozione. Resta il fatto che, anche se la definizione clinica è “ipovedente”, per la Asl è un “cieco civile”, con un «residuo visivo non superiore a un ventesimo» all’occhio sinistro e zero al destro. In un parlamento di non larghissime vedute, lui è l’unico a non vederci sul serio. Ma non porta il bastone, né gli occhiali scuri, gira spesso da solo, attraversa la strada come un pazzo. Non che la cecità per Manconi sia un segreto da celare, ma neanche un handicap da esibire. «Lo dico a quelli con cui entro in contatto, molti lo apprendono all’improvviso. Di solito, mi danno una pacca lieve sul braccio e mormorano: scusa, non sapevo. Scusa di che? Io sono più cose: politico, docente universitario, padre di tre figli. E c’è Bianca (Berlinguer, direttore del Tg3, ndr).<br />
In più ho anche un handicap. Anche, capisce. Handicap che, oltretutto, posso affrontare con i privilegi di classe e di censo che comporta la mia condizione sociale». Suona un telefono. Le assistenti che gli danno sei occhi, le due Valentine (Calderone e Brinis) e Cecilia (Aldazabal), sono fuori dalla stanza per discrezione. Lui raggiunge disinvolto l’apparecchio e risponde, poi si sdraia con la faccia sulla tastiera per comporre un numero. Sulla scrivania, fogli di appunti scritti con grafia enorme. Per leggerli, li schiaccia contro l’angolo dell’occhio sinistro, l’unico da cui filtra un micro raggio di visione. Poi torna a sedersi e mi dice: «Lei porta una camicia con le maniche rimboccate, un gilet, visto che non sembra tipo da panciotto, ed è un peccato, e ha un blocco a spirale. Il viso non so». Vede delle ombre? «No, è come se fosse tutto sfumato».<br />
Quando tutto ha cominciato a sfumare?<br />
«Già dal 2005 sapevo del glaucoma, che si sommava a una forte miopia, a un distacco della retina, e a tanti altri guai dei miei occhi. Ma non immaginavo un peggioramento tanto rapido».<br />
Ricorda il momento del non ritorno?<br />
«Ho una totale, e addirittura suicida ignoranza del mio corpo, e non riesco a collocare con precisione quel momento. So però che è irreversibile. Allo stato attuale, neanche le staminali, dice il professor Mario Stirpe che mi ha in cura, potrebbero invertire il processo».<br />
Quando le accadde? Non può non esserci l’istante preciso in cui la vista svanisce e te ne rendi spaventosamente conto.<br />
«Novembre 2007, credo. Ero sottosegretario alla Giustizia e alla Camera dovevo dare il parere del governo su emendamenti e mozioni. Da un po’ mi ero accorto che la situazione del mio<br />
visus si stava aggravando, così avvisai il presidente di turno, Giorgia Meloni, che avrei potuto avere delle difficoltà. Cominciai, ma da lì a poco mi accorsi di non riuscire a leggere neanche mezza riga. Mi venne in soccorso un funzionario, suggerendomi le parole, ma io faticavo a ripeterle. L’opposizione prese a rumoreggiare. Quando la protesta si fece più vivace, mi rivolsi all’aula: “Per un problema di salute non sono più in grado di proseguire”. Da quel momento non sono stato più capace di leggere un testo, né gli appunti per i miei interventi, che curavo maniacalmente. Decifro a malapena qualche riga, scritta a mano in grandi caratteri».<br />
Lei, una persona che vive di parole scritte, colpita al cuore della passione. Come reagì?<br />
«Qualcuno mi considera un depresso. Ed è possibile che questo sia un tratto del mio carattere che allora si accentuò per un breve periodo e che ancora, occasionalmente, si manifesta. Per converso, ho accentuato il mio iperattivismo e l’agitazione psicomotoria di tante iniziative, parole, scritti».<br />
Conseguenze pratiche?<br />
«Giro con un fascio di contanti come un camorrista perché non posso usare il bancomat. Io che sono titolare di una moltitudine di cravatte, e che me ne regalai una di Bardelli il giorno del mio ventesimo compleanno, facendo una follia, appena espulso dalla Cattolica di Milano e senza una lira, adesso corro rischi terribili con gli abbinamenti. Mi aiuta spesso mia figlia Giulia, ma prima era una scelta gelosamente mia».<br />
Passando a mutazioni più traumatiche?<br />
«Prima leggevo 6 quotidiani al giorno in due ore. Li ho sostituiti con 6 rassegne radiofoniche più tre gr. Comincio alle 6.30 con Radio1 e vado avanti fino alle 9.30 con Terza pagina di Radio3; in mezzo, l’imperdibile Massimo Bordin su Radio Radicale. Va molto peggio con i libri: mi vengono letti i capitoli essenziali di quelli scientifici, sociologia e politologia, e ne apprendo il succo. Ma la narrativa e la poesia sono la vera privazione. Mi hanno appena regalato un Meridiano di Amelia Rosselli. So che è lì e non posso farci niente. E abbiamo un bellissimo quadro tutto bianco di Gianni Dessì: per vederlo, devo toccarlo con le mani. Va un po’ meglio con i film: mi attacco il lettore dvd all’occhio sinistro e qualcosa riesco a seguire. Con Django di Tarantino sarà dura perché c’è tanta azione, ma con Amour di Hanneke, meravigliosamente parlato da Trintignant ed Emmanuelle Riva, è andata bene».<br />
Mai pensato di ricorrere a strumenti che agevolano la vita dei ciechi?<br />
«Ho 65 anni, trovo più faticoso apprendere nuove tecniche piuttosto che farmi aiutare all’interno di “A buon diritto”, che ho fondato nel 2001 e dove mi sento a casa ».<br />
L’Italia è un Paese che sta attento ai ciechi?<br />
«Vent’anni fa, lessi un’indagine Istat che quantificava il numero dei portatori di handicap. Ci scrissi un saggio: Cinque milioni di disabili e il predellino del tram di Milano.<br />
Scalini altissimi, un ostacolo insormontabile per portatori di handicap, donne incinte o con passeggino. Oggi, prendere un treno, specie se regionale, comporta le stesse difficoltà».<br />
In Senato invece…<br />
«C’è un cortile interno, che avrò fatto centinaia di volte. Mi ero scordato che nel mezzo si trovano due gradini e così, tornatoci quest’anno, sono incespicato pericolosamente. Ho segnalato a un assistente parlamentare che, per legge, su tutti i gradini va tracciata una striscia nera. Si è scusato, l’ha fatta mettere e mi ha raccontato di quando anche Andreotti, coi suoi passettini, rischiò di cadere proprio lì, ma lui, l’assistente, si buttò e lo raccolse al volo, cosa che gli valse la prima nota di merito».<br />
Lei ha una vita politica insolita. A parte l’antica militanza in Lotta Continua, è stato portavoce dei Verdi, con dimissioni date immediatamente dopo la sconfitta alle Europee del ’99, sottosegretario di Prodi, senza essere parlamentare, fino al 2008. In mezzo c’è l’attività di “A buon diritto”, che, tra l’altro, ha reso pubblico lo scandalo di Stefano Cucchi. Come mai, dopo 12 anni, il Pd l’ha candidata?<br />
«Non spetta a me dirlo. Credo che qualcuno si sia ricordato che già nel ’95 presentai il primo disegno di legge sulle unioni civili e nel ’96 il primo sul testamento biologico. Persino in politica, talvolta questo può contare».<br />
Che differenze nota con le altre legislature che ha vissuto?<br />
«Oggi, sia perché un qualche rinnovamento in effetti c’è stato sia perché le larghe intese hanno modificato il quadro, tutto appare più difficilmente riconoscibile e classificabile: le dislocazioni politiche e le opzioni individuali. Persino la distinzione tra maggioranza e opposizione risulta più sfumata».<br />
E sul piano personale?<br />
«Politicamente io mi definirei un radicale di sinistra estrema, tuttavia sempre interessato a trattare le questioni intrattabili e, se possibile, a governarle. Comunicando assiduamente, parlando, incontrando. Per esempio, passando molto tempo nei settori dell’aula dove siedono i miei avversari politici. Ecco, se devo discutere di libertà religiosa col valdese Malan, del Pdl, o di unioni civili con Bondi, devo prima chiedere all’assistente se si trovano in aula, poi farmi accompagnare da loro o chiedere loro di raggiungermi; e così con 5 Stelle».<br />
Qualche volta riesce a ridere della sua disgrazia?<br />
«Spesso. Pensi che il primo giugno ho presentato a Cremona, in piazza del Duomo, il mio<br />
La musica è leggera, con Maurizio Maggiani, altro ipovedente. Al termine, lui dice: io e Luigi non possiamo salutarci con un “ci vediamo un’altra volta”, perché non ci vediamo proprio. Poi attacca una canzone popolare del primo Novecento, che fa così (Manconi si mette a cantarla, con bella voce bassa ben temperata, ndr):<br />
“Son cieco e mi vedete /devo chieder la carità/ho 4 figli, piangono,/ del pane non ho da dar.//. Noi anderemo a Roma / davanti al papa e al re / noi grideremo ai potenti / che la miseria c’è”».<br />
Come fa a prenderla così?<br />
«La Chiesa parla di grazia di stato, un qualcosa che ti offre risorse impensabili per affrontare circostanze particolarmente dolorose o comunque gravose. L’ho sperimentata su di me e, per esempio, sui familiari di vittime di ingiustizie atroci. Ilaria Cucchi ha avuto il bene di questa grazia, nonostante tutto».</p>
<p>&#8220;Manconi: io, quasi cieco e la mia vita tra le ombre&#8221; di CARLO VERDELLI da La Repubblica del 14.6.2013</p>
<br /> Tagged: <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/articolo-del-giorno/'>Articolo del giorno</a>, <a href='http://giovannitaurasi.wordpress.com/tag/carlo-verdelli/'>CARLO VERDELLI</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giovannitaurasi.wordpress.com/10811/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giovannitaurasi.wordpress.com/10811/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giovannitaurasi.wordpress.com&#038;blog=15444034&#038;post=10811&#038;subd=giovannitaurasi&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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