“I «compiti a casa» della politica. Ricominci riformando sé stessa” di Michele Salvati dal Corriere della Sera del 5 dicembre 2011

Scommettiamo che tutto vada bene. Che le misure adottate dal governo, e quelle che seguiranno, rispondano in modo adeguato alle esigenze di rigore, equità e crescita che si propongono di soddisfare. Che tali vengano ritenute dall’Unione Europea e dai mercati. Che i partiti le trovino accettabili e le approvino in Parlamento. Che le accetti senza troppe proteste il popolo italiano. Singolarmente, e soprattutto nel loro insieme, queste quattro scommesse sono così difficili da sconfinare nell’azzardo. Qui mi limito alla terza, al comportamento dei partiti e del Parlamento. Ancor prima di conoscere i contenuti del decreto, gli schieramenti si erano già posizionati. Il polo di centro approva il decreto a scatola chiusa: è una posizione che gli assicura il consenso di coloro che sono allarmati per l’emergenza della situazione, hanno sostenuto l’iniziativa del presidente della Repubblica e considerano il governo Monti l’unico possibile, date le circostanze. Non sono pochi, e credo si tratti di una scelta pagante anche in termini elettorali. Un’altra scelta chiara è quella della Lega: decisamente contraria al governo Monti, essa accentua i suoi caratteri di movimento di lotta sino a rispolverare il vecchio obiettivo secessionista. Dal lato opposto dello schieramento politico, le cose non sono molto diverse. Di Pietro si tiene le mani libere e a maggior ragione così le tengono i partiti di sinistra non rappresentati in Parlamento. Per tutti c’è una buona dose di opportunismo, poiché giocano sul fatto che il loro consenso non è determinante per la sopravvivenza del governo e intanto capitalizzano sullo scontento che la manovra inevitabilmente susciterà. Il governo regge solo se regge il sostegno dei due principali partiti, Pdl e Pd. Qui però la chiarezza finisce, perché le ragioni che rendono tale sostegno esitante e condizionato sono evidenti: ancor più delle sofferenze che la manovra infligge ai loro elettorati e del contrasto con gli obiettivi programmatici che essi avevano sostenuto fino a ieri, il governo Monti mette in crisi la loro stessa funzione di rappresentanza, il loro ruolo di tramite tra la società e le istituzioni. A cosa servono i partiti se, quando le cose si fanno dure, il presidente della Repubblica deve mettere in piedi un governo di tecnici? Perfettamente costituzionale, non ci sono dubbi. Ma che si sia trattato di una impressionante dimostrazione del fallimento della politica, della politica dei partiti come è stata praticata in Italia, è altrettanto indubbio. Fallimento della politica perché è colpa del sistema politico se le cose sono diventate così dure, se le riforme necessarie non sono state fatte quando potevano esserlo con costi minori. E fallimento perché, per rimediare, non è ai partiti che il presidente della Repubblica si è rivolto: questi hanno ora il ruolo di portatori d’acqua, sotto la minaccia che il primo che defeziona provoca un disastro. La responsabilità di questo stato di cose non è egualmente distribuita tra i singoli partiti. Non mi sembra però questo il momento di polemizzare, bensì quello di concentrarsi sulle ragioni del cattivo funzionamento della politica in Italia. La politica democratica, dipendendo dalla continua approvazione degli elettori, fa ovunque fatica ad adottare una « vista lunga » , come diceva Tommaso Padoa- Schioppa, a perseguire un indirizzo vantaggioso per il Paese nel lungo periodo, ma che può contrastare con la ricerca di consenso nel breve. In Italia fa più fatica che altrove e la politica è quasi sempre stata parte del problema, non della soluzione. È stata parte del problema nella Prima Repubblica: non dimentichiamo mai che il debito e le riforme non fatte vengono da lì. È parte del problema nel bipolarismo sgangherato della Seconda. Questo è il vero « costo della politica » , come ha giustamente affermato Monti, nel suo appello agli italiani. Se tutto andrà bene, la politica, quella vera, la competizione tra i partiti, riprenderà in forza nella primavera del 2013 e i partiti e il Parlamento avranno molto tempo libero, da ora fino alla scadenza della legislatura. Perché non ne approfittano per esaminare a fondo le ragioni del fallimento di lungo periodo della politica in Italia, della sua minore efficacia rispetto ai Paesi con i quali siamo soliti confrontarci? Perché non concordano e mettono in cantiere le riforme istituzionali, costituzionali ed elettorali che potrebbero far partire la politica su un piede diverso, dopo che questo governo avrà esaurito il suo mandato? Esempi? Camere ridotte nei numeri, specializzate nei compiti e con una sola che decide sulla fiducia al governo. Governo con una corsia preferenziale in Parlamento e poteri di controllo delle opposizioni rafforzati. Una legge elettorale che ridia agli elettori il potere di scegliere il proprio rappresentante. Una disciplina seria sul conflitto di interessi. Fuori i partiti dalla televisione pubblica. E ce ne sarebbero tante altre. In nessun Paese civile il discredito per la politica e i partiti è elevato come in Italia e l’idea che nel 2013 si ritorni alla politica che abbiamo conosciuto in questi anni credo faccia accapponare la pelle a tutti. Impegnarsi in una riforma della politica, mentre Monti si prende carico del governo e dell’economia, può ristabilire fiducia nella democrazia ed è nell’interesse degli stessi partiti.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009 al 2014, ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio comunale.
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