“La giornata degli insegnati. Ma c’è poco da festeggiare” di Mila Spicola da l’Unità del 6 ottobre 2012

IERI È STATA LA GIORNATA MONDIALE DEGLI INSEGNANTI. NON NAZIONALE, MONDIALE, PERCHÉIN ITALIA C’È POCO DA FESTEGGIARE. ABBIAMO GLI STIPENDI PIÙ BASSI D’EUROPA. Tra l’altro bloccati da tre anni e per i prossimi tre. Abbiamo il numero di ore di lavoro più alto dei colleghi di Francia e Germania. Abbiamo il sistema più infernale e bastardo di immissione in ruolo dell’intera galassia (è più facile diventare Steve Jobs che riuscire a fare l’insegnante in Italia). Abbiamo il 65% di possibilità di ammalarci alle corde vocali. Il 70% di possibilità di incorrere in disturbi psichiatrici, su tutti la depressione (ponete una cavietta in un ambiente ostile, malsano e senza cibo e lasciatela lì dai 30 a 45 anni: cosa ne verrà fuori? Abbiamo l’età media più alta in Europa (55 anni) e un governo schizofrenico che non fa nulla per abbassarla: da una parte postula che ci vogliono insegnanti «giovani », dall’altra innalza a 67 anni l’età dello stare in classe e lancia un concorso a cui i giovani laureati non possono concorrere. Godiamo (come tutti gli statali tutti) di 28 giorni di ferie l’anno, da prendere per forza tutti e in un solo mese, eppure l’Italia intera ci rinfaccia «tre mesi di vacanze», pensando che avendo i figli a casa due mesi, non tre, magari anche noi stiamo al mare. E invece no. In Francia il mercoledì in mezzo alla settimana non si fa scuola. In Germania i periodi di ferie sono tre in un anno e con un totale di giorni maggiore del nostro. Le ore di lezione durano 45 minuti e non un’ora come da noi e ciascuna classe ha un tutor stabile che libera docenti e ragazzi dal cappio reciproco badante-infante. Noi invece, i privilegiati, tutto questo nemmeno lo sogniamo più. Eppure non mi pare che francesi e tedeschi passino per sistemi scolastici lassisti. Il nostro sì. Ma non ti lamentare, mi raccomando, sennò passi per fannullone. E via con la depressione. Siamo l’unico comparto di funzionari (tali saremmo) della pubblica amministrazione a non «godere» di piani di formazione nazionali (a parte quelli auto decisi, auto programmati, auto condotti, con il risultato che ognuno va per conto proprio e il sistema scolastico nazionale somiglia più a un leopardo spelacchiato che a un bel leone della savana). Siamo il comparto della pubblica amministrazione che prende il minor numero di permessi per malattia o per motivi personali (12 giorni in media contro i 75 della Sanità) eppure un insegnante e un dottore hanno un abisso di considerazione in mezzo. Abbiamo il carico dell’educazione degli italiani e dei primi «no» che arrivano nella vita di un ragazzino, visto che genitori, nonni, zii, amiche delle mamme e vicini di pianerottolo non si sognano di farlo e preferiscono mandare a noi, in classe, les Petites Sauvages salvo poi alzare le baionette «perché il ragazzino me lo avete turbato» e ci prendiamo pure la galera. Ebbene sì, la galera, per abuso dei mezzi di correzione. Un tempo si parlava di comunità educante: famiglia, scuola e società. Oggi siam rimasti soli contro tutti. E ogni tre mesi arriva il figo di turno che «però gli insegnanti son degli eroi e il vostro è il mestiere più bello del mondo». Sai che meraviglia. Lo scriviamo sul registro di classe accanto al nome in copertina? Abbiamo bisogno di condizioni di lavoro migliori (edilizie, formative, professionali, contrattuali) che poi son migliori automaticamente per i vostri figli. E invece da secoli non se ne parla. Tra le domande fatte all’Italia nella mitica lettera che arrivò lo scorso anno dall’Europa ce n’era una che diceva «cosa intendete fare per motivare e migliorare la classe docente italiana?». Già, c’era questa domanda. E che hanno fatto? Il sistema di valutazione. Valutare cosa? Se non hai nessuna intenzione di migliorare, a cosa serve valutare? Il buon senso, ripete da tempo Vertecchi, grande pedagogista italiano, sembra divenuto l’unico asse portante di questo Paese arretratissimo sul piano delle azioni strutturali da mettere in campo per il sistema nazionale d’istruzione: azioni come ricerca educativa, idee pedagogiche, metodologie, cicli scolastici, formazione e selezione della classe docente. Ed è questo buon senso, quest’assenza totale di pilastri pedagogici aggiornati che ci fa stare indietro. Ieri è stata è la giornata mondiale degli insegnanti però si è mandata alla malora in Italia la tradizione della ricerca educativa avanzata. È giunta l’ora dell’improvvisazione. La fregatura, per noi docenti, è che siamo così masochisti da amarlo questo lavoro e da andare avanti comunque. Col capo maledettamente chino sui nostri registri e gli occhi puntati sui nostri ragazzi. Eppure sarebbe l’ora di occuparci anche del nostro mestiere. Sarebbe il momento di guardarli in faccia questi ragazzi e interrogarci sul serio: «Che cosa vi stiamo facendo? Che cosa vi stiamo togliendo?». E poi, ci basta davvero sentire dire ogni tre mesi «siete degli eroi» e avere, comunque e sempre, calci e pugni metaforici in bocca, chiunque sia a darli? A me no. Non so a voi. Vorrei che la scuola tornasse al suo pilastro fondamentale, occuparsi del progetto educativo in modo professionale e aggiornato. Con i mezzi migliori forniti dalla ricerca e dallo studio, non dal governo che passa. Ieri è stata la giornata mondiale degli insegnanti. E oggi?

“La giornata degli insegnati mac’è poco da festeggiare” di Mila Spicola da l’Unità del 6 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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Una risposta a “La giornata degli insegnati. Ma c’è poco da festeggiare” di Mila Spicola da l’Unità del 6 ottobre 2012

  1. adriano ha detto:

    Sfogo amaro di una persona che vive di scuola.
    Leggete con cura, paiono luoghi comuni ma non è così: è la angosciante realtà!

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