“Perché sull’Ilva continuiamo a sbagliare” di DARIO DI VICO dal Corriere della Sera del 29 settembre 2012

E’ stato in questi anni il sociologo tedesco Ulrich Beck a spiegarci con maggiore lucidità come la minaccia ecologica sia diventata il tratto distintivo della seconda modernità e come ciò abbia determinato una rottura con la tradizione della società industriale classica e per certi versi romantica. Nella nuova e contraddittoria fase della modernizzazione (quella che ancora stiamo vivendo nonostante la Grande Crisi) Beck sostiene che è diventato fondamentale decidere come si distribuisce il rischio ambientale, in sostanza chi paga i costi di un progresso che in più di qualche caso ha divorziato dalla pura razionalità. Un progresso che, come nel caso di Taranto, offre buoni posti di lavoro ma inquina irrimediabilmente il territorio circostante. Fornisce un salario garantito ai padri ma mina irrimediabilmente la salute dei figli.
Non sembri eccessivo tirare in ballo la grande sociologia contemporanea per cercare di dipanare la matassa dell’Ilva perché pur rappresentando Taranto un caso-limite, si iscrive comunque nella parabola dei nuovi pericoli che corrono le nostre società. Nell’epoca industrial-romantica — quella che ha forgiato le convinzioni di uomini come Emilio Riva — probabilmente quei rischi non venivano nemmeno catalogati come tali, erano considerati il prezzo fisiologico da pagare all’avanzata della civiltà delle macchine e del compromesso democratico con la forza lavoro. Il fordismo non lasciava spazio ai dubbi. Oggi che la sensibilità ecologica pubblica è notevolmente cresciuta (ci siamo posti persino l’obiettivo di vietare il fumo negli stadi), non è maturata però di pari passo una sufficiente tecnica di governo e risoluzione di queste contraddizioni. Si può dire che conosciamo alla perfezione i mali che vogliamo combattere ma non sappiamo da dove cominciare. Da qui la cacofonia che abbiamo ascoltato in queste settimane a proposito del futuro del centro siderurgico pugliese e soprattutto la mancata assunzione di responsabilità. Ci si è palleggiate le accuse, le statistiche sui tumori sono diventate persino materia di presunte querele, i sindacati si sono incredibilmente spaccati e si è arrivati alla sconsolante conclusione che dobbiamo scegliere tra salute e lavoro.
Gli economisti industriali che hanno studiato il caso sostengono che l’impianto di Taranto ha un ruolo centrale nel sistema delle forniture per l’intera meccanica di trasformazione italiana e che se dovessimo importare l’acciaio oggi prodotto dall’Ilva la nostra bilancia commerciale ne risentirebbe pesantemente (la stima è di 6 miliardi). Le ragioni della continuità industriale vanno, dunque, al di là della pur sacrosanta salvaguardia di 12 mila posti di lavoro e investono quel che resta della credibilità dell’Italia come grande Paese industrializzato. Oggi però, per dirla con gli schemi di Beck, il rischio è distribuito asimmetricamente, l’Italia ha bisogno dell’acciaio di Taranto e gli abitanti della città ne pagano interamente il prezzo in termini di maggior inquinamento e malattie. La bonifica dello stabilimento è di conseguenza un passaggio obbligato per una comunità nazionale che non voglia abdicare, si tratta solo (e al più presto) di quantificare i costi sapendo che i 400 milioni stanziati finora non basteranno di sicuro. Ma se è il Paese che va chiamato ad assumersi la responsabilità di creare le condizioni per la continuità di Taranto, un’analoga richiesta di onestà intellettuale va girata ai Riva e alla rappresentanza degli industriali. La domanda chiave potrebbe essere formulata così: produrre acciaio in Puglia in condizioni di buona sostenibilità ambientale è giudicato dagli imprenditori un obiettivo irrealistico? La verità in questi casi aiuta.
@dariodivico

“Perché sull’Ilva continuiamo a sbagliare” di DARIO DI VICO dal Corriere della Sera del 29 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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3 risposte a “Perché sull’Ilva continuiamo a sbagliare” di DARIO DI VICO dal Corriere della Sera del 29 settembre 2012

  1. Felice CELESTINO ha detto:

    Chiaro e lucido

  2. adriano ha detto:

    Della serie: pane al pane, vino al vino!

  3. Corporeus corpora ha detto:

    Si, è irrealistico.
    E’ irrealistico per tutta una serie di motivi e ne accennerò solo 5: il primo è che si tratta di bonificare un’area che è quasi il doppio del centro abitato di una città di 200.000 abitanti; il secondo che dopo 50 anni di pratiche industriali da racconti di Dickens, persino il meraviglioso environment di Taranto non regge più ed è saturo di contaminazioni di suolo, aria, acqua. Pertanto sarebbe estremamente rischioso insistere ancora (ricordate le pecore e le cozze alla diossina, i fanghi del mar piccolo che bucano i guanti, la presenza di arsenale militare, ENI e CEMENTIR tutti a contatto con l’abitato); il terzo è che il mercato dell’acciaio nel mondo attualmente tira poco, in Europa ancor meno ed in un Italia senza FIAT et similia, quale appunto siamo in procinto di divenire, figuratevi da soli di cosa parliamo; quarto, rendere ambientalmente e sanitariamente compatibile l’ILVA, che campa da sempre sulle immense economie di scala consentite della sua non ecosostenibilità (dal comprare il materiale in polvere che costa meno, fino ai parchi minerali grandi 70 ettari, scoperti, i più vasti del mondo e così via), è la stessa cosa che acquistare un’auto del 1960 e provare a renderla a norma rispetto alle richieste odierne del mercato, con le certificazioni necessarie: Marmitta euro 5, motore a basso consumo, fari allo xeno, carrozzeria deformabile antidanno al passante… E’ OVVIAMENTE ASSURDO, IMPOSSIBILE, ANTIECONOMICO… inutile dire che si fa prima ed è molto più economico acquistarla nuova ; quinto, i morti sono davvero tanti, venite qui a controllare, palazzo dopo palazzo…
    Lo stabilimento sarebbe pertanto da ricostruire dalle fondamenta. Il che presuppone una scelta nazionale in favore dell’acciaio. E ci vogliono tanti di quei denari e competenze da resuscitare SInigallia ed il piano Marshall.
    Un imprenditore privato in questo contesto storico, sociale ed economico non la farà mai. Come vedremo insieme.
    Se volete sapere da dove vengono queste certezze qui esposte per sommicapi, c’è la specifica sezione del mio sito. Con fonti autentiche, originali e parte importante della storia e delle vicende Italsider-ILVA odierne.
    Suggerimento costruttivo: prima di scrivere di cose così complesse e delicate è bene leggere molto.
    Grazie dell’attenzione.

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