“IL FIGLIO STRANIERO” di GAD LERNER da La Repubblica del 30 giugno 2012

LA COSTRUZIONE dell’amore c’entra assai poco con la consanguineità. Lo sanno bene tante altre madri come Silvia Balotelli. Tu puoi amare in quanto figlio il figlio di un’altra. E al tempo stesso rispettare la complicata presenza di lei. Sapendo che la parentela si cementa con più fatica al di fuori dalle convenzioni, ma che del resto neppure una famiglia cosiddetta “naturale” può reggersi solo sui buoni sentimenti.
Bisognerà finalmente imparare dai Balotelli che lo stesso vale per la cittadinanza, un vincolo comunitario che nulla ha a che fare con il sangue o il colore della pelle: si può essere italiani a pieno titolo portandosi dentro la reminiscenza di un altrove, di uno sbarco, di una diaspora, di un’ombra lunga.
Povero Mario Balotelli, nostro goleador arrabbiato, risalito dalla polvere agli altari! Troppi potenti meccanismi di identificazione circondano la sua statuaria ma acerba figura, trasformandolo in simbolo a prescindere da ogni tormentata sua volontà. Che ne sappiamo di cosa vogliano dire i tuoi primi quattordici mesi di vita trascorsi in un ospedale pediatrico di Palermo, con tre operazioni all’addome e solo le infermiere accanto? Forse potrebbe spiegarcelo mamma Silvia, ma giustamente non lo farà mai. Perché quando all’età di cinque anni il ragazzino affidato ai Balotelli, famiglia bresciana con villino in quel di Concesio, sbalordiva tutti all’oratorio di Mompiano salendo e scendendo dai tavoli senza smettere di palleggiare, lei già s’era fatta esperta in ben altra corsa ad ostacoli: le file interminabili all’Ufficio stranieri della Questura per rinnovargli il permesso di soggiorno. Nato in Italia, affidato a una famiglia italiana, Mario Balotelli ha dovuto attendere il suo diciottesimo compleanno per conseguire l’agognata cittadinanza. Era il 13 agosto 2008, ormai da un anno faceva il goleador nerazzurro in prima squadra a San Siro, e già i più beceri fra le tifoserie avversarie lo assediavano col grido capace di farti impazzire: “Non ci sono negri italiani”.
Quel giorno tanto atteso, al municipio di Concesio, col suo accento inconfondibilmente lumbard, Mario Balotelli tentò di spiegarlo: “Da straniero in Italia la vita è molto più difficile che per un italiano. Potrei farvi numerosi esempi: come quando si è costretti a fare delle code interminabili per recarsi agli uffici della Questura. Io l’ho fatto insieme a mia madre una sola volta e mi è bastato, lei per me lo ha dovuto fare decine di volte. Sapendo che sono nato in Italia e non ho mai vissuto fuori dal-l’Italia non è certo una bella cosa. E questo è certamente uno dei disagi minori”. Gli altri, possiamo immaginare, sono troppo difficili da raccontare.
Guardiamola e riguardiamola la foto dell’abbraccio fra Mario e Silvia Balotelli nello stadio di Varsavia. Pensiamo a quelle madri col figlio straniero, in fila per giornate intere. Possiamo sperare che almeno in onore del capocannoniere della Nazionale di calcio italiana, il nostro Parlamento approvi prima delle ferie estive la semplice normativa di civiltà vigente in quasi tutte le democrazie occidentali? Chi è nato qui o è arrivato in Italia da bambino, e ha compiuto fra noi il suo percorso scolastico, ha automaticamente diritto alla cittadinanza della patria
adottiva. Il presidente Napolitano ha invano sollecitato che si colmi questa vergognosa lacuna di civiltà, ricevendo i promotori di una legge d’iniziativa popolare in tal senso. Le firme sono depositate in gran numero. Possibile che la destra resti così retrograda da opporvisi ancora? Possibile ignorare il significato delle lacrime di Mario Balotelli durante la visita degli azzurri a Auschwitz, lui che il razzismo lo assaggia di continuo sulla sua pelle?
Vietato farla facile. Lo stesso Balotelli non sembra avere nessuna voglia di fare l’eroe positivo; chissà, forse a uno come lui divenire il simbolo della seconda generazione d’immigrati pare una roba da “sfigato”. Se neanche il gol più strepitoso gli basta per appagarsi nell’esultanza (è una prova d’intelligenza sdegnare certe liturgie artefatte, non trovate?), e se l’istinto lo porta a strapparsi di dosso la maglia quando esplode un tumulto interiore, vorrà dire che la sua non è una bella favola, ma piuttosto un’immane fatica. Che neanche il gioco del calcio riesce a scaricare. Ci sono di mezzo quattro genitori e diversi fratelli, un equilibrio affettivo delicato, il vissuto difficile sempre in agguato, nessuna voglia di sopportare le provocazioni. Troppa roba, in neanche ventidue anni.
Però in quell’abbraccio multicolore di Varsavia tra un figlio e una madre che solo loro sanno davvero quel che hanno passato, in quella scelta di vita, in quell’amore, noi riconosciamo l’esistenza di un’Italia migliore, preziosa, dove padano fa rima con umano.

“IL FIGLIO STRANIERO” di GAD LERNER da La Repubblica del 30 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009 al 2014, ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio comunale.
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3 risposte a “IL FIGLIO STRANIERO” di GAD LERNER da La Repubblica del 30 giugno 2012

  1. Vic Maffei ha detto:

    Commovente!!! Non sapevo che Mario B. fosse nato in Italia. Mi accingo alle sue frustrazioni e ai suoi sentimenti. Anch’io ho avuto l’esperienza di discriminazione razziale, essendo stato immigrato da ragazzo in Manhattan. Auguri di ritrovata ?funzionalita`? all’Italia.

  2. vamos ha detto:

    Non è così facile..troppi ancora sono gli stranieri che spacciano, che delinquono , che non accettano l’integrazione. Alla sera andando nei bar della mia città vedo i gruppi di stranieri divisi tra loro…romeni con romeni..albanesi con albanesi..tunisini con tunisini…. e difficilmente accetano ” l’intrusione dell’Italiano”…. come mi da fastidio quando parlano in italiano co nte e poi ,il momento sucessivo, si parlano nella loro lingua facendoti così sentire un escluso. No ntutti coloro che arrivano da bambini o crescono qui “amano” gli italiani..decidono di “integrarsi”.. MA IN MOLTI CASI vogliono essere esclusi o si sentono in “fratellanza” solo gli altri stranieri. Io penso che 15 milioni di stranieri in Italia bastino e avanzino…. altrimenti c’è i lrischio che un girono si creino le guerre civili…perchè se un giorno ci saranno 30 milioni di stranieri e 30 milioni di Italiani..allora…allora non sarà poi così “impossibile” purtroppo tornare ai nefasti momenti del nazismo,,,,

    • QuintoStato ha detto:

      Posto che 15 milioni di straniera in Italia non ci sono, io invece vorrei che non ve ne fosse nemmeno uno di stranieri, nel senso che non ci sia nessuno che si sente estraneo al nostro Paese, alle nostre istituzioni, alle nostre regole, alla nostra Costituzione. Anzi, che se ne senta parte e contribuisca al loro rispetto. E per fare questo, l’unica strada è l’estensione dei diritti politici, a partire da coloro che nascono in Italia. Di qui passa l’integrazione e si evitano i rischi che cresca la xenofobia e il razzismo!
      GT

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