“Statiche al centro, creative in periferia. Vizi e virtù delle classi dirigenti” di MAURO MAGATTI dal Corriere della Sera del 16 luglio 2012

La circolazione delle élite, che contraddistingue le società moderne rendendole aperte e dinamiche, da noi pare proprio non funzionare. Contrariamente a quello che accade in altri Paesi avanzati, in Italia invece del merito pesa l’affiliazione e l’assunzione di una posizione di responsabilità viene spesso implicitamente assunta come irreversibile. Tutti conosciamo casi di direttori, presidenti, primari, rettori, amministratori delegati che, una volta al potere, vi si installano così saldamente da arrivare persino a manipolare regolamenti e statuti per conservare la loro poltrona. È rarissimo il caso di chi, dopo aver svolto un servizio, accetta di tornare a fare quello che faceva prima. Si molla solo in cambio di una promozione. Promoveatur ut amoveatur. Non solo nella pubblica amministrazione, ma anche nei partiti, nelle associazioni di rappresentanza, nelle università, nelle stesse grandi imprese: l’inamovibilità dei capi si associa alla stagnazione tipica delle nostre istituzioni maggiori.
Le possibili ragioni della debole circolazione delle élite sono molteplici e molto profonde.
Una prima ipotesi riguarda la fitta ragnatela dei poteri che, in Italia, dal centro si dirama al piano locale e associativo. Una maglia che permette la moltiplicazione delle posizioni da distribuire e che rimane forte in virtù della scarsa mobilità della popolazione italiana.
Una seconda ipotesi è che l’assunto secondo cui le posizioni di responsabilità sono destinate a durare a vita si sia impropriamente trasferito alla realtà istituzionale tout court dal mondo ecclesiastico, dove ci sono ragioni di tipo teologico che legittimano tale soluzione.
Sta di fatto che la stagnazione delle élite finisce per condizionare negativamente la dinamicità della società italiana dove sia la cultura della valutazione dei risultati sia l’idea di un servizio a termine sono ancora oggi delle eccezioni.
Non ci si stancherà mai di sottolineare le conseguenze negative di questo stato di cose. Mantenere aperti i canali basati sulla competenza e sul merito è vitale.
E tuttavia, se non si vuole finire nella trappola delle interpretazioni astratte, occorre pure considerare che, come spesso accade, la società italiana ha saputo trasformare un problema in una risorsa, escogitando una sorta di soluzione alternativa alla circolazione delle élite.
Tale variante prevede un movimento laterale. Il fatto che i canali istituzionali centrali siano spesso ostruiti spinge coloro che hanno idee e capacità a cercare un riconoscimento per vie esterne. Mettendosi in proprio. Accade nel mondo religioso (ordini religiosi, movimenti ecclesiali) così come nella vita economica, culturale, politica. C’è dunque una sorta di relazione tra l’avere istituzioni centrali con gruppi dirigenti statici e l’essere il Paese dei piccoli imprenditori, degli artigiani, degli artisti. Spesso in Italia, per poter combinare qualcosa di buono, l’unica strada è di passare per linee esterne. Ciò rende quella italiana una società certamente più caotica e disordinata, ma anche più creativa e imprenditiva. Con alcuni aspetti che rimangono problematici.
In primo luogo non è affatto detto che la via laterale trovi il suo sbocco. E quando ciò non accade, il rischio è che il cambiamento si determini in modo traumatico e antisistemico. In secondo luogo, la via laterale è sempre suscettibile di provincialismo, improvvisazione, ribellismo, che si compendiano in una sorta di congenita diffidenza nei confronti di tutto ciò che è istituzionale. Un tratto che ritorna lungo tutta la storia dell’Italia moderna. Infine, la struttura sociale che ne deriva è difficilissima da tenere insieme, dato che il sistema degli interessi diventa complesso se non contraddittorio. Con evidenti conseguenze sugli assetti politici.
L’osservazione ci dice che le derive a cui è sempre soggetto questo secondo canale di mobilitazione sociale possono essere contrastate ricorrendo a due antidoti. Il primo è l’investimento sulle persone in modo da rendere accessibili ad ampi strati della popolazione quelle conoscenze, livelli di competenza tecnologica, senso morale necessari per riuscire a essere creativi e innovativi. Il secondo è una sufficiente dotazione di «infrastrutture universalizzanti» — dal sistema giuridico ai centri di ricerca, dai trasporti ai servizi pubblici — indispensabili per sfuggire alla vuota retorica del «piccolo è bello».
Quando queste condizioni non sono soddisfatte, la società (e l’economia) italiana tende a implodere. Bloccata al centro, provinciale in periferia, essa finisce per dar vita ad «alleanze di marginalità» tra interessi regressivi.
Un Paese avanzato come l’Italia non può rinunciare a dotarsi di quelle grandi istituzioni funzionali necessarie per prender parte di processi della società mondiale. Al tempo stesso, però, sarebbe un sacrificio troppo grande non valorizzare la spinta vitale che proviene dal basso, dai territori, dai gruppi periferici. La nostra distintività ci viene, infatti, proprio dalla capacità di trovare punti di universale-singolare, secondo un modello del tutto difforme da quello prevalente, che punta tutto sulla standardizzazione e la funzionalizzazione. È nel tenere insieme singolare e universale che sta la soluzione all’enigma italiano che ha successo quando riesce a stare dentro il grande conservando il gusto e l’originalità del piccolo. Trovare un nuovo punto di equilibrio tra queste due esigenze irrinunciabili è la sfida che oggi si rinnova, questa volta nel tracciare la via italiana alla globalizzazione.

“Statiche al centro, creative in periferia. Vizi e virtù delle classi dirigenti” di MAURO MAGATTI dal Corriere della Sera del 16 luglio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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