“La «casta» come i nobili del 1789. L’indignazione per i privilegi è la stessa” di GIOVANNI BELARDELLI

GIOVANNI BELARDELLI dal Corriere della Sera del 21 luglio 2011

La critica montante a una casta politica che chiede sacrifici al Paese e non è invece disposta alla minima riduzione dei propri privilegi ha sollecitato in questi giorni più di un paragone con il passato: anzitutto con il clima (e il terremoto) politico del 1992-93, ma anche con il 25 luglio ’ 43 e perfino con Piazzale Loreto. Eppure l’odierna, crescente ostilità verso la politica e i politici per certi versi ricorda anche il momento storico che, da un paio di secoli, costituisce l’archetipo della lotta senza quartiere contro il potere e le sue caste. Mi riferisco al 1789 evidentemente: non tanto alla rivoluzione vera e propria quanto ai mesi che precedettero la presa della Bastiglia, caratterizzati dalla diffusione di un modello di critica radicale del privilegio che ebbe il principale veicolo nell’opuscolo dell’abate Sieyès Che cos’è il terzo stato? In questo testo famosissimo, la critica dei privilegi della nobiltà, e la connessa esaltazione del terzo stato come unica classe produttiva del Paese, portavano a una conclusione dagli effetti politici dirompenti: «Se si eliminasse l’ordine privilegiato, la nazione non sarebbe qualcosa di meno, ma qualcosa di più» . È evidente che l’ordine privilegiato di allora (i nobili) era molto diverso dalla casta di oggi (non era eletto da nessuno, fondava i propri privilegi sulla semplice nascita, e così via). Ma è altrettanto evidente che secondo una parte significativa dell’opinione pubblica la frase anzidetta potrebbe applicarsi anche all’Italia odierna, che— pensano in molti— senza la casta «non sarebbe qualcosa di meno, ma qualcosa di più» . Ogni giorno veniamo a conoscenza di nuovi costi e privilegi della nostra politica, che la rendono sideralmente distante dalla vita della maggioranza degli italiani: da chi si trova in condizioni di difficoltà economica ma anche da usi e costumi di un ceto medio che, anche quando riesce a campare decentemente nonostante la crisi, considera inaccettabile e offensiva l’ostentazione dei privilegi della casta. È la conseguente indignazione che rende non del tutto infondato l’accostamento tra il 2011 e il 1789 (come deve aver intuito l’on. Serracchiani del Pd, quando ha evocato il pericolo che presto i cittadini vadano a cercare i politici «con i forconi» ). Un grande sociologo americano, Barrington Moore, spiegò magistralmente in un suo libro che rivolte e rivoluzioni non avvengono come meccanica conseguenza di precarie condizioni di vita: per secoli i contadini europei accettarono la loro miseria perché pensavano che corrispondesse a un ordine voluto da Dio. Non è di per sé la fame che induce a ribellarsi, scriveva, quanto la consapevolezza dell’ingiustizia subita. È appunto questo il sentimento che va diffondendosi nel Paese di fronte a un ceto politico (la Uil ha calcolato che sia composto da 1,3 milioni di persone) che agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica sembra caratterizzarsi soltanto per i suoi privilegi. È chiaro che si tratta di un giudizio eccessivo e unilaterale, e che una democrazia può correre gravi rischi se i suoi cittadini, insieme ai privilegi dei politici, rifiutano la politica e i partiti in quanto tali; se l’opinione pubblica, insomma, perde di vista la funzione indispensabile che l’una e gli altri svolgono e finisce quasi col sognare una società che si liberi in blocco dell’intero ceto politico (per sostituirlo poi con cosa?). Ma la strabocchevole dimensione che certi privilegi hanno ormai assunto, l’ostinato e quasi provocatorio rifiuto di ridurli, sembrano fatti apposta per confermare l’impressione che la casta di oggi sia in tutto e per tutto assimilabile a un nuovo «ordine» privilegiato, che sia dunque assai simile al ceto che Sieyès considerava una pura zavorra per la Francia di oltre due secoli fa.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009 al 2014, ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio comunale.
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