“DA GRAMSCI A EINAUDI PER RIFONDARE IL PAESE” di EUGENIO SCALFARI da La Repubblica del 15 luglio 2012

DAI mercati finanziari italiani sono arrivate venerdì tre buone notizie: i Bot a dodici mesi sono stati oggetto di ampia domanda e collocati a tassi molto più bassi rispetto a quelli registrati appena un mese fa; i Btp a tre anni hanno avuto anch’essi notevole successo e anch’essi hanno segnato un tasso inferiore di un punto rispetto a giugno. Infine la Borsa di Milano ha snobbato il declassamento dell’Italia con un aumento dell’1 per cento rispetto al giorno precedente.
Dunque risparmiatori e operatori italiani e stranieri hanno ricominciato a comprare i titoli emessi dal Tesoro e non solo a breve ma anche a medio termine. Lo “spread” del Btp decennale è ancora molto elevato sul mercato secondario, ma il Tesoro ha saggiamente deciso di rallentare le emissioni a lunga scadenza in attesa che il meccanismo di intervento deciso dall’Europa entri concretamente in funzione. Ci vorranno alcuni mesi e fino ad allora le emissioni quinquennali e decennali saranno ridotte al minimo senza alcun nocumento per il finanziamento del fabbisogno.
Queste le buone notizie. Ma il “downgrading” di Moody’s , anche se Piazza degli Affari ha risposto con un’alzata di spalla, non è campato in aria. Non è un declassamento economico ma politico, segnala un elemento negativo per il dopo-Monti e a ragione perché quegli elementi negativi esistono e il “rieccolo” di Berlusconi è uno di quelli e va quindi analizzato
con estrema attenzione.Berlusconi sa che avrà un flop elettorale, questo è già nel conto. Se dovesse arrivare al 20 per cento dei consensi sarebbe oggettivamente un successo clamoroso. Ma il suo problema non è questo. Il suo problema è di mantenere in vita un simulacro di partito e impedirne l’implosione in mille frammenti. Questo risultato l’ha già ottenuto, è bastato l’annuncio della sua ri-presentazione per bloccare la fuga dei quadri, delle clientele e dei rimbambiti del “Silvio c’è”. Moderati? Ma quali! Conservatori? Non se ne vedono in giro. Liberali? Forse Ostellino, ma con lui non si va lontano.
Niente di tutto ciò, ma i suoi colonnelli ex An restano in linea, Cicchitto anche, Quagliarello e Lupi pure, perfino Scajola, perfino Galan. Forse arriva Storace. Certamente Miccichè. E Daniela. Daniela è la vera vincitrice. I Santanché-boys non valgono più dell’1 per cento, ma è il “folk” che conta. Il partito non c’era, non c’è mai stato e continua a non esserci, ma le clientele sì, quelle ci sono sempre state e adesso serrano i ranghi.
Certo, ci vuole una legge elettorale che assecondi. E poi quel pizzico di bravura nell’ingannare i gonzi, specie quelli di mezza età. Sono tanti in questo Paese e per lui sono l’ideale. Allora forza con l’aquilone tricolore, forza coi discorsi del predellino. E se ci fosse un pazzoide che gli tirasse un sasso in faccia come avvenne a Piazza del Duomo qualche anno fa, beh quello sarebbe l’ideale. Il partito non c’è mai stato, ma volete che non ci sia un 15 per cento di
allocchi che poi, su un 60 per cento di votanti sarebbe più o meno il 7 per cento della platea elettorale?
Questo è l’obiettivo. Ma ci vuole una legge elettorale come si deve e questo è lo strumento necessario.
* * *
Niente più bipolarismo, niente più sistema maggioritario. Per raggiungere
l’obiettivo ci vuole un sistema proporzionale, su questo
non si discute.
Chi altri vuole quel sistema? Certamente la Lega. Certamente Casini. Dunque la maggioranza c’è. Soglia di sbarramento alta ma ragionevole (serve a scoraggiare le possibili liste del para-centro, diciamo alla Montezemolo). Un premio al primo partito, ma molto ridotto, diciamo il 10 per cento. Preferenze o collegi, oppure un mix tra liste con preferenze e collegi.
Un sistema proporzionale di questo tipo va a pennello per la Lega e per Berlusconi. Anche per Casini che in quel caso sarebbe molto più forte nella possibile alleanza postelettorale con il centrosinistra. Se prevalesse un sistema maggioritario l’alleanza Casini-Bersani dovrebbe essere pre-elettorale; col proporzionale si fa dopo e ci si fa tirare per la calzetta. La differenza è evidente.
Diciamo: il partito dell’Aquilone al 15-18 per cento, l’Udc all’8-10, il Pd (con Vendola in pancia) al 25-30 e al 35 col premio. Non c’è maggioranza se non tutti e tre insieme. E tutti e tre al governo. E Monti che li presiede.
Questo è il progetto, pacatamente ma fermamente sponsorizzato da Giuliano Ferrara. Non malvisto
dai montiani del Pd. Per il Berlusca un terno al lotto. Per Casini anche. Per la spazzatura mediatica anche: campane a festa per il “Giornale”, campane a festa per “Libero” e campane con doppia festa per il “Fatto” che potrebbe di nuovo sparare col suo fucile a due canne non solo contro la casta di centrosinistra ma anche contro quella berlusconiana che sembrava scomparsa.
Un governo lobbistico presieduto da un anti-lobbista. Grillo all’opposizione ma un po’ spompato (lo è già). Maroni pronto a rientrare in gioco ma a ranghi ridotti.
Non è un cibo digeribile. Allora la domanda è questa: c’è un’alternativa?
* * *
Prima di ragionare sulla possibile alternativa debbo però formulare due osservazioni, pertinenti e non marginali.
Ernesto Galli della Loggia ha descritto sul “Corriere della Sera” che cos’è in realtà la classe dirigente italiana e che cosa sono nella loro maggioranza gli italiani: un Paese che da trent’anni si è auto-paralizzato dandosi una struttura corporativa, clientelare, mafiosa in tutti i sensi. Insomma una casta nazionale, mondo dei “media” compreso e senza eccezioni.
Consento in gran parte con la diagnosi di della Loggia, ma non su quest’ultimo punto. L’informazione castale ha avuto le sue eccezioni, caro Ernesto, e tu lo sai bene. L’eccezione principale è stata “Repubblica” fin da quando esiste, cioè dal 1976. E prima di Repubblica l’eccezione era stata “L’Espresso”. Nei pochi anni della sua direzione l’eccezione
fu anche il “Corriere” diretto da Piero Ottone.
La seconda osservazione riguarda invece la “scivolata” di Mario Monti sul tema della concertazione, che sarebbe stata «dannosa per l’Italia perché ha determinato la formazione d’un sistema assistenziale che favorisce i privilegi di pochi a scapito della libera partecipazione di molti e specialmente dei giovani. E perché ha reso possibile la creazione d’un debito pubblico enorme che è la causa delle nostre attuali difficoltà ».
Questa “scivolata” — come già è stato scritto nei giorni scorsi sul nostro giornale — è storicamente sbagliata. La concertazione fu introdotta da Giuliano Amato e soprattutto da Carlo Azeglio Ciampi nel 1992-93 e rese possibile il superamento della crisi in quegli anni e l’ingresso in Europa durante il ministero Prodi-Ciampi. Ma prima di allora, dieci anni prima d’allora, senza bisogno di concertare, il sindacalismo operaio — come allora lo si chiamava — aveva imboccato da solo la via dell’austerità per realizzare la piena occupazione. Luciano Lama fu il vessillifero di quella politica e la proseguì fin tanto che rimase al suo posto, fiancheggiato da analoga posizione di Giorgio Amendola e poi anche di Enrico Berlinguer.
La differenza di ora rispetto all’allora sta nel fatto che la classe operaia non somiglia più in nulla a quella di Lama e di Amendola. Non è più un blocco sociale portatore di valori e interessi generali, ma un coacervo di contratti, di precariato, di immobilismo parcellizzato. Uno sfrizzolio innumerevole. Dalla spigola al sale — direbbe uno chef — al fritto misto.
In questa situazione Camusso e Bonanni cercano di tutelare il fritto misto. Che cos’altro potrebbero fare? Perciò, caro presidente Monti, lei condanna un fenomeno che non c’è più e che, quando ci fu, risultò positivo e non vincolante perché — come Ciampi può testimoniare meglio d’ogni altro — a monte e a valle della concertazione restava sempre e comunque la decisione del governo e del Parlamento. Quanto al debito pubblico, fu creato dalla partitocrazia dell’epoca come tante altre magagne che abbiamo ancora sulle spalle.
* * *
L’alternativa è la sinistra e il centro che debbono crearla e debbono farla, pena l’irrilevanza in cui stanno precipitando. Anzi: in cui sono già precipitati.
Ho letto nei giorni scorsi due articoli scritti da persone con biografie politiche diverse ma tutte e due marcatamente di sinistra: Alfredo Reichlin sull’“Unità” e Alberto Asor Rosa sul “Manifesto”. Tutti e due gli autori arrivano a conclusioni analoghe: la sinistra deve scoprire nuovi orizzonti e ad essi improntare la sua azione. Non esiste più la sinistra autarchica operante nei singoli Stati nazionali. Esiste già un’economia globale; esisterà — se vuole sopravvivere — un’Europa-Stato.
In queste nuove condizioni la sinistra non può che esser riformista. Radicalmente riformista. Deve coniugare i valori della libertà con quelli dell’eguaglianza. Deve togliere le bende che l’hanno da tempo mummificata. Deve disciplinare la concorrenza con le regole. Deve smantellare i privilegi, le mafie, le clientele, a cominciare dalle proprie.
E il centro deve fare altrettanto. Non è più tempo di radunare i moderati. Bisogna radunare i liberali, quelli veri e non quelli fasulli. Quelli che non vogliono i privilegi, le rendite, i monopoli, che detestano la demagogia e la legge del più forte.
A quel punto si accorgeranno — il centro e la sinistra — che non solo il loro obiettivo, ma la loro stessa natura è identica. Questa è l’alternativa.
A me ricorda lo slogan “giustizia e libertà”; ad altri potrà legittimamente ricordare Giuseppe Di Vittorio, Lama e Amendola, Antonio Labriola e Gramsci, ad altri ancora Giustino Fortunato e Danilo Dolci, ed anche Luigi Einaudi delle «Lezioni di politica sociale».
Andate a rileggerli quei testi, voi Bersani, voi Casini, voi Vendola, voi Pisapia, voi Tabacci. Giorgio Napolitano li conosce bene, lui è sempre stato un uomo di sinistra anche se da Capo dello Stato ha appeso quella vocazione all’attaccapanni prima di varcare la soglia del Quirinale.
Un uomo di sinistra, di quella sinistra. Non c’è un’altra strada. Quella è la sola vincente e l’obiettivo è di rifondare l’anima dei democratici e chiamare a raccolta gli spiriti liberi e forti del Paese. Forse è la maggioranza degli italiani, ma se non lo fosse pazienza, si lavorerà per il futuro. Nell’uno come nell’altro caso sarà comunque una vittoria.
Berlusconi — ovviamente — con queste prospettive non ha niente a che fare. Lui rappresenta l’Italia di Santanché che certo non è la nostra.

“DA GRAMSCI A EINAUDI PER RIFONDARE IL PAESE” di EUGENIO SCALFARI da La Repubblica del 15 luglio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009 al 2014, ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio comunale.
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2 risposte a “DA GRAMSCI A EINAUDI PER RIFONDARE IL PAESE” di EUGENIO SCALFARI da La Repubblica del 15 luglio 2012

  1. adriano ha detto:

    Quando Scalfari scrive sa far male: le sue critiche possono anche non essere condivise, ma non sono mai banali. Quelle che scrive oggi, rivolgendole al PD vanno prese attentamente in esame. Capisco che è più semplice enunciare che fare, tuttavia concordo con amarezza sul tema di fondo: i nostri quadri sono parecchio tiepidi. Magari ottimi tecnici, ottimi amministratori, ma la “politica” va parecchio oltre, e ne se vede davvero poca. Io, nell’ultimo gradino della scala, sono tra i ‘tiepidi’ ma non trovo la quadra: la gente non ti ascolta se vai oltre il problema che affligge il loro quotidiano. Tanto per fare un esempio: se gli dici che per fronteggiare gli allagamenti post-acquazzone bisogna parlare anche col Genio Civile, ben che ti vada ti rispondono “che si arrangino i militari tra loro”… sic. Se proponi una manifestazione in favore delle coppie di fatto: rischi le botte! Salvo poi sentirti dire in modo carbonaro: -sa, mia figlia è uscita da casa con il suo compagno, ma senza soldi non durerà a lungo…-
    A Roma c’è un proverbio alquanto grassoccio che fotografa bene la situazione: “a ddu’ dita dar c**o mio… (facciano quello che je pare…)”.
    A Scalfari non concedo l’eccessiva lievità di giudizio nei confronti di Repubblica; che è e resta di gran lunga il miglior giornale italiano, ma che qualche peccatuccio se lo tira dietro. Proprio l’evangelica pagliuzza; le travi stanno altrove!

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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