“Ma un bambino è responsabilità”, di Elena Loewenthal e “Da Ronaldo a Elton John la famiglia su misura”, di Chiara Saraceno

Ho trovato i due articoli che propongo di seguito ricchi di emozioni, suggestioni, riflessioni, interrogativi, ma privi di una risposta. Non era peraltro il loro intento quello di fornire risposte soggettive a domande che coinvolgono la coscienza di ognuno, e anche la fede per i credenti. E forse anche per questa ragione la politica appare piuttosto afasica davanti a questioni che saranno sempre più le domande di questo secolo. Mi sono interrogato spesso su tali questioni e mi piacerebbe avviare un confronto sul blog. Sia per il mio ruolo pubblico, perché penso che la politica debba intervenire nel dibattito pubblico su questi temi, con un approccio laico alle questioni, sia come cattolico, perché penso che la laicità non debba essere estranea ai valori di ognuno, che a volte si richiamano anche alla propria fede religiosa. Purtroppo mi sento un po’ apolide. Sono turbato (Saraceno sottolinea questo sentimento diffuso, che evidentemente appartiene a credenti e non credenti) e non riesco a ritrovarmi completamente né nella soluzione liberale e (ultra?)laica (tutto è permesso se non fa danno ad altri o nega la libertà altrui, ma mi chiedo chi siano gli altri e cosa si intenda per danno) e nemmeno in quella religiosa (che richiama gli elementi naturali, ma poi appare incline su altri campi, non quelli dell’inizio della vita, ma quelli del fine-vita, ad accettare che la scienza e la macchina tengano legati alla vita corpi che naturalmente sono destinati alla morte).
La scienza ha il compito fondamentale di migliorare la vita degli uomini. Migliorare non implica però che debba intervenire per crearla dal nulla… a me questa, con tutto il rispetto, pare un’aberrazione. L’idea di mettere sul mercato uteri, sperma, ovuli confina con questa aberrazione. Così come non penso che la scienza debba creare la vita dal nulla, credo che non debba procrastinarla oltre un ragionevole limite (e quale sarà?) o oltre natura. Sono insomma (alla fine si finisce per essere schematici, ma non so come altro fare) contro l’accanimento terapeutico da un lato e contro l’eutanasia dall’altro. Forse si può applicare un approccio analogo anche nella procreazione, senza accanirsi terapeuticamente. Due uomini o due donne che vogliono un figlio mi pare una sorta di accanimento terapeutico. Con tutti il rispetto per le scelte di tali persone, credo che la libertà del genere umano sia fondata sulla decisione di mettere dei limiti ai singoli uomini.
GT

“Ma un bambino è responsabilità”, di ELENA LOEWENTHAL da La Stampa del 29 dicembre 2010

Zachary è nato il giorno di Natale. Non è solo un bambino, e non è nemmeno un bambino come gli altri.
E’ il coronamento di un sogno. E non un sogno qualunque, ma quello di due persone speciali come Elton John e il suo compagno di lunga data, David Furnish, che per il loro sogno si sono affidati a un utero in affitto. La sua è una storia bellissima, come dovrebbe essere sempre quella di un bambino che viene al mondo e noi guardiamo lui e lui ci guarda e c’è tutto da imparare daccapo, ogni volta che un bambino viene al mondo.
Però non può non sollevare alcuni interrogativi cruciali, che in fondo ci riguardano tutti e niente affatto di lontano, anche se i genitori sono due persone famose che vivono in un universo interstellare irraggiungibile ai più. Zachary è il figlio di Elton e David, ma è anche il frutto di un grembo anonimo e di un decisione che non ha avuto come uniche armi l’istinto e l’amore, ma certamente anche la scienza e qualche cosa di altro su cui val la pena riflettere. Per lui, il piccolo Zachary, per tutti noi, per la piccola Ryleigh, la gemellina dai capelli rossi nata con undici anni di ritardo rispetto alle sue due sorelle.
Che cosa ci spinge a mettere al mondo un figlio? Un bisogno irrefrenabile, terribile e bellissimo, cui non sei capace di dare un nome. Il desiderio di perpetuarsi, di lasciare qualcuno su questo mondo quando non ci saremo più. La voglia di specchiarci in qualcuno che non siamo noi, ma che è come se lo fosse. Fare un figlio è un atto d’amore. Viene dall’incoscienza e non dalla ragione, è un groviglio di sentimenti in cui il calcolo non c’è. Fare un figlio è quasi assurdo, se ci pensi: è una fatica e una responsabilità, è un catenaccio per la vita, è la negazione di quella libertà che credevi una conquista ma poi a un certo punto non ti basta più. Fare un figlio è la cosa più umana che ci sia, nel senso di uomini e donne insieme o ciascuno per conto suo.
Ma per fare un figlio ci vuole, oltre all’amore, anche una speciale lungimiranza del sentimento che ti proietta da una dimensione della vita all’altra: è il senso di responsabilità che viene dall’amore. Sapere che dal momento in cui lo concepisci, anzi lo pensi o lo sogni di notte, un figlio ti prende la vita: non nel senso che te la ruba, ma che la moltiplica, la dilata, la trasforma in qualcosa che prima non c’era, questa vita. Bisogna saperlo, quando si fa un figlio con un atto d’amore, o in provetta, o chiedendo un utero in affitto, o compilando l’ennesimo modulo per l’adozione. Fare un figlio non è uno scherzo. E’ la cosa più seria che siamo in grado di fare, se lo vogliamo.
Non è affatto detto che solo un famiglia normale e un travaglio di parto significano responsabilità, amore, cura e lungimiranza del sentimento. Le nuove frontiere del generare non sono affatto una garanzia di fallimento genitoriale. Sono, casomai, un’altra occasione per riflettere su quel che significa mettere al mondo un figlio, e non dimenticarselo mai.

“Da Ronaldo a Elton John la famiglia su misura”, di CHIARA SARACENO da La Repubblica del 29 dicembre 2010

Al desiderio insoddisfatto di avere un figlio, tutte le società in tutti i tempi hanno trovato qualche risposta, ben prima che la tecnologia riproduttiva fornisse i propri strumenti. L´adozione solo di recente è diventata (anche) la risposta al bisogno di un bambino di avere adulti che accettassero di farsi genitori. Per molti secoli è stata la riposta al desiderio di discendenza.
E la Bibbia è piena di esempi di “fecondazioni adulterine” gestite e programmate allo scopo di dare una discendenza che altrimenti non sarebbe arrivata per le vie “normali”.
Ma ora casi come quelli della rockstar gay Elton John, del calciatore Cristiano Ronaldo o della cantante over 50 Gianna Nannini, ci mettono di fronte a una novità radicale prodotta dalle nuove tecnologie riproduttive: non è più neppure necessario il rapporto sessuale e neppure, nel caso di donatore maschio, conoscersi, avere un contatto, con il/la proprio partner riproduttivo. È una novità non solo tecnica, ma anche simbolica. Lo suggerisce anche il vocabolario con cui si nominano i soggetti coinvolti, quando non vi è coincidenza tra uno o entrambi i genitori sociali e uno o entrambi genitori biologici, non perché il figlio è stato adottato, ma perché la sua nascita è stata programmata intenzionalmente in questo modo. Donatori di sperma, donatrici di ovuli, madri surrogate e così via – è tutto un fiorire di termini che insieme indica quanto oggi la procreazione possa diventare un luogo molto affollato, ma anche cela la difficoltà ad afferrare e nominare la complessità delle relazioni, in primis tra adulti (perché al bambino che nasce ciò che importa è essere accolto e amato). Cela anche la radicale differenza che ancora una volta emerge tra uomini e donne di fronte alla procreazione. Perché è diversamente impegnativo essere donatrici di ovuli e donatori di sperma, e la maternità surrogata coinvolge il corpo e i pensieri di una donna per nove mesi, non per qualche minuto. Così come diventare padri per ovo-donazione e madre surrogata non è la stessa cosa che diventare madri tramite inseminazione artificiale con seme di donatore.
È inevitabile e direi anche giusto essere turbati da questa frammentazione della procreazione, la sua distribuzione tra soggetti diversi. Essa interroga il nostro senso comune circa il modo in cui si forma una famiglia. Ma questo senso comune è già messo in scacco, nella “normalità”, dall´esistenza di madri che crescono i figli da sole, da coppie di donne o di uomini che crescono figli nati da precedenti rapporti eterosessuali, da famiglie cosiddette ricostruite in cui sono presenti figli di lei, di lui e di entrambi, in cui – nei casi più favorevoli e auspicabili – la genitorialità è distribuita su più figure. In realtà, ciò che turba è la rottura dei limiti tradizionali e convenzionali: una donna in età da menopausa, una coppia sterile, possono generare. Una coppia omosessuale – lesbica o gay – può avere un figlio senza dover ricorrere ad un rapporto eterosessuale. Dietro, o accanto, al timore dell´abuso, che qualcuno faccia un figlio su ordinazione per rispondere a un capriccio (ma questo può avvenire anche per le vie “normali”), c´è la paura della libertà.
In Paesi in cui la procreazione tramite donatore/donatrice e/o madre surrogata è ammessa, si è sviluppato sia un corpus legislativo che una giurisprudenza tesa a normare, ma anche contenere, i diritti di diversi soggetti coinvolti e i loro potenziali conflitti, ed esiste anche un ampio dibattito pubblico. In Italia, dove tutto è vietato, dilemmi e turbamenti non trovano spazio in cui essere elaborati senza precipitare nella condanna moralistica. E chi può permetterselo va all´estero.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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Una risposta a “Ma un bambino è responsabilità”, di Elena Loewenthal e “Da Ronaldo a Elton John la famiglia su misura”, di Chiara Saraceno

  1. giovannitaurasi ha detto:

    Se ieri manifestavo il mio turbamento, oggi leggo un saggio articolo di Miriam Mafai che offre una chiave di lettura che condivido pienamente. Ne consiglio vivamente la lettura.
    GT

    “LE MAMME IN AFFITTO E LE NUOVE FAMIGLIE”, di MIRIAM MAFAI da La Repubblica del 30 dicembre 2010

    È dei giorni scorsi la notizia di una terza gemella nata undici anni dopo le prime due sorelline, bimbe che stanno per entrare nell´adolescenza. Per undici anni uno degli embrioni prodotti dalla coppia era rimasto chiuso, sigillato, nel freddo di un contenitore a non so quanti gradi sotto lo zero. Nove mesi fa, uscito dal ghiaccio, è stato introdotto nell´utero della donna che lo aveva a suo tempo prodotto, e che ha portato a termine, pare felicemente, la nuova gravidanza. La terza sorellina è dunque geneticamente gemella delle due più grandi, anche se non ha la stessa età.
    Una vittoria, certamente della scienza. Ma è anche, lo confesso, una notizia che mi turba. Così come mi turba, lo confesso, la notizia che Elton John e il suo partner, ormai in età avanzata, sono diventati padri grazie alla collaborazione di una donna che, dopo aver fatto fecondare in vitro un suo ovulo dallo sperma di uno dei due partner, ha portato avanti la gravidanza per consegnare, dopo i tradizionali nove mesi, un bambino alla coppia che l´aveva ordinato.
    Appartengo all´ultima generazione di donne che ha portato avanti una gravidanza e ha partorito al buio, senza sapere cioè se la creatura che portava in grembo fosse maschio o femmina, fosse sana o malata. Le donne che affrontano oggi una gravidanza sanno tutto: molte tengono incorniciata in camera da letto la fotografia (per la precisione, l´ecografia) del bambino o della bambina che verrà alla luce. E di lui/lei sanno tutto (o quasi).
    Immagino che questo abbia cambiato il rapporto delle donne con la loro maternità, lo abbia reso probabilmente più stretto, stabilendo una sorta di affettuosa complicità con il nascituro, una complicità spesso condivisa con il partner, che si addestra alla futura paternità ben prima della nascita del figlio. Tutto questo mi sembra molto bello e positivo.
    Ma cosa accade quando la scienza e la tecnica, che hanno affidato fino ad oggi alla donna la piena responsabilità e il controllo della sua gravidanza, vanno oltre fino a espropriarla di questa possibilità? Cosa accade quando una coppia omosessuale (come nel caso di Elton John e David Furnish) o eterosessuale decida di affidare a un´altra donna il compito di portare a termine una gravidanza? Come si modifica, se si modifica in questo caso il rapporto tra la madre e il nascituro?
    La tecnica aiuta. Anzi, è relativamente facile. Esiste, infatti, la possibilità di trasferire un ovulo già fecondato nell´utero di una donna disposta a portare a termine per nove mesi una gravidanza e a restituire poi il piccolo, nel momento del parto alla madre naturale. La pratica è illegale in molti Paesi tra cui il nostro. In Francia ha dato luogo a un lungo dibattito, ma la legge a favore delle madri “in affitto” non è stata finora approvata anche grazie all´opposizione di gran parte del pensiero femminista francese che vede, non a torto, nella vendita anche volontaria ed anche temporanea del proprio corpo non una vittoria delle donne e della loro autonomia, ma una sua riduzione, sia pure volontaria, a puro strumento della volontà e del desiderio di altri. La gravidanza resta un fatto tutto personale non può essere delegata ad altre.
    Anche Chiara Saraceno ieri su queste pagine ammetteva e giustificava il turbamento che può nascere da questa frammentazione della procreazione. Ma non mi sembra che sia possibile stabilire un´analogia tra queste nuove forme di maternità e le già esistenti e diffuse diverse forme di famiglia presenti nel nostro paese. Tutti conosciamo, e molti di noi vivono, dentro famiglie che si definiscono “ricostruite”, in cui cioè sono presenti figli di lui, di lei, di entrambi.
    Sono convivenze che conoscono anche fasi e periodi di difficoltà (ma quale famiglia non ne conosce?) ma nelle quali il padre, la madre e le nonne, quando ci sono, sono chiaramente riconoscibili e individuabili. Ogni bambino, anche in queste famiglie “ricostruite” sa da chi è nato. La libertà, cui fa riferimento Chiara Saraceno, è salva ma è salva anche, a mio avviso, l´identità di ognuno.

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