“La latitanza dei partiti” di BARBARA SPINELLI da La Repubblica del 3 ottobre 2012

ANCORA non è chiaro se il presidente del Consiglio Monti contempli oppure no la possibilità di restare a Palazzo Chigi dopo le elezioni. A New York ha detto di sì, il 27 settembre.
Ma tornato a Roma è stato più vago: «Lascerò il governo ad altri, nei prossimi mesi». Di certo, però, l’idea di un Monti-bis occupa le menti di molti partiti, e anche degli elettori, e il fatto che sia un’idea avvolta di mistero la rende perfino più insinuante. Monti c’è e non c’è, ha bravure tecniche e una ritrosia istintiva a schierarsi che gli dà una forza peculiare. Una forza non necessariamente positiva: mistero, miracolo, autorità refrattaria alla politica sono attributi del cesarismo. L’altro ieri ha specificato che la classica divisione destra-sinistra va sostituita da quella tra evasori e non evasori: l’estraneità alla politica e al suo progettare pare evidente.
È opinione diffusa che la dichiarazione di New York sia una risposta ai mercati, di nuovo innervositi dall’instabilità italiana. È per rassicurarli che Monti ha detto: «State tranquilli, se opportuno riprendo le redini io». Se le cose stanno così, non stupisce che abbia scelto come platea gli Stati Uniti e non l’Italia. Non da oggi infatti sono due, gli uditori e gli àmbiti territoriali (le constituency) cui gli aspiranti al comando devono rispondere: la constituency dei mercati e quella che democraticamente vota i candidati ai vertici degli Stati. Fin dal 1998, l’ex presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, parlò del «plebiscito permanente» (permanentes Plebiszit), che i mercati esercitano minuto dopo minuto sulle politiche nazionali, disciplinandole. A questo elettorato non nazionale ma transnazionale si è rivolto Monti, giovedì, convinto forse che il plebiscito di investitori planetari sia determinante e prioritario.
È come se il secondo plebiscito, affidato dalle costituzioni alla sovranità popolare, sbiadisse sino a svanire, rimosso dal primo. L’epoca che viviamo è per molti versi postcostituzionale (è il motivo per cui urge dare all’Unione una Costituzione vera, scritta dai parlamentari europei, non dai governi), e son simili epoche, secondo il filosofo Leo Strauss, che secernono fatalmente il cesarismo. D’altronde Monti lo disse in due occasioni, il 7 agosto e il 16 ottobre 2011 sul
Corriere, nell’autunno di Berlusconi. La prima volta annunciò che il governo «aveva accettato, nella sostanza, un ‘governo tecnico’». Formalmente la primazia della politica era intatta, ma «le decisioni principali sono prese da un governo tecnico sopranazionale » (un «potestà forestiero»). Due mesi dopo, descrivendo l’ira dei mercati e di Bruxelles, scrisse che l’Italia era «già oggetto di ‘protettorato’». Europa, America, Asia erano persuase che a «far saltare l’eurozona» saremmo stati noi, non Atene. Grazie al proprio governo il pericolo sarebbe oggi sventato. Ogni giorno il ministro Grilli assicura che la nostra sovranità è ripristinata, che non dovremo chiedere aiuti all’Unione (che male ci sarebbe a chiederli, se l’Unione è solidale con Stati che comunque non sono più sovrani e se la sua ricetta è quella di Monti?).
L’indeterminatezza di Monti può nascere da un calcolo o da una ritrosia, come può nascere da calcolo o ritrosia il rifiuto di misurarsi con altri pretendenti nella competizione elettorale. Un rifiuto legittimo – il premier è senatore a vita – ma non del tutto congruo: un senatore a vita che governa deve poter essere giudicato dalle urne oltre che dai mercati. Il problema è che pochi gli ricordano che candidarsi e parlare di programmi e alleati è dovuto, in democrazia. Qui è il pericolo, ma anche il fascino, che il cesarismo postpolitico pare esercitare.
È una delle singolarità italiane su cui vale la pena riflettere. In Grecia, in Spagna, cittadini indignati denunciano con impeto quello che vivono come diktat non tanto esterno, quanto inconfutabile. In Italia le proteste si frammentano, i sindacati gridano, ma le piazze non si riempiono. Non è una sciagura, ma è una passività colma d’ira che ha qualcosa di malato ed è un’anomalia, nella cosiddetta
periferia d’Europa. Sembra confermare quello che Luciano Canfora considerava, nel 2010, la questione cruciale dei nostri tempi: i governi europei hanno scelto la strada dell’abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli “esperti”. Seguendo alla lettera Tietmeyer, prediligono di fatto il permanente plebiscito dei mercati (Critica della retorica democratica, Laterza).
Ma i primi responsabili del male non sono i mercati. Essi constatano il vuoto di politica, e lo riempiono con loro ansie, esigenze. Responsabili della diserzione sono i partiti, i politici che antepongono la sete di potere alla competenza. E responsabile è il popolo italiano, che a questo andazzo ventennale s’è assuefatto se non affezionato.
L’abdicazione dei partiti è ricorrente, palese. Se davvero volessero governare, se non fossero anch’essi attratti dalla passività, riconoscerebbero che i poteri dei mercati tendono a espandersi nat uralmente (vale anche per i mercati quel che dice Mont esquieu: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”. Solo il politico può frenare l’abuso, correggere la vista corta di chi giudica solo il minuto, e contrapporre un potere legittimato democraticamente che duri un po’ più a lungo di una seduta di borsa).
Ma i partiti vogliono veramente governare? Vogliono essere protagonisti, o preferiscono assegnare il compito a esperti e tecnici, pur di evitare il difficile o l’impopolare? Tutto fa pensare che un potere così rischioso non lo desiderino, né a destra né a sinistra. Se davvero ambissero a governare, e non solo a espugnare un ben remunerato spazietto, predisporrebbero alleanze durature. Ma soprattutto, approverebbero presto una legge elettorale che non distribuisca ai partiti poteri proporzionalmente spezzettati e quindi privi di responsabilità, ma che permetta la nascita di coalizioni dotate sia di potere sia di responsabilità. Difficile rintracciare questa volontà, debole in Bersani e ancor più in Renzi. Quest’ultimo vuol rifondare il Pd, e la volontà è meritoria e popolare, ma anch’egli s’inviluppa nell’indeterminatezza. Non dicendo con chi governerà, e ripetendo che Monti è il suo faro, cade nella trappola come i concorrenti o avversari. Ogni partito ha lo sguardo fisso su se stesso, pur sapendo perfettamente che da soli si naufraga. Se la legge elettorale non produrrà governi forti, ricadremo nella strana maggioranza di oggi: non una grande coalizione, ma un’accozzaglia di partiti che in solitudine insuperbiscono e in solitudine si corrompono tanto più facilmente.
Anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato. Non mancano le ragioni, e Grillo non cade dal cielo. A tal punto inaffidabili si sono rivelati i partiti e la politica italiana, inviluppata non nel mistero soltanto ma nella corruzione. Il Movimento 5 stelle misura le febbri italiane, le diffidenze degli elettori, la sfiducia che essi hanno in se stessi, la delusione accesa da alternanze e alternative mancate. Da questo punto di vista è vero che l’Italia è più debole della Grecia. Anche Atene è appesantita da ruberie e lobby, ma almeno dopo un governo tecnico è tornata alla politica, ha potuto scegliere tra visioni opposte della crisi e delle terapie. In Italia no, tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale. È così da quando è finita la prima Repubblica. La seconda non è mai cominciata. Tutti questi anni sono passati nell’inane, fallito tentativo di uscire dalla prima.

“La latitanza dei partiti” di BARBARA SPINELLI da La Repubblica del 3 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009 al 2014, ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio comunale.
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3 risposte a “La latitanza dei partiti” di BARBARA SPINELLI da La Repubblica del 3 ottobre 2012

  1. adriano ha detto:

    Molto bello l’articolo, alcuni passaggi davvero superbi.
    Avrei desiderato maggior chiarezza nella garbata critica al progetto politco di Bersani. Non è la stroncatura che mi indispone, la mia stizza nasce dalla indeterminatezza del giudizio: quando si discetta dell’UNICO segretario di partito eletto con congresso a tesi e con 4 milioni di voti, ci vuole un po’ di rispetto. Sono certo che l’ottima Spinelli ha più di un argomento a sostegno della sua tesi, mi piacerebbe poterle esaminare per poi rifletterci su.

  2. Ambrogio ha detto:

    sempre molto lucida Barbara Spinelli, e fa venire in mente che ormai urge una vera unione europea perchè i governi nazionali son troppo deboli rispetto al “mercato”

    • adriano ha detto:

      Su questo non ci piove!
      Anche perchè il mercato dovrà essere disciplinato da regole che siano civili e non da rapporti muscolari tipo far west!

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