“Se il graffio della satira detta la linea politica” di STEFANO BARTEZZAGHI da La Repubblica del 19 ottobre 2012

«SONO le cose che gli dico sempre io». Questo l’sms con cui Linda Giuva ha commentato con Staino l’intervista in cui il vignettista si era appellato al marito di lei, D’Alema.
Aveva detto Staino nell’intervista: «Ti voglio bene, ma da’ un segnale nobile, metti un punto a questa storia, che è alle spalle, chiusa, finita». L’aneddoto fa tanta più impressione perché, con il suo impasto di acume satirico, affetto, popolarità e privatezza, investe il leader che forse ha più incarnato quanto è rimasto dell’idea della politica come disciplina invece separata, specializzata, forse addirittura sapienziale.
Sul fronte privato si era già appurato quanto seri possano diventare i comici di sinistra quando, lontani dalle quinte, discutono di politiquepoliticienne, con impensabili livelli di competenza, aggiornamento e padronanza del linguaggio tecnico. Ora è come se anche pubblicamente fosse caduto un velo e autori di satira vengono intervistati e richiesti di commenti, come veri esperti in politica. Durante la recente assemblea Pd, per esempio, il compito di un articolato racconto e commento «dall’interno» è stato affidato da SkyTg24 a un’intervista a Diego Bianchi, in arte Zoro. Chi era, per il pubblico del Tg? Il sottopancia lo definiva «blogger» (che è come dire «diarista» e quasi come dire «cittadino»), molti lo conoscono come spiritoso (e puntuale) narratore multimediale dei fatti e degli umori della sinistra ex-comunista. «Zoro» è anche l’unico, sinora, che è riuscito a far perdere le staffe a Matteo Renzi: con il suo modo deciso e lieve, ha reso evidente e documentato il cordone ombelicale (sia pur virtuale, e wireless) che lega persino in piena azione comiziante il vispo sindaco toscano al proprio guru mediatico Giorgio Gori. Nell’intervista Bianchi-Zoro diceva «noi», quindi parlava da una strana posizione capace di conciliare il distacco dell’osservatore con l’adesione del militante. Lo faceva con scioltezza e autorevolezza, ed è andato benissimo. Ma poi non è facile rispondere a un dubbio: chi sono, davvero, questi nuovi mediatori tra bacini (sia di audience, sia elettorali) e i leader della politica-spettacolo?
Coloro che fanno ridere l’uditorio dimostrano con ciò di conoscerne quella fisiologia che presiede alla produzione non solo di opinioni, ma anche di emozioni, simpatie, tendenze non molto meglio razionalizzabili. E allora all’inclinazione tradizionale alla ponderosa analisi, di cui D’Alema è icona (nonché incombente figura di Super-io), si affianca e sempre più spesso sostituisce la sintesi del motteggio, il pungiglione dell’agudeza, lo schiaffetto vivificante della «battuta». È il Veltroni di Corrado Guzzanti, che vaglia candidature e prima di pervenire all’ipotesi di «Napo, orso capo» ricorda ai compagni «della mozione Amedeo Nazzari»: Amedeo Nazzari è morto! («Era perfetto ma è morto! Ho pensato: candidiamolo anche da morto. Non è possibile: dovremmo fare una riforma, non c’è tempo»). La realtà della politica è opaca: le analisi ci mettono di fronte alla difficoltà di capirne le articolazioni; la sintesi satirica non dà solo il sollievo istantaneo di una risata, ma può risultare persino illuminante sul merito. Si finisce per chiedere agli autori di abbandonare i loro mezzi espressivi e di parlarci fuor di battuta. Alcuni, come Altan o Ellekappa, non lo fanno mai. Altri invece ci prendono gusto tanto che può diventare difficile distinguere quando parlino per scherzo e quando, diciamo così, ex cathedra.
Il giorno dopo la strage di Bologna, nell’agosto del 1980, il Manifesto pubblicò un articolo di Stefano Benni. Benni scriveva solo pezzi di satira, ma quello era un articolo serissimo, cronaca sgomenta di una tragedia. Impressionante anche per l’improvviso cambio di identità del suo autore. Noto per la satira, si rivelava come cittadino, bolognese, testimone; uno che ovviamente non ha poi sempre voglia di ridere. Poi venne l’epoca degli inserti satirici, inaugurata proprio da Sergio Staino sull’Unità, fino a che la parabola del Cuore di Michele Serra non rese autonomo l’inserto dal giornale. Anche la satira, con ciò, divenne autonoma dalla cronaca, non fu più il controcanto di un racconto «serio». Dopo qualche tempo Cuore incominciò a ospitare anche articoli che non volevano più far ridere, ma far pensare, sia pure con linguaggi e tecniche espressive molto differenti dell’ordinaria pubblicistica politica.
Un elettorato insondabile nella sua rinuncia alle identità tradizionali veniva allora solleticato tramite coloro che aveva scelto come suoi beniamini. Era saltato il tappo: dai girotondi di Nanni Moretti a ospitate prolet-chic di Sabrina Ferilli e Claudio Amendola, dal divano di Serena Dandini alle copertine di Giovanni Floris, il frullatore mediale dei messaggi e delle identità ha finito per produrre quella che una Scuola di Sanremo o un Festival di Francoforte potrebbe finire per chiamare «la dialettica Bersani-Crozza», dove imitando il suo imitatore il leader lenisce le proprie carenze carismatiche. Desidera comprensibilmente il contatto con un uditorio più vasto e popolare di quello dei militanti di partito e trova finalmente nel pathos della risata l’unico possibile terreno di condivisione.
La staffetta dell’antipolitica, dopo i leader barzellettieri, mette in pista proprio i comici di mestiere e continua a proiettare sulla politica l’ombra della seriosità, della noia, della burocrazia. I giornali non isolano più la satira in spazi ben recintati ma la mescolano alla cronaca, come punto di vista alternativo sempre presente, sempre possibile. Come risponde la politica? A volte si esprime ancora con quelle battutine a mezza bocca tipiche del sapiente Giulio Andreotti, che lo stesso Massimo D’Alema ha sempre usato per sublimare stizze e rancori, e che ora hanno trovato in Mario Monti un imprevisto interprete. Altre volte ne coglie il retrogusto elitario – il sense of humour del potente è sempre sospetto. È lì che il satirico, anche un po’ prostrato dal compito di divertire e istruire graffiando, incomincia a pensare di poter essere utile, di spiegare quel che ha capito. Il politico entra nel regime (impensabile trent’anni fa) del semiserio.
Al satirico scapperà meno da ridere, ma è una conseguenza naturale: egli stesso è ormai scappato dal ridere.

“Se il graffio della satira detta la linea politica” di STEFANO BARTEZZAGHI da La Repubblica del 19 ottobre 2012

About these ads

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a “Se il graffio della satira detta la linea politica” di STEFANO BARTEZZAGHI da La Repubblica del 19 ottobre 2012

  1. enrico ha detto:

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

Inserisci un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...